Labico on Video

Transumanza Eroica

22 dicembre 2005

Roccasecca: tragica fatalità o dramma evitabile?

Un giorno qualunque di una settimana qualunque di un pendolare qualunque. Il treno 3360 viaggia con 131 minuti di ritardo. Non è “the day after” la tragedia di Roccasecca. E’ un giorno qualunque di una settimana qualunque e il treno 3360 – per imprecisati motivi – viaggia con 131 minuti di ritardo. E’ singolare che un ritardo degno delle diligenze che attraversavano le praterie del nord America venga comunicato con la accuratezza di quel minuto in più oltre i 130. Potremmo chiamarlo – con un inquietante ossimoro – un ritardo di precisione. Ma quel ritardo non è un ritardo eccezionale. E’ un ritardo qualunque di un giorno qualunque di una settimana qualunque. Fa parte del calvario quotidiano di un numero sempre crescente di pendolari che si affidano – spesso più per necessità che per scelta – al trasporto pubblico per recarsi al lavoro. La qualità del servizio ferroviario sulle linee dei pendolari (al nord, al centro, al sud, non c’è molta differenza) – linee di serie B per una chiara scelta, vuoi aziendale, vuoi di politica dei trasporti – è evidentemente indecorosa. Anzi termini come “qualità” e “servizio” potrebbero persino apparire impropri, attese le circostanze.
Ma da cosa nasce il pendolarismo? Perché centinaia di migliaia di persone scelgono di percorrere lunghe distanze ogni giorno per andare a lavorare?
Il fenomeno – essendo tutt’altro che marginale – va inquadrato in un contesto molto ampio e deriva dalle politiche urbanistiche e abitative in stretta connessione con aspetti sociali ed economici. In estrema sintesi si può dire che da un lato c’è stata una lenta ma costante emorragia demografica dalla Capitale all’hinterland, dovuta a diversi fattori tra cui l’andamento del mercato immobiliare, la scelta di pianificazioni urbanistiche prive di programmazione infrastrutturale che ha portato a costruire moltissimi insediamenti abitativi nei comuni della provincia (senza tenere conto della domanda di mobilità che ne sarebbe conseguita), il fenomeno dell’abusivismo edilizio, spesso con la connivenza di amministratori compiacenti. Dall’altro lato c’è stata una trasformazione dell’economia territoriale che ha visto il forte indebolimento di alcuni settori “periferici” (in particolare quello agricolo) e il rafforzamento dei settori “romacentrici” (in particolare il terziario), con la conseguenza che molte città della provincia hanno smesso di avere una propria economia e sono diventate “satelliti” della Capitale e i suoi abitanti si sono trasformati in pendolari.
Nessuno ha pensato di governare (seriamente, almeno) questo fenomeno attraverso la realizzazione di infrastrutture e servizi adeguati alle importanti trasformazioni e il trasporto ferroviario, l’unico mezzo che con una qualche efficienza consentiva ai pochi (allora) viaggiatori di spostarsi da e verso Roma, non solo non è stato oggetto dei necessari interventi di innovazione tecnologica e di adeguamento, ma è stato progressivamente sempre più trascurato.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti e l’atteggiamento dei pendolari oscilla (sarà per questo che si chiamano pendolari) tra la malinconica rassegnazione e la rabbia incontenibile.
Spero che nessuno cominci a scomodare la fatalità o la sfortuna per giustificare il drammatico incidente di Roccasecca, magari scaricando tutto sui macchinisti. Sarebbe troppo facile e da irresponsabili. Quando si gestisce un servizio “al minimo”, quando i guasti meccanici sono la norma e non l’eccezione, quando i treni viaggiano sempre in condizioni di sovraffollamento disumane, quando gli orari sono un optional e le stazioni luoghi di degrado, non si può chiamare in causa il destino. Queste sono scelte – politiche, soprattutto – che attengono la vita di tutti noi. E se chi ci governa – Berlusconi da un lato con le sue faraoniche opere pubbliche, ma anche Marrazzo dall’altro che è titolare del contratto di servizio con Trenitalia – decide che la politica delle infrastrutture e dei trasporti non ha tra le proprie priorità l’ammodernamento, il potenziamento, la messa in sicurezza delle linee ferroviarie regionali e locali, fa una scelta chiara e legittima, ma sicuramente non condivisibile.
Né si può dire, come avviene spesso, soprattutto nelle iniziative del centro-sinistra, che bisogna fare la “cura del ferro” e che la cosa più importante è quella di potenziare il trasporto pubblico, e poi – in bilancio – stanziare cifre irrisorie alla bisogna. Le politiche dei trasporti si fanno coi bilanci e con gli stanziamenti e non con le parole. E allora appare del tutto incongruente che la Regione Lazio, per bocca di gran parte dei suoi esponenti, esprima soddisfazione perché il CIPE dia il via libera ad un’opera come la bretella Cisterna-Valmontone che costa 700 milioni di euro, ma faccia ben poco (anche sul piano degli investimenti) per dare ai pendolari un servizio efficiente. La Regione Liguria ha denunciato Trenitalia per inadempienza. Cosa aspetta Marrazzo a farsi carico dei sacrosanti diritti dei pendolari del Lazio?
Va infine sottolineato che, almeno nel centrosinistra, sembrano essere tutti concordi nel dichiarare la necessità di correggere lo squilibrio modale tra gomma e ferro in cui l’Italia vanta un ben poco invidiabile primato. Peccato che, in palese contraddizione con questi intendimenti, vengano caldeggiati interventi infrastrutturali che vanno nella direzione opposta, non solo per quanto riguarda il modello di trasporto, ma il modello produttivo e di consumo, perché non solo dobbiamo trasferire le merci dalla strada alla ferrovia, ma dobbiamo anche smettere di farle viaggiare queste benedette merci. E su questo non si può che dar ragione a Beppe Grillo quando dice che la Danimarca esporta migliaia di tonnellate di biscotti per gli Stati Uniti mentre gli Stati Uniti esportano migliaia di tonnellate di biscotti in Danimarca e si chiede sconsolato “Perché non si scambiano la ricetta?”.


