Labico on Video

6 1 0: Difendiamo la nostra Valle

5 dicembre 2014

Come nascono le terre di mezzo?


L’intreccio tra affari, politica e criminalità organizzata scoperchiato a Roma dallo straordinario lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine mette in luce la principale debolezza del nostro Paese rispetto ai nostri partner europei: l’insofferenza – culturale, prima di tutto – alle regole ed alla trasparenza. Intervenire su questo aspetto sarebbe la vera grande “riforma” che permetterebbe di riallinearci agli altri paesi occidentali. Non la riduzione delle tutele per i lavoratori, non la cancellazione delle norme di salvaguardia ambientale, non certo le semplificazioni procedurali su appalti e opere pubbliche (che, anzi, facilitano illegalità e ruberie). Peccato che sia un intervento molto difficile, soprattutto da parte di quella politica che alimenta, almeno in parte, i propri consensi proprio grazie a meccanismi di gestione non proprio inappuntabile delle risorse pubbliche. E, attenzione, questo non significa necessariamente contiguità con pezzi di criminalità organizzata. Significa però creare le condizioni per contaminare un sistema istituzionale. All’inizio con piccole irregolarità che diventano sempre più gravi e sistematiche e che possono trasformarsi in veri e propri illeciti, dando vita alla fine ad un meccanismo in cui la violazione diventa norma e dal quale è difficile tornare indietro. E’ importante allora intervenire al primo segnale, perché non è necessario che le irregolarità abbiano rilevanza penale per creare distorsioni, sprechi ed iniquità. E, tantomeno, bisogna aspettare che vengano fuori collusioni con la mafia e la criminalità organizzata per gridare allo scandalo. Bisogna intervenire prima. Bisogna intervenire subito.
Ed è questa la ragione per la quale 5 anni fa abbiamo esaminato con molta attenzione il caso di un appalto pubblico a Labico, rilevando numerose anomalie. La storia è in parte nota e ne farò una brevissima ricostruzione. A novembre del 2009 venimmo a sapere dell’esistenza di una procedura d’appalto per i lavori di ampliamento della scuola media. L’importo, per un piccolo comune, era significativo. Si parla di qualcosa come 700mila euro, che però vennero “frazionati” nel bando di gara, forse per stare sotto la soglia di 500mila euro (opportunamente elevata dal Governo Berlusconi poco tempo prima) e potersi avvalere di una procedura ristretta (quindi soggetta a meno controlli). Nonostante la procedura ristretta rilevammo una serie inquietante di anomalie, delle quali mettemmo a conoscenza il sindaco di Labico, chiedendo di sospendere la procedura di gara. Né il sindaco di allora, Andrea Giordani, né il sindaco di oggi (all’epoca responsabile degli appalti pubblici), Alfredo Galli, ritennero che ci fossero delle irregolarità e fecero tranquillamente concludere il bando. A quel punto non potemmo fare altro che raccogliere l’intera documentazione, predisporre una dettagliata relazione e portarla all’esame del nostro gruppo politico per un’azione comune. La nostra ferma intenzione era quella di trasmettere tutto immediatamente alla magistratura affinché verificasse eventuali illeciti. Alcuni consiglieri ci hanno chiesto di aspettare per valutare se aggiungere la propria firma e siamo stati costretti ad attendere oltre un mese per poter depositare il fascicolo alla Procura della Repubblica di Velletri. Un mese durante il quale, a quanto pare, tutta la nostra documentazione è finita nelle mani di uno degli attuali imputati, facilitando eventuali strategie difensive.
Probabilmente questa vicenda è stata una delle cause della rottura della coalizione e il segretario del Partito Democratico di Labico ne ha, in seguito, preso pubblicamente le distanze.
