Labico on Video

6 1 0: Difendiamo la nostra Valle

12 agosto 2014

Cosa c'entrano i bambini?



Oggi  è  il 70° anniversario della terribile strage di S. Anna di Stazzema. 70 anni fa i soldati tedeschi, con l’aiuto dei fascisti italiani, uccisero brutalmente 560 persone, tra cui 130 bambini. L’anno era il 1944 e l’Italia era in guerra. Uccidere era la norma. Per decidere che quell’eccidio era un crimine (contro l’umanità) sono stati necessari 60 anni. Già perché noi umani abbiamo anche la pretesa di credere che possano esistere delle regole in quel gioco disumano che chiamiamo “guerra”. Senza pensare che a giudicare le eventuali violazioni saranno i vincitori del conflitto, i quali useranno, per forza di cose, pesi e misure ben diversi da quelli che avrebbero usato gli sconfitti a parti invertite. Del resto l’attentato di via Rasella non era forse – agli occhi degli occupanti – un vile attentato terroristico? E la rappresaglia (ossia l’eccidio delle fosse ardeatine) non era una esemplare giustizia punitiva? Se la Germania avesse vinto il conflitto chi avrebbe giudicato i due episodi? E con quale verdetto? C’è forse bisogno di ricordare un altro massacro, quello di Sand Creek, in memoria del quale Fabrizio De André scrisse una delle sue più belle canzoni, per capire quanto sia importante essere dalla parte del vincitore per stabilire se sia stato commesso un crimine?
Avventurarsi in complessi confronti non è semplice e probabilmente non è necessario. E’ importante però ricordarsi del passato per giudicare il presente. Quando si parla della Palestina, ad esempio, si dà per scontato che tutte le ingiustizie commesse da Israele siano ormai “archiviate” (attacchi, occupazioni, deportazioni, ecc.), quindi si giudicano i fatti a partire da adesso (magari dimenticando le numerose, quanto timide, risoluzioni ONU). Se Hamas lancia un razzo è “giusto” che Israele reagisca, anche bombardando le civili abitazioni, trucidando civili innocenti, massacrando bambini. E’ il cosiddetto diritto alla difesa. Che diventa l’alibi per il più forte per massacrare il debole e l’indifeso (stiamo parlando della popolazione civile).
Non si possono cercare giustificazioni per gli attacchi di Hamas e il quadro è talmente intricato che sarebbe difficile trovare un modo per ricomporre una situazione in cui si sono accumulate ingiustizie su ingiustizie, ma lo strapotere militare israeliano (che gode anche dell’appoggio incondizionato di molti paesi occidentali) non lascia dubbi su chi avrebbe (volendolo) la possibilità di intraprendere sul serio la via della pace. La disparità tra le forze in campo è enorme e la risposta agli attacchi è sempre di gran lunga superiore all'entità ed alla pericolosità degli attacchi stessi, con la consapevolezza che il bersaglio è la popolazione civile. Ed ogni volta, in nome della difesa e della giustizia, si perpetra qualche nuova ingiustizia e si alimenta nuova disperazione e nuovo odio, portando ancora linfa ai conflitti. Il paradosso è che, in passato, la soluzione a questo genere di conflitti si è avuta prevalentemente grazie allo sterminio (come per alcuni popoli sudamericani) o alla completa sottomissione (come i nativi nordamericani). Certo, all’epoca non c’era l’ONU, che, pur con i suoi troppi limiti, rappresenta comunque un luogo dove si cercano di conciliare le contrapposizioni e le tensioni del panorama internazionale.

Resta il fatto che per chi governa la soluzione più semplice, più pratica, più immediata è quella del ricorso alla violenza e all’orrore. Già la guerra in sé è un crimine ed una resa della ragione, ma una guerra che vede come obiettivo chi, come i bambini, è “innocente” per definizione, è qualcosa di davvero abominevole. Ed è abominevole e ipocrita ogni tentativo di giustificare scelte criminali. A Sant’Anna di Stazzema come alle Fosse Ardeatine, a Sand Creek come a Gaza.