Tullio Berlenghi

5 dicembre 2005

La variante al prg di Labico

Ritengo che l’iniziativa di tenere un’assemblea pubblica di presentazione delle proposte in materia urbanistica elaborate dalla giunta comunale sia stata un’opportunità importante e apprezzabile e mi ha fatto piacere vedere una certa partecipazione da parte dei labicani, anche se – attesa l’importanza della questione – sarebbe stato lecito aspettarsi un pubblico molto più nutrito. Io ho approfittato ben volentieri di questa possibilità di confronto per esprimere le mie perplessità sull’impostazione generale del piano.
L’ho presa forse da lontano, ma ho ritenuto giusto basare le mie riflessioni sulla storia sociale ed urbanistica di un paese che è passato nel giro di un paio di generazioni da un’economia prevalentemente agricola ad una dipendenza economica pressoché totale da altri centri economici, sia per tipologia (in prevalenza terziario e servizi) sia per localizzazione (sostanzialmente Roma). Altri fattori – come il mercato immobiliare – hanno sancito il mutamento di Labico in “residenza per pendolari”, e la conseguente trasformazione urbanistica è stata rapida e devastante: abusivismo, edificazioni senza regole, senza criteri e, talvolta, senza servizi essenziali, hanno caratterizzato l’espansione edilizia degli ultimi decenni. E, per stessa ammissione dei rappresentanti istituzionali, poco o nulla è stato fatto in termini di opere di urbanizzazione e, soprattutto, per la realizzazione degli standard urbanistici che il precedente piano regolatore prevedeva (piazze, aree verdi, servizi per la collettività, ecc.). Le proposte avanzate con questo aggiornamento alla variante urbanistica sembrano purtroppo seguire la strada del passato e si ipotizza – senza imbarazzo – di far passare la popolazione labicana dai 2500 abitanti del 1992 ai 7500 previsti per il 2012, ossia di triplicarla nel giro di vent’anni, con un preoccupante consumo di territorio, con un evidente aumento del disagio complessivo (si pensi al prevedibile ingolfamento dell’asse viario della Casilina) e senza alcuna garanzia che i servizi in senso lato non rimangano gli stessi che già erano insufficienti per i 2500 abitanti del ’92.
Marc Augè, celebre sociologo e antropologo francese, ha coniato un termine felice per descrivere quei luoghi – contrapposti ai luoghi antropologici classici (città, mercati, teatri) – caratterizzati dalla mancanza di identità e di relazioni: i nonluoghi. Luoghi dove moltissime individualità si incrociano senza incontrarsi, senza entrare in relazione. I quartieri dormitorio e le borgate fanno parte di questa categoria. E Labico – con una programmazione urbanistica così spregiudicata - rischia di diventare un paese-dormitorio, quindi un nonluogo, destinato a perdere quel poco che le rimane di identità, di socialità e di storia.
L’altro elemento che mi preoccupa del governo del nostro territorio è l’individuazione – in una delle poche zone ancora risparmiate dal cemento (la zona dei Casali e di Valle Fredda) - dell’ennesima arteria stradale di dubbia utilità, dai costi elevatissimi e che distruggerebbe quel poco di verde e di aree agricole rimaste a Labico: l’innesto del raccordo stradale Cisterna-Valmontone. So bene che questa opera dipende in misura modesta dall’amministrazione comunale, ma non riesco a condividere la descrizione entusiastica che il sindaco ha fatto dell’intervento e dei suoi effetti sulla nostra economia.
Credo quindi che le priorità siano:
bloccare in tutti i modi la realizzazione della bretella Cisterna-Valmontone e chiedere alla Regione Lazio di investire quelle risorse per migliorare il trasporto ferroviario della linea Roma-Cassino e il trasporto pubblico della zona;
realizzare tutto quello che non è stato fatto negli ultimi anni in termini di standard urbanistici, servizi, aree verdi, strade, piazze, marciapiedi, illuminazione, impianti idrici e fognari, scuole, asili nido, stazione ferroviaria e tutto quanto può restituire a Labico la dignità di una Città vera e sottrarla al degrado dellla borgata;
puntare – in futuro – ad un’edilizia di qualità e a interventi che puntino soprattutto alla riqualificazione e al recupero urbanistico dell’intero territorio, con attenzione anche al centro storico, che potrebbe tornare ad essere il centro vitale e sociale di Labico.
Troppo spesso ci si riempie la bocca con parole come “sviluppo”, “crescita”, “incremento”, pensando che siano portatori di benefici e vantaggi. Questo, però, non è vero e, quando è vero, lo è solo in parte. Si pensi all’imprenditore avicolo che commercia uova. Egli penserà che lo “sviluppo” della sua azienda aumenterà raddoppiando il numero di galline per capannone. Avrà così indubbiamente una “crescita” della produzione e un “incremento” dei profitti. Per lui, quindi, un bel vantaggio. Un po’ meno per le galline, a cui lo spazio vitale viene drasticamente ridotto. Ecco, non vorrei che a Labico facessimo la fine di quelle sfortunate galline ovaiole…