In realtà le cose stanno un po’ diversamente, abbiamo dovuto aspettare qualche anno, ma, alla fine, a maggio di quest’anno, siamo venuti a sapere, poiché chiamati in qualità di testimoni al processo, che la magistratura aveva confermato la presenza di illeciti, avviato un’indagine e rinviato a giudizio alcune persone. Di tutto ciò era informato il sindaco di Labico, il quale, oltre ad essersi guardato bene dal rendere nota la vicenda, non si è neppure preoccupato di tutelare gli interessi economici della comunità che è chiamato ad amministrare, costituendosi parte civile. Sì, perché un reato contro la pubblica amministrazione vuol dire, verosimilmente, danno economico per la pubblica amministrazione. E nel nostro caso i conti sono presto fatti, basta leggere le carte processuali: l’appalto di 500mila euro l’ha vinto una ditta che ha fatto un ribasso di pochi punti percentuali, mentre sarebbe stato possibile un ribasso tra il 20 e il 25 per cento (come affermato dal responsabile di una ditta il cui nome era stato utilizzato per presentare una falsa domanda, al fine di raggiungere il numero minimo di offerte), con un risparmio di circa 100mila euro. Basta moltiplicare questo valore per tutti gli appalti per capire l’entità dello spreco di risorse pubbliche che può essere causato da una “maldestra” amministrazione.
Al processo abbiamo deciso di avvalerci della cosiddetta “azione popolare” che consente anche ai semplici cittadini di intervenire in sede penale in sostituzione della pubblica amministrazione inerte e costituirsi parte civile. In pratica ci siamo fatti carico noi (e a nostre spese) di quello che Galli & company non hanno voluto fare. Abbiamo chiesto anche ai nostri ex compagni di viaggio di unirsi in questa battaglia, ma – in coerenza forse con il cambio di rotta di due anni prima – hanno preferito non rispondere.
L’aspetto che accomuna questa vicenda a quella – indubbiamente ben più grave – che ha sconquassato la politica della Capitale - in un intreccio che vede coinvolti esponenti di spicco di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Partito Democratico – è che uno dei reati più contestati ai 100 tra indagati e arrestati dell’operazione “Terra di mezzo” è quello di “turbativa d’asta”, ossia lo stesso reato contestato agli imputati del processo labicano. La turbativa d’asta consente, in linea teorica, a soggetti estranei all’amministrazione di costruire un accordo per pilotare dall’esterno l’esito di un bando pubblico. E’ facile intuire che è molto difficile un’operazione di questo tipo senza nessun tipo di informazione che provenga dall’interno dell’amministrazione e, tantomeno, se – durante l’iter procedimentale – viene segnalata – come abbiamo fatto noi - la presenza di un’anomalia grave.
Come abbiamo avuto modo di dire in piazza, non crediamo che il nostro giudizio si debba basare esclusivamente su vicende che abbiano un rilievo penale e non ci interessa quale sarà l’esito del processo, perché la documentazione processuale dimostra in modo inequivocabile quello che noi abbiamo evidenziato sin dall’inizio: la regolarità dell’affidamento di quei lavori era fortemente incrinata da molteplici anomalie che non potevano certo attribuirsi al caso e questo ha comportato un esborso di soldi pubblici più elevato e minori garanzie di qualità di esecuzione dei lavori. La responsabilità – politica e amministrativa – per noi è già sufficiente per esprimere un giudizio negativo su chi ha permesso che ciò avvenisse. E un po’ di responsabilità – sempre politica – ce l’ha anche chi ha preferito tapparsi gli occhi di fronte all’evidenza. Ed è proprio chi si gira dall’altra parte, chi fa finta di niente, chi non vuole pestare i piedi a lasciare libero – più o meno consapevolmente – quello spazio dove si può insediare la “terra di mezzo”. Noi non ci siamo girati dall’altra parte.