26 luglio 2014

#avevaragionesilvio

Che il nostro Paese stia vivendo un momento difficile, sul piano economico e sociale, mi sembra un dato difficilmente contestabile. Che questa difficoltà si superi con delle non meglio precisate riforme è possibile, ma tutt’altro che certo, anche perché – spesso – le riforme con cui si vorrebbe rilanciare l’economia, hanno il non trascurabile effetto collaterale di ridurre diritti e tutele. Che poi le riforme “necessarie” per risollevare le sorti dell’Italia siano quelle costituzionali è davvero tutto da dimostrare. Al di là della sua reale efficacia, lo spirito riformista sembra essere, chissà perché, un’intramontabile arma di seduzione di massa, brandita ogni volta con entusiasmo e convinzione e molte forze politiche e coalizioni hanno promesso ricette salvifiche basate su nuovi e più funzionali assetti del nostro sistema costituzionale. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’attuale presidente del consiglio, Matteo Renzi, che sta spingendo la sua proposta di riforma costituzionale con una veemenza davvero incomprensibile. Sia per il discutibile contenuto della proposta, sia per il metodo con cui si sta procedendo: si usa la forza dei numeri, con una propensione al dialogo vicina allo zero e giustificando l’esigenza con affermazioni del tutto prive di fondamento. In questi giorni ho spesso sentito frasi del tipo “E’ il paese che ce lo chiede”. “Gli italiani stanno aspettando le riforme” e via discorrendo. A fare queste affermazioni non è il Presidente del Consiglio nominato a seguito di una indiscussa vittoria alle elezioni, alle quali la sua coalizione aveva portato un programma di governo che conteneva esattamente “questa” proposta di riforma costituzionale. Premesso che anche così io avrei le mie perplessità - ché le regole non le può scrivere una parte (ancorché vincitrice alle elezioni), ma devono essere ampiamente condivise (soprattutto in considerazione del fatto che le regole devono essere un elemento di garanzia per tutti) - l’attuale presidente del Consiglio “non” ha vinto le elezioni (ad essere precisi era uscito anche sconfitto alle primarie). Non le ha vinte il suo partito e non le ha vinte la sua coalizione. In più la sua coalizione non è compattamente in maggioranza, ma una parte (segnatamente SEL) è all’opposizione e contesta questa proposta di riforma. Il suo partito ha condotto una battaglia elettorale contro una coalizione (PDL), una parte della quale è entrata in maggioranza (quindi con buona pace delle proposte programmatiche di entrambi) e tutti, dico tutti, risultano eletti in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale e con una ripartizione dei seggi alterata dal premio di maggioranza. Né l’ampia e indiscussa affermazione del PD alle elezioni europee può diventare il passepartout per fare qualunque cosa. Lo stesso Renzi aveva dichiarato – correttamente - che le europee non avevano una relazione diretta con la politica nazionale e che, in caso di insuccesso, avrebbe mantenuto la guida del governo.  Sicuramente il governo è stato rafforzato dall’ottimo risultato, ma questo non solo non lo rende onnipotente, ma non sana certo i numerosi vizi che ne hanno caratterizzato la genesi. In una situazione di questo tipo sarebbe comprensibile solo una riforma che metta d’accordo l’80 per cento del Parlamento. Non certo una riforma che si basa su un accordo segreto con un alleato quantomeno “imbarazzante” e che trova una ferma opposizione sia in una parte significativa dell’emiciclo, sia nel Paese (checché ne dicano Renzi e, purtroppo, i troppi media sensibili al potere).