Tullio Berlenghi

19 novembre 2005

Labico. Immagini di un secolo

Per una volta, ma solo per questa volta, vorrei esprimere un giudizio positivo su un’iniziativa dell’amministrazione comunale labicana. Oddio, a ben guardare, indagando proprio a fondo, un altro paio di cosette su cui mi sono trovato parzialmente d’accordo le si potrebbero trovare, ma è meglio soprassedere, perché non vorrei che un eccesso di benevolenza da parte del sottoscritto, venisse giudicato come un riposizionamento politico, peraltro controcorrente rispetto alla tendenza generale. L’iniziativa in questione, su cui sono piovute critiche da parte di alcuni simpatizzanti del centrosinistra, critiche che io stesso avevo in parte condiviso, è l’aver dato impulso alla realizzazione del volume “Labico Immagini di un secolo”, curato da Stefano Spaziani.
Devo ammettere che avevo avuto la sensazione che il progetto fosse qualcosa di molto simile ad una elargizione di denaro pubblico per un’opera di dubbio valore e di dubbia utilità. Ora non sono in grado di valutare quanto la somma stanziata per l’opera sia congrua rispetto al prodotto finale, ma è fuor di dubbio che il libro meritasse di essere pubblicato. Ci sono delle bellissime foto di una Labico antica e rurale, una Labico quasi dimenticata. Ed è molto suggestivo guardare quelle immagini e pensare alle profonde trasformazioni del territorio nel giro di pochi decenni.
Sfogliando quelle pagine ci si accorge di quanto sia (o dovrei forse più mestamente dire “fosse”) bella Labico e indubbiamente meriterebbe di essere maggiormente valorizzata e tutelata.
A costo di ripetermi, vorrei però ricordare che non tutte le trasformazioni sono necessariamente positive, anzi, nel caso di Labico, sono purtroppo più diffuse quelle trasformazioni che portano pregiudizio al territorio e peggiorano la qualità della vita delle persone. La perdita della vocazione agricola, la progressiva cancellazione delle aree boscate e verdi, la continua, disordinata e devastante costruzione di nuove case senza criteri urbanistici e sociali, rischiano di umiliare definitivamente l’affascinante storia della nostra graziosa cittadina.
Una cittadina la cui bellezza, il cui fascino, la cui accogliente gradevolezza, rischiano – se proseguiamo di questo passo - di sopravvivere solo tra le pagine di un (bel) libro.



Tullio Berlenghi

2 ottobre 2005

Bretella Cisterna-Valmontone: è davvero un’opera indispensabile?