Tullio Berlenghi e Maurizio Spezzano

6 novembre 2014

L'urlo di dolore

La nuova ondata di maltempo che si è abbattuta sull’Italia sembra quasi la risposta di un paese martoriato alla definitiva approvazione dello sblocca Italia, un mix di norme accomunate da un unico denominatore: la prevalenza degli interessi, degli affari e della speculazione sulla tutela del territorio, la difesa dell’ambiente, la sicurezza dei cittadini. Il paradosso è che uno degli argomenti a favore del decreto si basava proprio sul ricatto dell’esigenza di intervenire sulla messa in sicurezza del territorio. Peccato che di risorse per la prevenzione (ma anche per le emergenze) ce ne siano ben poche e non siano neppure stati stanziati i fondi promessi per Genova. Peccato soprattutto che il vero problema di chi governa è una mentalità chiusa e incapace di comprendere che l’unico intervento possibile non è quello di risolvere il problema dell’impermeabilizzazione e cementificazione con altro cemento per imbrigliare e incanalare canali, torrenti e fiumi. Servirebbe un approccio diverso, rispettoso della territorio, della natura e delle sue dinamiche. Certo altro cemento significa stanziamenti, appalti, speculazioni, interessi. Non è un caso che – indifferenti all'altra emergenza, quella delle tangenti e delle malversazioni, che ha colpito tutto il territorio nazionale, dal MOSE di Venezia alla ricostruzione dell’Aquila, passando dall’EXPO di Milano – nello sblocca Italia si allentino ulteriormente le maglie e i controlli sulle opere. Così, ancora una volta, con la scusa dell’emergenza sarà più facile violare le norme, affidare i lavori agli amici, fare la cresta sulla sicurezza e sulla qualità degli interventi. Salvo poi, alla prossima tragedia, essere tutti di nuovo in prima fila a battersi il petto. Ovviamente già pronti alla prossima spartizione.

12 agosto 2014

Cosa c'entrano i bambini?



Oggi  è  il 70° anniversario della terribile strage di S. Anna di Stazzema. 70 anni fa i soldati tedeschi, con l’aiuto dei fascisti italiani, uccisero brutalmente 560 persone, tra cui 130 bambini. L’anno era il 1944 e l’Italia era in guerra. Uccidere era la norma. Per decidere che quell’eccidio era un crimine (contro l’umanità) sono stati necessari 60 anni. Già perché noi umani abbiamo anche la pretesa di credere che possano esistere delle regole in quel gioco disumano che chiamiamo “guerra”. Senza pensare che a giudicare le eventuali violazioni saranno i vincitori del conflitto, i quali useranno, per forza di cose, pesi e misure ben diversi da quelli che avrebbero usato gli sconfitti a parti invertite. Del resto l’attentato di via Rasella non era forse – agli occhi degli occupanti – un vile attentato terroristico? E la rappresaglia (ossia l’eccidio delle fosse ardeatine) non era una esemplare giustizia punitiva? Se la Germania avesse vinto il conflitto chi avrebbe giudicato i due episodi? E con quale verdetto? C’è forse bisogno di ricordare un altro massacro, quello di Sand Creek, in memoria del quale Fabrizio De André scrisse una delle sue più belle canzoni, per capire quanto sia importante essere dalla parte del vincitore per stabilire se sia stato commesso un crimine?
Avventurarsi in complessi confronti non è semplice e probabilmente non è necessario. E’ importante però ricordarsi del passato per giudicare il presente. Quando si parla della Palestina, ad esempio, si dà per scontato che tutte le ingiustizie commesse da Israele siano ormai “archiviate” (attacchi, occupazioni, deportazioni, ecc.), quindi si giudicano i fatti a partire da adesso (magari dimenticando le numerose, quanto timide, risoluzioni ONU). Se Hamas lancia un razzo è “giusto” che Israele reagisca, anche bombardando le civili abitazioni, trucidando civili innocenti, massacrando bambini. E’ il cosiddetto diritto alla difesa. Che diventa l’alibi per il più forte per massacrare il debole e l’indifeso (stiamo parlando della popolazione civile).
Non si possono cercare giustificazioni per gli attacchi di Hamas e il quadro è talmente intricato che sarebbe difficile trovare un modo per ricomporre una situazione in cui si sono accumulate ingiustizie su ingiustizie, ma lo strapotere militare israeliano (che gode anche dell’appoggio incondizionato di molti paesi occidentali) non lascia dubbi su chi avrebbe (volendolo) la possibilità di intraprendere sul serio la via della pace. La disparità tra le forze in campo è enorme e la risposta agli attacchi è sempre di gran lunga superiore all'entità ed alla pericolosità degli attacchi stessi, con la consapevolezza che il bersaglio è la popolazione civile. Ed ogni volta, in nome della difesa e della giustizia, si perpetra qualche nuova ingiustizia e si alimenta nuova disperazione e nuovo odio, portando ancora linfa ai conflitti. Il paradosso è che, in passato, la soluzione a questo genere di conflitti si è avuta prevalentemente grazie allo sterminio (come per alcuni popoli sudamericani) o alla completa sottomissione (come i nativi nordamericani). Certo, all’epoca non c’era l’ONU, che, pur con i suoi troppi limiti, rappresenta comunque un luogo dove si cercano di conciliare le contrapposizioni e le tensioni del panorama internazionale.