Sempre a proposito del metodo, non dobbiamo dimenticare la precedente proposta di modifica costituzionale, che dieci anni fa un Berlusconi in gran spolvero (e corroborato da una solida maggioranza) impose con la forza al Parlamento, attirandosi le accuse e le critiche degli stessi che adesso usano le medesime armi per far passare le proprie scelte. Con la piccola differenza che Berlusconi le elezioni politiche le aveva vinte sul serio. Solo il referendum popolare permise la cancellazione di quella modifica costituzionale, così tanto criticata dall’allora centrosinistra. Quando Ciampi firmò la legge il coordinatore della segreteria DS, Vannino Chiti, dichiarò "Il fatto che il presidente della Repubblica abbia controfirmato la legge elettorale voluta dalla destra nulla toglie né alle critiche né ai rilievi che il centrosinistra ha sollevato né alle critiche severe di metodo" aggiungendo che "La destra, calpestando ogni regola di rapporto con l'opposizione si è confezionata una legge non pensando all'Italia ma ai suoi ristretti interessi".
Ma la critica era anche nel merito e se quella di Berlusconi era un attentato e quella di Renzi è la panacea di tutti i mali c’è qualcosa che non quadra. Perché, in tal caso, qualcuno deve avere cambiato idea, visto che adesso gli avversari dell’epoca sembrano andare d’amore e d’accordo. Proviamo a vedere alcuni punti della proposta, magari confrontandoli con quella di Berlusconi.
La prima differenza è all’articolo 55. Mentre Berlusconi riduceva il numero dei parlamentari in entrambi i rami del Parlamento - in ossequio alla bufala sui costi della politica, mentre la progressiva riduzione degli eletti è  soprattutto un taglio alla rappresentanza ed alla democrazia – lasciandoli entrambi elettivi, Renzi trasforma il Senato in un organo di rappresentanza di secondo livello, con l’evidente obiettivo di ridurre la rappresentanza diretta dei cittadini ed aumentare il potere degli eletti nelle autonomie locali (il suo ambito naturale di riferimento).  La logica è quella di avere pochi eletti con molte leve del potere e minori meccanismi di controllo. I doppi incarichi sono da sempre una delle più preoccupanti forme di inefficienza e creano sgradevoli cortocircuiti e conflitti di interesse. Chi svolge con scrupolo il proprio ruolo di eletto, anche se è un semplice consigliere comunale, non ha molto tempo per dedicarsi ad altro e una vera importante riforma sarebbe proprio quella di impedire i doppi incarichi. La riforma di Berlusconi prevedeva delle limitazioni, quella di Renzi, no.
Renzi lascia inalterato il numero dei deputati, mentre Berlusconi li avrebbe ridotti da 630 a 518. Come ho detto non mi entusiasma il principio, ma, sotto questo aspetto, quella riforma era più coerente. E addirittura riduceva l’età di eleggibilità a 21 anni. Un altro aspetto non disprezzabile della riforma berlusconiana era l’introduzione di una maggioranza qualificata per le modifiche regolamentari, proprio per evitare i colpi di mano di maggioranze prepotenti (ed è quello che dovrebbero pensare tutti quelli che si ritrovano ad avere in mano le leve del comando: una contrazione dei principi democratici potrebbe in futuro penalizzarli).
Per il resto, con modalità e meccanismi differenti, entrambe le riforme costituzionali puntano non tanto (o almeno non solo) alla governabilità – anche comprimendo i diritti dell’opposizione -, ma ad un quadro istituzionale verticistico in cui sempre meno persone decidono per tutti, il Parlamento viene ridotto ad un organo di ratifica delle decisioni assunte dal Governo e lo spazio per il dissenso (anche quello interno a partiti e coalizioni) e sempre più ristretto e soggetto a facili ricatti. Questo anche grazie ad una proposta di legge elettorale terribilmente simile a quella dichiarata incostituzionale che permette alle segreterie dei partiti di decidere i parlamentari.