Leggo sul “Corriere del Cittadino”, un nuovo giornale che si occupa delle questioni locali e al quale auguro buoni risultati nel difficile compito di fare informazione e dare spazio al dibattito politico, un’intervista al sindaco Galli, normalmente poco disponibile al confronto mediatico e che quindi ha suscitato nel sottoscritto particolare interesse.
Tralasciando le comprensibilmente diverse valutazioni sull’operato dell’amministrazione vorrei soffermarmi su un passaggio dell’intervista che mi sembra meritevole di attenzione. Si è parlato infatti della famigerata bretella stradale “Cisterna-Valmontone”, che avrà, secondo il progetto attuale, un impatto molto rilevante sul territorio del comune di Labico e che – se realizzata – comporterebbe significative conseguenze, non solo sul piano ambientale e sull’assetto territoriale, ma anche sulla quotidianità di tutti coloro che si ritroveranno a vivere un passaggio epocale da un paese ad economia prevalentemente rurale ad una realtà ben diversa. Una realtà che, grazie al combinato disposto di una politica urbanistica disinvolta e di una politica infrastrutturale ancor più disinvolta, assomiglierà molto a certe grigie zone misto residenzial-produttive, orrendi meticci tra borgate suburbane e aree paleoindustriali.
Vorrei però, per una volta, evitare l’approccio di chi cerca di difendere l’ambiente e il territorio da interventi dannosi ancorché inutili. C’è sempre infatti chi sostiene che il prezzo (ambientale) da pagare è più che compensato dai benefici che l’intervento infrastrutturale comporta. Ho deciso quindi di seguire questa logica – un po’ mercantile a mio avviso, ma non per questo da sottovalutare – legata alla convenienza economica e ho cercato di fare un po’ di conti.
L’opera si inserirebbe in un contesto infrastrutturale (quello della regione Lazio) di gran lunga squilibrato a favore del trasporto su gomma, con una rete viaria di oltre 44mila chilometri, 3mila dei quali di strade di grande comunicazione a fronte di 1250 km di rete ferroviaria. Ne consegue che nel Lazio la stragrande maggioranza degli spostamenti (per le merci siamo all’86 per cento) viene effettuata su gomma, ossia il sistema di trasporto più inquinante e a maggior consumo di energia e di territorio. L’obiettivo del libro bianco dell’Unione Europea sui trasporti è quello di ridurre la componente su gomma dei trasporti e l’Italia – è facile immaginarlo – è il paese che deve fare più strada per adeguarsi alla media europea. Non ci vuole molto a capire che per arrivare ad un riequilibrio è necessario investire di più su altre modalità di trasporto (in particolare la ferrovia) e che ogni centesimo stanziato per nuovo asfalto viene sottratto al ferro.
Queste sono considerazioni generali. Tornando a parlare delle questioni a noi più vicine – ossia dell’’opportunità di distruggere quel po’ di terreni agricoli e di verde sopravvissuti all’abusivismo e alle speculazioni per fare spazio all’innesto della bretella Cisterna-Valmontone – sono andato a leggermi l’ultimo aggiornamento del programma delle infrastrutture strategiche predisposto dall’istituto di ricerca CRESME, in collaborazione con l’istituto NOVA e il servizio studi della Camera dei Deputati, per capire “quanto” ci costa questa irrinunciabile opera pubblica. Ebbene, sulla base delle ultime stime, la bretella viene a costare 742 milioni di euro, qualcosa come 1436 miliardi di lire. Il tutto per rendere più agevole il collegamento tra la valle del Sacco e la costa laziale. Tutto ciò mentre i pendolari labicani devono sopportare un “buco” di quasi quattro ore per prendere un treno dopo le sette del mattino e subire tutti i disagi e le inefficienze di un collegamento ferroviario con la Capitale che non è mai stato potenziato in maniera adeguata a fronte della continua urbanizzazione dell’area prenestina. Tornando quindi alla “convenienza economica” della poltica delle infrastrutture sembra di capire che si sia preferito dare la priorità ad un’opera destinata a flussi di mobilità indubbiamente residuali anziché investire nel potenziamento dei collegamenti ferroviari con Roma. Immagino che questa riflessione potrà essere una consolazione per le migliaia di pendolari prenestini che si accalcheranno sui treni. Avranno infatti la consapevolezza che, anziché ostinarsi ad andare in ufficio tra mille disagi, avrebbero potuto con tutta comodità (e in pochi minuti di macchina) farsi una bella passeggiata al mare.

24 maggio 2005

Lettera aperta ai “nuovi” labicani (e non solo)