Resta il fatto che per chi governa la soluzione più semplice, più pratica, più immediata è quella del ricorso alla violenza e all’orrore. Già la guerra in sé è un crimine ed una resa della ragione, ma una guerra che vede come obiettivo chi, come i bambini, è “innocente” per definizione, è qualcosa di davvero abominevole. Ed è abominevole e ipocrita ogni tentativo di giustificare scelte criminali. A Sant’Anna di Stazzema come alle Fosse Ardeatine, a Sand Creek come a Gaza.

26 luglio 2014

#avevaragionesilvio

Che il nostro Paese stia vivendo un momento difficile, sul piano economico e sociale, mi sembra un dato difficilmente contestabile. Che questa difficoltà si superi con delle non meglio precisate riforme è possibile, ma tutt’altro che certo, anche perché – spesso – le riforme con cui si vorrebbe rilanciare l’economia, hanno il non trascurabile effetto collaterale di ridurre diritti e tutele. Che poi le riforme “necessarie” per risollevare le sorti dell’Italia siano quelle costituzionali è davvero tutto da dimostrare. Al di là della sua reale efficacia, lo spirito riformista sembra essere, chissà perché, un’intramontabile arma di seduzione di massa, brandita ogni volta con entusiasmo e convinzione e molte forze politiche e coalizioni hanno promesso ricette salvifiche basate su nuovi e più funzionali assetti del nostro sistema costituzionale. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’attuale presidente del consiglio, Matteo Renzi, che sta spingendo la sua proposta di riforma costituzionale con una veemenza davvero incomprensibile. Sia per il discutibile contenuto della proposta, sia per il metodo con cui si sta procedendo: si usa la forza dei numeri, con una propensione al dialogo vicina allo zero e giustificando l’esigenza con affermazioni del tutto prive di fondamento. In questi giorni ho spesso sentito frasi del tipo “E’ il paese che ce lo chiede”. “Gli italiani stanno aspettando le riforme” e via discorrendo. A fare queste affermazioni non è il Presidente del Consiglio nominato a seguito di una indiscussa vittoria alle elezioni, alle quali la sua coalizione aveva portato un programma di governo che conteneva esattamente “questa” proposta di riforma costituzionale. Premesso che anche così io avrei le mie perplessità - ché le regole non le può scrivere una parte (ancorché vincitrice alle elezioni), ma devono essere ampiamente condivise (soprattutto in considerazione del fatto che le regole devono essere un elemento di garanzia per tutti) - l’attuale presidente del Consiglio “non” ha vinto le elezioni (ad essere precisi era uscito anche sconfitto alle primarie). Non le ha vinte il suo partito e non le ha vinte la sua coalizione. In più la sua coalizione non è compattamente in maggioranza, ma una parte (segnatamente SEL) è all’opposizione e contesta questa proposta di riforma. Il suo partito ha condotto una battaglia elettorale contro una coalizione (PDL), una parte della quale è entrata in maggioranza (quindi con buona pace delle proposte programmatiche di entrambi) e tutti, dico tutti, risultano eletti in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale e con una ripartizione dei seggi alterata dal premio di maggioranza. Né l’ampia e indiscussa affermazione del PD alle elezioni europee può diventare il passepartout per fare qualunque cosa. Lo stesso Renzi aveva dichiarato – correttamente - che le europee non avevano una relazione diretta con la politica nazionale e che, in caso di insuccesso, avrebbe mantenuto la guida del governo.  Sicuramente il governo è stato rafforzato dall’ottimo risultato, ma questo non solo non lo rende onnipotente, ma non sana certo i numerosi vizi che ne hanno caratterizzato la genesi. In una situazione di questo tipo sarebbe comprensibile solo una riforma che metta d’accordo l’80 per cento del Parlamento. Non certo una riforma che si basa su un accordo segreto con un alleato quantomeno “imbarazzante” e che trova una ferma opposizione sia in una parte significativa dell’emiciclo, sia nel Paese (checché ne dicano Renzi e, purtroppo, i troppi media sensibili al potere).