Sappiamo che in politica si cambiano con una certa disinvoltura coalizioni ed alleanze e, con loro, si cambiano o, meglio, si ammorbidiscono idee e convinzioni. E il ventennio berlusconiano ci ha regalato un lento quanto inesorabile avvicinamento dei due schieramenti avversi e distanze che un tempo sembravano siderali adesso si sono praticamente annullate. Mi piacerebbe sentire solo qualcuno dei leader che dieci anni fa (un’era geologica in politica, mi rendo conto) tuonava contro la riforma costituzionale di Berlusconi (tra cui lo stesso Renzi, come evidenzia il Fatto di oggi) dire: "scusate, abbiamo sbagliato, in fondo le riforme di Berlusconi (e lo stesso Berlusconi) non erano poi così male", magari con un bell’hashtag: #avevaragionesilvio.

17 giugno 2014

Casilina: professione pericolo

Cammino distrattamente sul marciapiede che costeggia via Casilina. Alzo gli occhi e vedo sul marciapiede di fronte una giovane mamma con un passeggino. E’ ferma e probabilmente sta aspettando qualcuno.  E’ comprensibilmente tranquilla. E’ sul marciapiede di un tratto urbano e non dovrebbe avere ragione di preoccuparsi. Probabilmente non ha fatto caso alle decine di frammenti dell’automobile che nemmeno 24 ore prima si era andata a schiantare esattamente nel punto in cui è lei. Già, perché venerdì 13 giugno la via Casilina è stata teatro dell’ennesimo incidente stradale, in piena zona urbana e in prossimità delle strisce pedonali (peraltro invisibili, come dimostra chiaramente la foto) che quotidianamente decine di bambini attraversano per recarsi a scuola. Mi chiedo perché siamo così rassegnati a considerare una fatalità episodi come questo e mi chiedo quali siano le cause, sia della rassegnazione sia degli incidenti.
Le cause sono molteplici. In primo luogo c’è una subcultura dell’automobile, dalla quale non riusciamo a liberarci. L’automobile è diventata non solo il mezzo di trasporto irrinunciabile, anche in circostanze in cui le alternative sarebbero ragionevoli, ma è anche e soprattutto uno strumento di affermazione sociale del quale trascuriamo le potenzialità distruttive. L’automobile è un’arma che uccide ogni anno migliaia di persone, che noi utilizziamo con troppa superficialità, salvo poi attribuire al fato terribili disgrazie. In secondo luogo c’e l’incultura dei pubblici amministratori, incapaci di farsi carico davvero dei problemi di sicurezza legati alla mobilità. Autovelox che vengono installati col solo obiettivo di fare cassa e che quindi si disinteressano della riduzione dei pericoli sulle strade. Non è un caso che a Labico nessuno si sia preoccupato di realizzare sistemi passivi per la riduzione della velocità o per impedire i sorpassi all’interno dell’area urbana. Se si fosse fatto, il bilancio comunale avrebbe avuto un’importante entrata in meno. E così si sono perse importanti occasioni, possibili finanziamenti, progetti funzionali. L’ultimo intervento è stato realizzato una dozzina di anni fa, ampliando in modo insensato la sede stradale. Ricordo che qualcuno provò a fare presente al sindaco dell’epoca (lo stesso di adesso, peraltro) che l’intervento sarebbe costato molti soldi pubblici, ma che sarebbe aumentata l’insicurezza intrinseca della strada, perché l’allargamento della carreggiata aumenta la propensione degli automobilisti a velocità non compatibili con l’ingresso nell’area urbana. Gli si disse che forse, a parità di costo, sarebbe stato meglio, ad esempio, prevedere la realizzazione di una rotatoria. Il sindaco replicò ostentando grande autorevolezza – forte della sua totale incompetenza in qualsiasi materia, ma con’evidente eccellenza in quella della sicurezza stradale – e affermando che la rotatoria su una strada come la Casilina “non si poteva assolutamente fare”. Nel giro di pochi anni le rotatorie sono spuntate come funghi e adesso è il sindaco stesso a prometterle. Pochi anni dopo, sempre sulla Casilina, hanno rifatto i marciapiedi. Per insondabili ragioni in alcuni punti il marciapiede altro non è che la prosecuzione della sede stradale e gli automobilisti lo invadono con allegra disinvoltura, mettendo a repentaglio l’incolumità di chi vorrebbe percorrerlo con il mezzo più consono: i piedi. Evidentemente, anche in questo caso siamo vittime di una mentalità ottusa, secondo la quale quello che conta sono esclusivamente le automobili e non ci si preoccupa minimamente né del fatto che qualcuno potrebbe – per bisogno o per scelta – avere esigenze diverse di mobilità né, tantomeno, della necessità di spingere, in qualità di amministratori, verso forme di mobilità sostenibile. D’altronde è difficile sperare che un sindaco incapace di percorrere a piedi i 400 metri che separano casa sua dalla sede comunale, riesca semplicemente ad immaginare che esistano altre forme di locomozione oltre al suo SUV.
Visto che si parla di Casilina, provo a dare una risposta anche al segretario del PD locale, Benedetto Paris, che sembra ripercorrere con sempre maggiore convinzione la “cifra” politica dei suoi avversari locali (un po' meno a livello nazionale) e dimostra una certa allergia alle critiche, alle quali risponde con un attacco scomposto in cui mi addita come: ipocrita, illazionista, in malafede, disinformato ed egocentrico (ma potrebbe essermi sfuggito qualcosa).
Confermo la mia tesi, ossia che non bisognerebbe confondere un vero e proprio “dovere” amministrativo di un ente come la Regione, la quale è tenuta a garantire la corretta manutenzione e la messa in sicurezza di una strada come la Casilina con l’azione politica, sulla quale è legittimo orientare le scelte strategico-programmatiche. In un paese normale bisognerebbe scandalizzarsi per il fatto che su una strada così importante ci sono due tratti che vengono percorsi a senso unico alternato per il progressivo deterioramento della sede stradale dovuto all’incuria e la Regione dovrebbe correre rapidamente ai ripari e, al limite, scusarsi per i disagi e per i ritardi. Mentre, guarda caso proprio durante la campagna elettorale per le europee, ho registrato un entusiasmo decisamente eccessivo per una semplice “dichiarazione di buoni propositi” sulla sistemazione della strada.
Ben diverse sono le scelte strategiche che la Regione deve fare in tema di programmazione infrastrutturale, mobilità sostenibile, mobilità ferroviaria, governo del territorio, ecc. sulle quali non si chiedono certo raccomandazioni, ma si indicano delle priorità e delle linee di azione. Io, ad esempio, sono per la promozione della mobilità sostenibile e in quest’ottica ho sempre cercato di muovermi per il potenziamento del trasporto ferroviario (tra l’altro non mi risulta di aver convocato conferenze stampa o come si vogliano chiamare in quella circostanza), per una pianificazione territoriale più equilibrata e per contenere il consumo del suolo e per scelte infrastrutturali che non deturpino l’ambiente e il territorio (come, ad esempio, la devastante bretella Cisterna-Valmontone). Mi stupisce davvero che si metta sullo stesso piano questo ambito d’azione con banali doveri di gestione amministrativa.