Cari “nuovi” labicani,

lo so che il 90 per cento di voi non leggerà questa lettera. So anche che l’80 per cento di voi non sa nemmeno che esiste questo giornale e questo vale anche per una rilevante percentuale di “vecchi” labicani. Mi rendo anche conto che la maggior parte di voi non ha quasi nulla a che fare con Labico, inteso come centro cittadino. Gran parte delle vostre esigenze riuscite a soddisfarle altrove e non sentite il minimo bisogno di passare dal paese. Molti di voi probabilmente sono pendolari con destinazione Roma e troveranno più comodo e più pratico (e spesso anche più conveniente) fare la spesa o altri acquisti durante il tragitto casa-lavoro (o viceversa). Anche la vostra vita sociale e culturale – che auspico attiva e intensa – sarà legata ai punti di riferimento “prelabicani” e immagino che non avvertiate l’esigenza di cercare un’interazione con la città dove avete scelto di vivere. Credo che tutto questo sia piuttosto naturale e credo anche che dipenda da questioni molto lontane da voi e da me. Con un orribile semplificazione attribuirei questa profonda mutazione sociale al “mercato” – già, il mercato, questo terrificante moloch che controlla la vita di tutti noi – e al fatto che, fatti due conti, molti hanno pensato che convenisse trasferirsi in un posto un po’ più lontano da Roma, ma con immobili a prezzi abbordabili e con la possibilità di compensare il piccolo disagio logistico (“ma ci sono ottimi collegamenti” qualcuno vi avrà rassicurato) con il vantaggio di stare in una zona non congestionata dal traffico e dallo smog. Alcuni di voi avranno poi visto che le cose non erano esattamente così rosee come sembrava all’inizio, ma si sono comunque adattati alla nuova situazione.
Stavolta, per una volta, non voglio muovere critiche di alcun genere a nessuno, visto che tali e tante sono le responsabilità e le successive stratificazioni di piccoli e grandi colpe. Vorrei solo fare alcune riflessioni su come l’innovazione urbanistica della “città estesa” abbia profondamente modificato le abitudini di tutti noi nell’arco di non più di un paio di generazioni. Riusciamo – adesso – ad avere un raggio di azione delle nostre attività quotidiane che supera abbondantemente i 50 chilometri (distanza che per i nostri nonni era la somma degli spostamenti di una settimana). E se in una prima fase questo aumentato raggio di azione era compensato dalla maggiore mobilità che l’innovazione ci permetteva (auto, treni, metropolitane, infrastrutture), in una seconda fase – caratterizzata da una cattiva gestione e da una inadeguata analisi delle conseguenze della nuova distribuzione degli insediamenti sul territorio – si è assistito ad un lento ma inesorabile peggioramento della qualità degli spostamenti, con le ben note conseguenze in termini di tempo perso e di stress accumulato. Ma al di là di queste frettolose e superficiali considerazioni sulle cause quello che mi preme è cercare di capire se e come l’attuale situazione possa essere governata, ossia se si possa in qualche modo superare lo stato di rassegnazione ad una condizione evidentemente migliorabile. In poche parole mi domando se sia possibile recuperare una dimensione di socialità anche in un ambito territoriale così gravemente compromesso sul piano urbanistico. E soprattutto mi chiedo – e vi chiedo – se c’è in qualcuno di voi – no, non in tutti – la voglia e la curiosità di sentirsi parte comunque di questa piccola comunità, partecipando alla vita sociale del paese, promuovendo iniziative culturali, spingendo per il riconoscimento dei propri diritti, chiedendo conto alle istituzioni della mancanza dei servizi (là dove mancano) o della inadeguatezza delle infrastrutture (là dove sono inadeguate).
Non è facile, lo so. Siamo tutti legati alle nostre piccole abitudini e restii ai cambiamenti. Credo solo che l’aumento del tasso di partecipazione – in senso lato, non solo come “democrazia attiva” – farebbe bene non solo a tutti noi, ché la partecipazione è socialità, è scambio culturale, è vitalità, è arricchimento, ma anche a Labico, che potrebbe così ritrovare la sua identità e cercare di allontanare lo spettro della lenta degradazione verso un’anonima borgata senza vita né anima.


Tullio Berlenghi

Città a misura di bambino - Lettera aperta al sindaco di Roma

Lettera aperta al sindaco di Roma

Ho letto, e molto apprezzato, la notizia riguardante l’iniziativa organizzata dal Comune di Roma, “Il giorno del gioco”, e ho ascoltato le sue parole a proposito della necessità di recuperare spazio e tempo per i bambini e per i loro giochi: splendido, lodevole, entusiasmante. In quel giorno è stata restituita ai bambini la loro identità e la loro dignità di cittadini a pieno titolo, con le loro esigenze e i loro bisogni. In quel giorno, appunto. E negli altri 364?
Vede, caro Sindaco, i bambini sono bambini ogni giorno che il padreterno manda sulla terra e, anche quando non ci sono le telecamere che li riprendono, vivono (o meglio: cercano di vivere) la loro esistenza in una città – quella che lei amministra – che è quanto di più inospitale si possa pensare per i suoi abitanti più piccoli. Se ha tempo si faccia una passeggiata per le vie della città e provi a immaginare quanto sia difficile essere bambini in luoghi dove ogni possibile spazio è occupato – legittimamente oppure no, ma molto più frequentemente “no” – da auto e motorini, dove anche nelle isole pedonali (davvero poche peraltro) i genitori non si fidano a lasciare i bambini da soli perché è prassi diffusa l’invasione insolente e impunita da parte di rombanti (e talvolta strombazzanti) scooter. Provi ad immaginare la fatica delle mamme coi passeggini che cercano di attraversare la strada con le auto parcheggiate (parcheggiate?) in prossimità degli scivoli (quando ci sono) per i disabili e gli automobilisti che non rispettano le strisce pedonali e che anzi inveiscono all’indirizzo dei malcapitati, colpevoli di ignorare che a Roma vige una sesquipedale deroga al Codice della Strada.
Sarebbe bello per i bambini non aver bisogno di aspettare “quel giorno” per non sentirsi cittadini di serie B, ghettizzati in spazi “sicuri” e confortevoli, ma privati di quella sana interazione col mondo circostante che permetterebbe loro di sviluppare la propria autonomia e la propria indipendenza. Una città “a misura di bambino” sarebbe una città meno stressata e meno ansiogena, in cui i bimbi potrebbero tornare ad occupare le strade e le piazze rendendole più vive e più belle. E una città così sarebbe più gradevole anche per gli anziani, i disabili e tutti gli altri utenti “deboli” della strada, costretti – per l’arroganza e la prepotenza di alcuni cittadini e l’ignavia di alcuni amministratori – in spazi sempre più ristretti. Una città così sarebbe davvero una bella città e lo sarebbe 365 giorni all’anno. Perché non provarci?

Tullio Berlenghi

Servono davvero i poteri speciali?

Primi passi del connubio Marrazzo-Veltroni: è davvero una buona notizia?