Sempre a proposito del metodo, non dobbiamo dimenticare la precedente proposta di modifica costituzionale, che dieci anni fa un Berlusconi in gran spolvero (e corroborato da una solida maggioranza) impose con la forza al Parlamento, attirandosi le accuse e le critiche degli stessi che adesso usano le medesime armi per far passare le proprie scelte. Con la piccola differenza che Berlusconi le elezioni politiche le aveva vinte sul serio. Solo il referendum popolare permise la cancellazione di quella modifica costituzionale, così tanto criticata dall’allora centrosinistra. Quando Ciampi firmò la legge il coordinatore della segreteria DS, Vannino Chiti, dichiarò "Il fatto che il presidente della Repubblica abbia controfirmato la legge elettorale voluta dalla destra nulla toglie né alle critiche né ai rilievi che il centrosinistra ha sollevato né alle critiche severe di metodo" aggiungendo che "La destra, calpestando ogni regola di rapporto con l'opposizione si è confezionata una legge non pensando all'Italia ma ai suoi ristretti interessi".
Ma la critica era anche nel merito e se quella di Berlusconi era un attentato e quella di Renzi è la panacea di tutti i mali c’è qualcosa che non quadra. Perché, in tal caso, qualcuno deve avere cambiato idea, visto che adesso gli avversari dell’epoca sembrano andare d’amore e d’accordo. Proviamo a vedere alcuni punti della proposta, magari confrontandoli con quella di Berlusconi.
La prima differenza è all’articolo 55. Mentre Berlusconi riduceva il numero dei parlamentari in entrambi i rami del Parlamento - in ossequio alla bufala sui costi della politica, mentre la progressiva riduzione degli eletti è  soprattutto un taglio alla rappresentanza ed alla democrazia – lasciandoli entrambi elettivi, Renzi trasforma il Senato in un organo di rappresentanza di secondo livello, con l’evidente obiettivo di ridurre la rappresentanza diretta dei cittadini ed aumentare il potere degli eletti nelle autonomie locali (il suo ambito naturale di riferimento).  La logica è quella di avere pochi eletti con molte leve del potere e minori meccanismi di controllo. I doppi incarichi sono da sempre una delle più preoccupanti forme di inefficienza e creano sgradevoli cortocircuiti e conflitti di interesse. Chi svolge con scrupolo il proprio ruolo di eletto, anche se è un semplice consigliere comunale, non ha molto tempo per dedicarsi ad altro e una vera importante riforma sarebbe proprio quella di impedire i doppi incarichi. La riforma di Berlusconi prevedeva delle limitazioni, quella di Renzi, no.
Renzi lascia inalterato il numero dei deputati, mentre Berlusconi li avrebbe ridotti da 630 a 518. Come ho detto non mi entusiasma il principio, ma, sotto questo aspetto, quella riforma era più coerente. E addirittura riduceva l’età di eleggibilità a 21 anni. Un altro aspetto non disprezzabile della riforma berlusconiana era l’introduzione di una maggioranza qualificata per le modifiche regolamentari, proprio per evitare i colpi di mano di maggioranze prepotenti (ed è quello che dovrebbero pensare tutti quelli che si ritrovano ad avere in mano le leve del comando: una contrazione dei principi democratici potrebbe in futuro penalizzarli).
Per il resto, con modalità e meccanismi differenti, entrambe le riforme costituzionali puntano non tanto (o almeno non solo) alla governabilità – anche comprimendo i diritti dell’opposizione -, ma ad un quadro istituzionale verticistico in cui sempre meno persone decidono per tutti, il Parlamento viene ridotto ad un organo di ratifica delle decisioni assunte dal Governo e lo spazio per il dissenso (anche quello interno a partiti e coalizioni) e sempre più ristretto e soggetto a facili ricatti. Questo anche grazie ad una proposta di legge elettorale terribilmente simile a quella dichiarata incostituzionale che permette alle segreterie dei partiti di decidere i parlamentari.