Infine, inviterei Benedetto ad un approccio un po’ meno astioso. Ribadisco e rivendico il mio diritto ad esprimere il mio pensiero, anche quando suona come una critica (su questo ho dalla mia la Costituzione, almeno finché non verrà stravolta). Tra l’altro – così giusto per correggere un’inesattezza, certamente involontaria – non ho inviato a nessuno le mie riflessioni e le ho solamente pubblicate sul mio blog. Comunque nessun problema: l’illazionista rimango io.

22 maggio 2014

Buoi e asini cornuti a spasso sulla Casilina

Qualche settimana fa sui media locali era apparsa una notizia piuttosto sconcertante, ma che, avvezzi come siamo ai rodati meccanismi di una certa politica, non ha suscitato particolari perplessità. In pratica era stata organizzata addirittura una conferenza stampa per fornire le seguenti informazioni:
-         la via Casilina versa da anni in uno stato pietoso e necessità di consistenti interventi di manutenzione;
-         in Regione non se n’era accorto nessuno, ma grazie alle sollecitazioni di alcuni politici locali si sono resi conto della necessità di correre ai ripari;
-         hanno annunciato che quanto prima si provvederà e, all'uopo, sono state stanziate adeguate risorse pubbliche.
A quanto pare non era una simpatica burla, ma la tradizionale iniziativa di campagna elettorale, vista l’imminenza delle elezioni europee.  Evidentemente la locuzione “cambia verso” è solo uno slogan e non si applica al modello classico di ricerca del consenso basato su una sostanziale trasfigurazione del significato della politica e della pubblica amministrazione. Chi governa (o amministra), infatti, non dovrebbe svolgere le sue funzioni per dispensare piaceri o elargire concessioni. Forse (ma la formula dubitativa è d’obbligo) chi ha il compito di gestire una fondamentale arteria di comunicazione come la via Casilina (un’antichissima strada consolare romana, non una stradina di campagna) ha il “dovere” di mantenerne il manto stradale in condizioni adeguate, anche e soprattutto per ragioni di sicurezza. E pensare che sia necessaria la segnalazione perché si intervenga (mi correggo: perché si prometta di intervenire) è davvero sconfortante. Si può immaginare quanta fatica mi costi dare ragione ad Alfredo Galli che, in un successivo comunicato, ha spiegato che, da tempo, il comune segnalava l’esigenza di intervenire, ma, se le cose stanno come le racconta Galli, non basta che arrivi una segnalazione, ma è necessaria una vera e propria “raccomandazione”. Se la regione è guidata dal partito X, la segnalazione deve arrivare dal sindaco del partito X o dal segretario locale del partito X, altrimenti non viene presa in considerazione. Peccato che questa critica suoni un po’ come quella del famoso bue indirizzata all'amico asino. Come fa Galli a lamentarsi di questo modus operandi, visto che del diritto trasformato in favore ha fatto la sua ragione di vita politica? Del resto ricordiamo tutti perfettamente le opere “preelettorali”, comprese le asfaltature delle strade (ah, il contrappasso), prima di ogni elezione comunale, magari attraverso ordinanze sindacali urgenti, il cui unico requisito emergenziale era l’approssimarsi delle urne.
Forse, prima che la distruggano completamente (e qui, a quanto pare, i partiti di riferimento delle due fazioni sembrano essere “in grande sintonia”), bisognerebbe rileggersi alcuni passaggi della Costituzione, dove è scritto a chiare lettere che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore (art. 54) e che i pubblici uffici sono organizzati in modo che siano assicurati il buon andamento e la imparzialità dell'amministrazione (art. 97). E a Labico la parola “imparzialità” così vicina alla parola “amministrazione” suona come una beffa.