E’ partita con grande impatto mediatico l’azione di governo della giunta Marrazzo. I giornali hanno immediatamente dato moltissimo spazio al primo atto “congiunto” dell’amministrazione regionale e del comune di Roma, ossia il protocollo d’intesa su urbanistica e mobilità, attraverso il quale viene suggellato l’accordo di ferro tra Marrazzo, Gasbarra e Veltroni e messa in pratica la tanto declamata affinità che unisce la “filiera amministrativa” tra il comune di Roma, la provincia di Roma e la regione Lazio.
Il documento approvato è stato salutato dalla stampa con unanime favore, quasi a sottolineare come, con questo sapiente escamotage tecnico-giuridico, si risolveranno in poco tempo tutti i problemi che affliggono la capitale, visto che sarà possibile, una volta individuata l’esigenza infrastrutturale o urbanistica, avviare tempestivamente gli interventi che si ritengono necessari. Fin qui il ragionamento non fa una grinza, sembra quasi l’uovo di Colombo. Peccato che sia in contrasto con quel principio di cautela e di garanzia di cui proprio la coalizione di centro-sinistra si è fatta portatrice durante gli anni del Governo Berlusconi.
In pratica, per rimanere nell’ambito delle opere pubbliche e della programmazione territoriale, il centro-sinistra ha sempre – giustamente, a mio avviso – contestato il “decisionismo” di norme finalizzate ad accelerare la realizzazione di opere infrastrutturali (mi riferisco in particolare alla legge 443 del 2001, la famigerata legge obiettivo), saltando passaggi importanti dell’iter procedurale. Si presuppone cioè che vi siano alcuni aspetti – la sicurezza del territorio, l’impatto ambientale, le ripercussioni sul tessuto sociale, una corretta programmazione di scala ampia, il parere degli altri soggetti interessati – che hanno una valenza primaria rispetto all’obiettivo temporale. Non è dato sapere per quale ragione la programmazione di opere non possa godere di corsie preferenziali se il processo decisionale viaggia dal “centro” alla “periferia”, mentre nella direzione opposta è non solo accettabile, ma anche pienamente auspicabile. A meno che il principio non sia che “noi siamo quelli bravi” e quindi non abbiamo bisogno di lacci e lacciuoli di garanzia, perché sarebbe davvero molto grave sul piano dell’impostazione procedurale e della correttezza democratica. Va inoltre sottolineato che il meccanismo che si vuole attivare non tiene in nessun conto la necessità di una programmazione di area ampia, perché non si può pensare che gli interventi infrastrutturali e urbanistici relativi al comune di Roma esauriscano i propri effetti nell’ambito territoriale comunale e non abbiano invece riflessi importanti sull’intero territorio provinciale. Territorio che ha invece bisogno di essere inserito in una programmazione complessiva, soprattutto attraverso l’ammodernamento e la riqualificazione delle infrastrutture trasportistiche su rotaia, che sono l’unica possibile risposta ai numerosi errori progettuali urbanistici compiuti in un passato anche recente. Tra l’altro proprio alcuni di questi eclatanti errori vogliono essere inseriti in un iter procedurale abbreviato, permettendo così la realizzazione di enormi insediamenti abitativi privi delle necessarie infrastrutture di collegamento. Mi riferisco alla questione dei cosiddetti “articoli 11”, attraverso i quali sono previsti interventi di riqualificazione delle periferie, ma che vengono spesso utilizzati per vere e proprie speculazioni edilizie, talvolta utilizzate per la realizzazione di enormi centri commerciali.
Questa politica decisionista appare quindi la risposta sbagliata ad una esigenza giusta. Sbagliata nel metodo, perché non è con decisioni affrettate che si affrontano problemi che colpevolmente si sono lasciati incancrenire per anni, sbagliata nel merito perché in alcuni casi sono proprio le soluzioni che si intendono adottare ad essere del tutto inadeguate.


Tullio Berlenghi

2 maggio 2005

Eiffel, anche Labico ha il suo piccolo ponte sullo Stretto.

E’ fisiologico. Chiunque governi sente il bisogno di lasciare un segno della sua – ahinoi effimera – presenza istituzionale attraverso la realizzazione di opere di grande impatto visivo. Quando il costo della manodopera era un tantino più basso di adesso le grandi opere – non a caso si usa il termine di “faraoniche” per descriverle - venivano realizzate con maggiore facilità, nonostante l’assenza delle moderne tecnologie. In seguito, un po’ per le citate problematiche sindacali, un po’ perché - forse anche grazie alla democrazia – si è cominciato a stabilire che un’opera meritava di essere realizzata soprattutto se davvero di pubblica utilità e non per soddisfare i pruriti egolatrici del timoniere di turno. Ci sono, evidentemente, casi, anche recenti, in controtedenza, come il famigerato ponte sullo stretto, fortemente voluto da Silvio Berlusconi, opera costosissima e di gran lunga meno importante di alcune esigenze primarie di calabresi e siciliani che avrebbero soprattutto bisogno di una rete idrica funzionante, di una rete ferroviaria efficiente e di servizi sanitari adeguati. Per par condicio citerei anche l’enorme grattacielo che l’allora sindaco di Roma Rutelli fece di tutto per realizzare, ma il cui progetto – per fortuna – ebbe vita breve.
Anche la nostra amministrazione comunale sta cercando di realizzare la propria piccola piramide, recuperando i pezzi di una struttura metallica che – pare – fosse stata progettata nientepopodimeno che dal celeberrimo Gustave Eiffel, ideatore dell’omonima torre parigina. Abbiamo seguito con attenzione le vicende legate all’acquisto del manufatto ed all’uso che se ne farà, abbiamo maturato alcune considerazioni e ci siamo posto alcuni quesiti in proposito. Le considerazioni le lasciamo come contributo al dibattito mentre sui quesiti speriamo che l’amministrazione dia, se ne ha, delle risposte.