Sappiamo che in politica si cambiano con una certa disinvoltura coalizioni ed alleanze e, con loro, si cambiano o, meglio, si ammorbidiscono idee e convinzioni. E il ventennio berlusconiano ci ha regalato un lento quanto inesorabile avvicinamento dei due schieramenti avversi e distanze che un tempo sembravano siderali adesso si sono praticamente annullate. Mi piacerebbe sentire solo qualcuno dei leader che dieci anni fa (un’era geologica in politica, mi rendo conto) tuonava contro la riforma costituzionale di Berlusconi (tra cui lo stesso Renzi, come evidenzia il Fatto di oggi) dire: "scusate, abbiamo sbagliato, in fondo le riforme di Berlusconi (e lo stesso Berlusconi) non erano poi così male", magari con un bell’hashtag: #avevaragionesilvio.

17 giugno 2014

Casilina: professione pericolo

Cammino distrattamente sul marciapiede che costeggia via Casilina. Alzo gli occhi e vedo sul marciapiede di fronte una giovane mamma con un passeggino. E’ ferma e probabilmente sta aspettando qualcuno.  E’ comprensibilmente tranquilla. E’ sul marciapiede di un tratto urbano e non dovrebbe avere ragione di preoccuparsi. Probabilmente non ha fatto caso alle decine di frammenti dell’automobile che nemmeno 24 ore prima si era andata a schiantare esattamente nel punto in cui è lei. Già, perché venerdì 13 giugno la via Casilina è stata teatro dell’ennesimo incidente stradale, in piena zona urbana e in prossimità delle strisce pedonali (peraltro invisibili, come dimostra chiaramente la foto) che quotidianamente decine di bambini attraversano per recarsi a scuola. Mi chiedo perché siamo così rassegnati a considerare una fatalità episodi come questo e mi chiedo quali siano le cause, sia della rassegnazione sia degli incidenti.
Le cause sono molteplici. In primo luogo c’è una subcultura dell’automobile, dalla quale non riusciamo a liberarci. L’automobile è diventata non solo il mezzo di trasporto irrinunciabile, anche in circostanze in cui le alternative sarebbero ragionevoli, ma è anche e soprattutto uno strumento di affermazione sociale del quale trascuriamo le potenzialità distruttive. L’automobile è un’arma che uccide ogni anno migliaia di persone, che noi utilizziamo con troppa superficialità, salvo poi attribuire al fato terribili disgrazie. In secondo luogo c’e l’incultura dei pubblici amministratori, incapaci di farsi carico davvero dei problemi di sicurezza legati alla mobilità. Autovelox che vengono installati col solo obiettivo di fare cassa e che quindi si disinteressano della riduzione dei pericoli sulle strade. Non è un caso che a Labico nessuno si sia preoccupato di realizzare sistemi passivi per la riduzione della velocità o per impedire i sorpassi all’interno dell’area urbana. Se si fosse fatto, il bilancio comunale avrebbe avuto un’importante entrata in meno. E così si sono perse importanti occasioni, possibili finanziamenti, progetti funzionali. L’ultimo intervento è stato realizzato una dozzina di anni fa, ampliando in modo insensato la sede stradale. Ricordo che qualcuno provò a fare presente al sindaco dell’epoca (lo stesso di adesso, peraltro) che l’intervento sarebbe costato molti soldi pubblici, ma che sarebbe aumentata l’insicurezza intrinseca della strada, perché l’allargamento della carreggiata aumenta la propensione degli automobilisti a velocità non compatibili con l’ingresso nell’area urbana. Gli si disse che forse, a parità di costo, sarebbe stato meglio, ad esempio, prevedere la realizzazione di una rotatoria. Il sindaco replicò ostentando grande autorevolezza – forte della sua totale incompetenza in qualsiasi materia, ma con’evidente eccellenza in quella della sicurezza stradale – e affermando che la rotatoria su una strada come la Casilina “non si poteva assolutamente fare”. Nel giro di