04 maggio 2014

Le bacchettate del Viminale

Sono diversi anni che sosteniamo che i conti pubblici labicani non tornano. Ad ogni sessione di bilancio abbiamo provato ad esprimere le nostre perplessità sull’approssimazione con cui vengono gestite le risorse pubbliche, sulle zone d’ombra dei bilanci, sull’incapacità di programmare le spese e sull’aleatorietà delle entrate. A Labico si è puntato tutto su una crescita edilizia, che, secondo le affermazioni degli amministratori, sarebbe dovuta essere il volano dell’economia labicana, ma che è servita solo a ridurre – in qualità e quantità – il livello dei servizi. In qualche modo, anche con qualche tocco di finanza creativa, si è però sempre riusciti a far quadrare i bilanci e a rimanere a galla. Fino a quando non è arrivata la stangata del sequestro dei depuratori, anch’essa figlia della mancanza di capacità di programmazione, che ha mandato in tilt conti e amministrazione. Sarebbe bastato un briciolo di coscienza per ammettere la propria inettitudine e lasciare finalmente la guida di un paese ormai allo sbando. Un commissario, una nuova giunta, un’amministrazione straordinaria, il tesoriere della bocciofila, Pippo, Pluto, nessuno. Qualunque altro soggetto sarebbe stato meglio degli amministratori che ci hanno portato al disastro. Invece no. A ben due anni dalla conclamata e certificata bancarotta labicana, il sindaco Galli - detto Vinavil per l’attaccamento (nel senso fisico-chimico del termine) alla poltrona – e la sua fedele compagine continuano a cercare di mantenere il controllo del timone, utilizzando qualunque strumento a disposizione.
Ed è così che, grazie ad una recente modifica del Testo Unico degli Enti Locali, è stata avviata una procedura denominata “piano di riequilibrio finanziario pluriennale”, altrimenti detta “predissesto”. Abbiamo già avuto modo di commentare la norma e ci limitiamo a dire che una definizione più calzante potrebbe essere “autodissesto”, visto che grazie a questa legge chi è causa dei guai per i cittadini può continuare a gestire i conti pubblici, scaricando proprio sui cittadini il costo della propria incompetenza. Non è certo il massimo, ma è comunque necessario che si predisponga un piano finanziario, che deve rispettare alcuni requisiti per ottenere il nulla osta del ministero dell’interno e della Corte dei Conti.
Quando abbiamo letto il piano redatto dagli uffici comunali, al netto delle perplessità di carattere metodologico, abbiamo rilevato anche diverse criticità nel merito del documento. Lo abbiamo scritto in alcuni articoli e lo abbiamo affermato a chiare lettere nell’iniziativa pubblica che abbiamo organizzato in piazza per spiegare ai cittadini cosa stava succedendo, senza che nessuno degli amministratori si degnasse di dare un’adeguata informazione ai cittadini. Ovviamente la risposta di Galli & C. è stata la solita alzata di spalle, accompagnata da affermazioni del tipo “noi pensiamo a lavorare, voi solo a criticare”.
Peccato che, puntuale, sia arrivata la risposta del Ministero dell’interno riguardante la richiesta di istruttoria. Anche al Ministero, a quanto pare, non hanno troppo rispetto per chi lavora e, avendo tempo da perdere in sterili critiche, hanno stilato numerosi rilievi. Vediamoli insieme:
·         In primo luogo viene confermata la stangata ai danni dei cittadini, con l’aumento delle tasse e dei tributi e con la riduzione dei servizi. In più si spiega che non bisogna fare i furbi con le date: il piano decennale decorre da quando viene approvato il Piano di riequilibrio in consiglio comunale, dal 2014, dunque e non dal 2013. La penitenza per i cittadini labicani terminerà dunque nel 2023.
·        Gli uffici del ministero contestano la disinvolta “autoriduzione” del debito da 5 milioni di euro a circa 3 milioni. In sostanza non è che uno possa affidare allegramente i lavori per determinati importi (con tanto di fatture) e poi decurtarli unilateralmente. La rideterminazione dei prezzi (peraltro tardiva) deve essere consensuale, altrimenti non può essere messa a bilancio.
·    Altri pasticci sono stati rilevati su voci passive del passato e infilate a casaccio nel calderone. La filosofia dei nostri amministratori è molto semplice: visto che dobbiamo ratificare il disastro, tanto vale metterci dentro tutti gli impicci, grandi e piccoli, del passato. Come quando si va dal carrozziere a sistemare l’automobile dopo un incidente e si cerca di sanare anche qualche vecchio graffio alla carrozzeria. Con il dettaglio che la macchina labicana è stata guidata per vent’anni da qualcuno che pensava di essere all’autoscontro.
·        Mancano le quantificazioni di diverse voci di spesa, così come mancano le quantificazioni della svalutazione dei crediti. Diciamo che l’ottimismo ha regnato sovrano durante la redazione del piano di rientro.
·   Qualche perplessità il Viminale l’ha espressa anche per quanto riguarda il personale e vengono espressi dei dubbi sulle modalità di calcolo. Il tutto senza sapere che a Labico si aggirano le norme per l’assunzione del personale attraverso il ricorso a società esterne. Forse bisognerebbe informarli su come stanno realmente le cose.
·         Il Ministero dell’interno dichiara senza mezzi termini “irragionevole” la destinazione delle entrate correnti agli investimenti, spostando il pagamento dei debiti ad esercizi futuri.
·     Anche la dismissione dei beni immobili è senza né capo né coda. Non si sa cosa si venda e quale sia il possibile incasso.
·        Gli aumenti di entrate sembrano basati più sull’ottimismo che su una concreta pianificazione. Forse per non far capire ai cittadini che arriveranno altre stangate?
·        Manca una documentazione che attesti l’effettività dei risparmi di spesa dichiarati. Dove intendono tagliare? A quali servizi dovremo rinunciare?
Al termine di questo corposo elenco di rilievi il Ministero ha invitato la nostra amministrazione ad inviare chiarimenti e correttivi, corredati da un’adeguata documentazione, tra cui accertamenti e riscossioni del servizio idrico integrato degli ultimi tre anni, nonché  il bilancio 2014. Se si pensa che quello del 2013 è stato fatto a novembre, possiamo solo immaginare lo sgomento di Galli e soci all’idea di dover predisporre il bilancio di previsione dopo nemmeno cinque mesi dall’inizio dell’esercizio finanziario. Al Viminale attendono una risposta entro la prossima settimana. Saranno ansiosi, e noi con loro, di vedere cosa saranno capaci di inventarsi i nostri amministratori.


Tullio Berlenghi e Maurizio Spezzano