- L’acquisto della struttura da parte del Comune ci è sembrato fatto con estrema superficialità: 300mila euro non sono una cifra irrilevante per le casse comunali e prima di impegnare dei soldi pubblici era opportuno avviare ulteriori indagini. La successiva “disponibilità” di un privato ad accollarsi l’onere finanziario dell’acquisto (in cambio evidentemente di ben altri vantaggi) non dà alcuna rassicurazione sulla validità dell’operazione, anzi getta ulteriori ombre e dubbi su come sia stata gestita l’intera vicenda.
- Troviamo sconcertante che un’amministrazione comunale che è stata incapace in questi anni di realizzare opere pubbliche di grande interesse per la collettività come l’adeguamento degli edifici scolastici, sempre insufficienti, la realizzazione di impianti sportivi degni di questo nome, l’individuazione di una “vera” biblioteca, la realizzazione di “vero” verde pubblico, la riqualificazione e l’adeguamento della rete viaria, la costruzione – perché no – di locali per iniziative culturali e sociali (si pensi che a Labico manca un teatro).
- L’amministrazione è in possesso del progetto necessario alla ricostruzione dell’opera o sarà necessario desumerlo in altro modo e, in ogni caso, quale sarà il costo da aggiungere all’opera definitiva e chi lo sosterrà?
- E’ stata fatta una completa catalogazione dei pezzi? Se, come temiamo, questa catalogazione andrà fatta, quanto costerà provvedere? E in caso di mancanza di pezzi è stato preventivato il costo aggiuntivo necessario alla loro costruzione?
- E’ stata fatta una verifica sulle condizioni delle singole componenti ed è stato calcolato il costo per il loro recupero?
- E’ stata individuata la zona dove si intende collocare il mercato (e conseguentemente il “polo artistico integrato”) ed è stata fatta una corretta valutazione sull’impatto delle opere che si intendono realizzare sul territorio, sull’ambiente e sull’esistenza dei labicani?
- E’ stato detto in modo chiaro che, al di là del nome altisonante di “polo artisitco integrato”, quello che si intende realizzare sarà né più ne meno l’ennesimo centro commerciale alle porte di Roma con le immaginabili conseguenze sul traffico e sulla vivibilità della zona?
- Siamo sicuri che i commercianti di Labico non subiranno un danno economico da questa operazione?


Tullio Berlenghi
Leonardo Saracini

24 aprile 2005

Sono stato io di Oliviero Beha

Presentato a Roma il nuovo libro di Oliviero Beha dal titolo 'Sono stato io' (Marco Tropea Editore).

Teatro Argentina. Un sala stracolma attende pazientemente che si riempiano le numerose sedie disposte sul palco. Tre immediatamente dietro ad una scrivania. le altre sparse un po’ a destra, un po’ a sinistra, senza un criterio apparente.
Finalmente arrivano Oliviero Beha e Giorgio Albertazzi e occupano due delle tre sedie dietro alla scrivania. Nella terza prende posto un docente universitario, esperto di sismologia. Nelle altre sedie prendono posto rappresentanti di associazioni di vario tipo (dal WWF a “Nessuno tocchi Caino”) e di comitati e gruppi di cittadini più o meno organizzati (compresi i “precari”). Dopo un introduzione musicale eseguita da due musicisti dei Tetes de Bois, Beha e Albertazzi iniziano a leggere alcuni brani del romanzo. Che forse è un saggio. O un saggio che forse è un romanzo, ma questo non è molto chiaro, perlomeno non subito. Certo Oliviero Beha non ispira troppa simpatia con quell’aria da primo della classe, ma resta il fatto che, anche grazie alle incontestabili capacità interpretative di Giorgio Albertazzi, il pubblico viene subito incuriosito e appassionato dai dialoghi e sottolinea qua e là con una risata o un sospiro le ironie e le velate denunce sui problemi del Paese. Di tanto in tanto si passa la parola agli ospiti e così Gaetano Benedetto del WWF spiega quanti e quali siano i disastri ambientali causati dal Governo del centrodestra, mentre un’insegnante e uno studente esprimono dure critiche sulla riforma Moratti, non risparmiando però qualche frecciata al suo predecessore, Berlinguer. Quando, finalmente arriva Andrea Satta, dei Tetes de Bois, c’è spazio per altri interventi musicali e quando viene intonata “Vomito” la girotondina approva senza mezzi termini e coglie l’occasione per denunciare la pericolosità degli interventi normativi sulla giustizia degli ultimi anni, motivati spesso dalla necessità di tutelare alcuni potenti o i loro accoliti. La serata prosegue così, alternando denunce vere e brani del libro, dalla cui lettura si comincia a intuirne la trama e forse anche il quesito di fondo.
Nel libro si parla di un giornalista non più giovane ormai disincatato, orfano delle illusioni ideologiche che avevano trascinato molti nel dopoguerra e che ha paura di non svolgere in modo serio il proprio mestiere, perché ormai bisogna schierarsi con Berlusconi per fare carriera o contro per potersi dichiarare indipendenti. Ma c’è una soluzione per lui e per gli altri milioni di italiani ossessionati da questo quotidiano dilemma se Berlusconi sia il diavolo o l’acquasanta? E, se, metaforicamente ovviamente, venisse eliminato Berlusconi avremmo davvero risolto tutti i problemi oppure gli “indignati” continuerebbero a indignarsi comunque? Probabilmente la risposta non c’è neppure nel libro, ma forse bisognerebbe leggerlo fino in fondo – non importa se come saggio o se come romanzo - per mettersi nei panni di quel giornalista e cercare di capire se l’Italia è così per colpa di Berlusconi o se Berlusconi c’è perché l’Italia è così.