pochi anni le rotatorie sono spuntate come funghi e adesso è il sindaco stesso a prometterle. Pochi anni dopo, sempre sulla Casilina, hanno rifatto i marciapiedi. Per insondabili ragioni in alcuni punti il marciapiede altro non è che la prosecuzione della sede stradale e gli automobilisti lo invadono con allegra disinvoltura, mettendo a repentaglio l’incolumità di chi vorrebbe percorrerlo con il mezzo più consono: i piedi. Evidentemente, anche in questo caso siamo vittime di una mentalità ottusa, secondo la quale quello che conta sono esclusivamente le automobili e non ci si preoccupa minimamente né del fatto che qualcuno potrebbe – per bisogno o per scelta – avere esigenze diverse di mobilità né, tantomeno, della necessità di spingere, in qualità di amministratori, verso forme di mobilità sostenibile. D’altronde è difficile sperare che un sindaco incapace di percorrere a piedi i 400 metri che separano casa sua dalla sede comunale, riesca semplicemente ad immaginare che esistano altre forme di locomozione oltre al suo SUV.
Visto che si parla di Casilina, provo a dare una risposta anche al segretario del PD locale, Benedetto Paris, che sembra ripercorrere con sempre maggiore convinzione la “cifra” politica dei suoi avversari locali (un po' meno a livello nazionale) e dimostra una certa allergia alle critiche, alle quali risponde con un attacco scomposto in cui mi addita come: ipocrita, illazionista, in malafede, disinformato ed egocentrico (ma potrebbe essermi sfuggito qualcosa).
Confermo la mia tesi, ossia che non bisognerebbe confondere un vero e proprio “dovere” amministrativo di un ente come la Regione, la quale è tenuta a garantire la corretta manutenzione e la messa in sicurezza di una strada come la Casilina con l’azione politica, sulla quale è legittimo orientare le scelte strategico-programmatiche. In un paese normale bisognerebbe scandalizzarsi per il fatto che su una strada così importante ci sono due tratti che vengono percorsi a senso unico alternato per il progressivo deterioramento della sede stradale dovuto all’incuria e la Regione dovrebbe correre rapidamente ai ripari e, al limite, scusarsi per i disagi e per i ritardi. Mentre, guarda caso proprio durante la campagna elettorale per le europee, ho registrato un entusiasmo decisamente eccessivo per una semplice “dichiarazione di buoni propositi” sulla sistemazione della strada.
Ben diverse sono le scelte strategiche che la Regione deve fare in tema di programmazione infrastrutturale, mobilità sostenibile, mobilità ferroviaria, governo del territorio, ecc. sulle quali non si chiedono certo raccomandazioni, ma si indicano delle priorità e delle linee di azione. Io, ad esempio, sono per la promozione della mobilità sostenibile e in quest’ottica ho sempre cercato di muovermi per il potenziamento del trasporto ferroviario (tra l’altro non mi risulta di aver convocato conferenze stampa o come si vogliano chiamare in quella circostanza), per una pianificazione territoriale più equilibrata e per contenere il consumo del suolo e per scelte infrastrutturali che non deturpino l’ambiente e il territorio (come, ad esempio, la devastante bretella Cisterna-Valmontone). Mi stupisce davvero che si metta sullo stesso piano questo ambito d’azione con banali doveri di gestione amministrativa.

Infine, inviterei Benedetto ad un approccio un po’ meno astioso. Ribadisco e rivendico il mio diritto ad esprimere il mio pensiero, anche quando suona come una critica (su questo ho dalla mia la Costituzione, almeno finché non verrà stravolta). Tra l’altro – così giusto per correggere un’inesattezza, certamente involontaria – non ho inviato a nessuno le mie riflessioni e le ho solamente pubblicate sul mio blog. Comunque nessun problema: l’illazionista rimango io.