Tullio Berlenghi

1 marzo 2005

Cambiare assessore significa cambiare politica urbanistica?

Le polemiche che si innescano con la richiesta di dimissioni di un esponente dell’”esecutivo” sembrano a prima vista oziose e sterili. Spesso attengono al normale esercizio del proprio ruolo politico: l’opposizione, criticando l’operato dell’assessore, chiede le sue dimissioni; l’assessore, difendendo le proprie scelte e il proprio impegno, mantiene ben saldo il contatto tra la poltrona e l’epidermide dei propri glutei. Apparentemente quindi tutto inutile, se non per poter parlare un po’ di sé (ah, la visibilità in politica quanto è importante).
Ho molto riflettuto sull’opportunità che il nostro assessore all’urbanistica rassegni le proprie dimissioni dall’incarico e, pur condividendo ampiamente le critiche rivolte su come egli abbia fino ad ora interpretato il proprio incarico amministrativo (critiche che peraltro ho dettagliatamente formulato su queste pagine in un articolo di commento sulla proposta di variante al piano regolatore), mi sono convinto che sia più opportuno il mantenimento dello status quo.
So dell’apparente contraddizione di questa mia asserzione e cercherò di spiegarmi meglio. Trovo del tutto lineare e coerente l’atteggiamento dell’assessore all’urbanistica ed è perfettamente funzionale alla politica di governo del territorio di questa maggioranza. Una politica basata su un’enorme attenzione alle esigenze dei costruttori, su una sostanziale “tolleranza” degli abusi e delle irregolarità edilizie, su una conclamata indifferenza alle esigenze dei cittadini ed agli obblighi di legge in termini di servizi, verde pubblico, manutenzione viaria, opere di urbanizzazione e via discorrendo. Tra l’altro questa “filosofia” (sic!) urbanistica fa parte del DNA del centrodestra e bisogna dare atto ai nostri amministratori di essere tra i precursori di questo modus operandi: ne è riprova la presentazione di una proposta di legge (relatore on. Maurizio Lupi, Forza Italia) che prevede – di diritto – ciò che a Labico già avviene da anni – di fatto -. Ossia l’adozione dell’”urbanistica contrattata” – come è stata ineccepibilmente definita da un urbanista di calibro come Vezio De Lucia – che consiste in una sorta di mercimonio tra amministratori e costruttori (evitando così di ricorrere ad atti “autoritativi”, insolente termine per descrivere l’applicazione di criteri chiari ed omogenei) e la cancellazione dei cosiddetti standard urbanistici, che sono esattamente gli elementi di qualificazione di un piano urbanistico (piazze, giardini, scuole, parchi) e la cui realizzazione verrebbe infine lasciata al buon cuore (risic!) o al buon senso (strasic!) dell’amministrazione comunale.
Dubito che, cambiando unicamente l’assessore, avremmo una reale svolta nella politica urbanistica. Certo bisognerà continuare a sorvolare sul paradosso orwelliano di un assessorato all’urbanistica che, così come il ministero dell’ambiente guidato da Altero Matteoli (premio “Attila” del WWF e non certo per meriti ambientali), ricorda il ministero della pace nel “Grande Fratello” (che, infatti, si occupava di fare la guerra). Ma per il resto mi sembra tutto improntato ad una sostanziale coerenza politica, legittimata – come puntualmente ricorda chi è al governo – dal consenso popolare. Si tratta solamente di capire se e quanto durerà questo consenso, perché, come dice un vecchio adagio attribuito a Benjamin Franklin: «Puoi ingannare pochi per molto tempo, puoi ingannare molti per poco tempo. Ma non puoi darla a bere a tutti per sempre» e a Labico mi sembra si sia bevuto a sufficienza.

Tullio Berlenghi

Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia ultima avventura