Labico on Video

Pedalando coast to coast

3 febbraio 2016

#andandofallendo

by Matteo Di Cocco
L’uso, sicuramente temerario, del doppio gerundio per affermare l’ineluttabile imminenza di una situazione catastrofica ha il sapore di una capitolazione. Questa paradossale vicenda delle “cartelle pazze” non è altro che l’imbarazzante epilogo della storia di un paese ostaggio – in parte consapevole e consenziente – di un potere troppo concentrato su se stesso per occuparsi concretamente ed in modo imparziale degli interessi della collettività. Un paese che negli ultimi vent’anni è andato sempre più alla deriva e nel quale l’inadeguatezza degli amministratori ha prodotto contemporaneamente disservizi e problemi di bilancio. E’ dal 2006 che segnaliamo in modo circostanziato ogni singola anomalia (e forse qualcuna ci è pure sfuggita) incontrando indifferenza e protervia. Dopo la questione dei depuratori (la cui responsabilità politica è evidente) non è stato difficile presagire il rischio del dissesto. Anche in quell’occasione la reazione di Galli fu caratterizzata dalla solita arroganza e, ancora una volta, sono volate le minacce di querele. Quello delle “cartelle pazze” è stato l’ultimo, disperato, tentativo di rimettere a posto le cose. E, in coerenza con tutta la passata gestione amministrativa, ancora una volta la maggioranza e la giunta si sono mossi con approssimazione e pressapochismo, puntando tutto sulle capacità salvifiche di un soggetto privato, che ha come obiettivo il proprio profitto. Il risultato è quello che conosciamo bene e che ha dato vita ad una serie di atti, missive, comunicati irragionevoli e contraddittori, che non hanno fatto altro che aumentare sempre più la confusione in una cittadinanza delusa e spaesata. Forse possiamo dire che l’era Galli si sta avviando mestamente (e non troppo onorevolmente) alla conclusione. L’implicita ammissione, da parte di Alfredo Galli, di avere portato il Paese sull’orlo del fallimento è un cambiamento epocale. Dopo anni di supponenza è arrivato il primo – timido e un po’ forzato – segnale di umiltà.  Se consideriamo che il termine, sul piano etimologico, viene da humus, terra - ossia qualcosa la cui cancellazione (attraverso il cemento) è stata alla base della sua fortuna politica – ci rendiamo facilmente conto della fatica che deve aver fatto. E non possiamo che apprezzarlo. Bentornato sulla terra, Alfredo.



Aggiungo una bella riflessione di Rosanna Pà in labicano (con tanto di traduzione):

La volete sape' la cosa che me piace de meno de tuttu stu bailamme labbicanu? La cosa che me piace de meno sò i sguardi spaesati della gente onesta. I sguardi de chi ha sempre pagato senza 'spettà j'urdemu giorno. I sguardi de chi 'n ci capisce gnente e s'è affidato a professionisti o ai conti degli uffici comunali. I sguardi de chi ancora non ha capitu se po' continuà a ritenesse 'na persona onesta o se è passatu dall'atra parte. I sguardi de chi se fida ancora de chello che dice "chi commanna" e pensa che ci stau 90 giorni de più pe' remmedia. I sguardi de chi "Quà sbagliu i saraio fattu, ma chesso è troppo" e de chi pagherà comunque perché è sempre stato rispettoso delle regole ma "Ssi 3000 euro i tenea da parte pe' j'urdemu viaggio ". Esso chesso proprio non me piace. Io i sbagli mié i metto a conto. Co' tutti i 'mpicci che tengo chisà quante vòti so' pagato tardi ('na vòta pure de più, dice 'na letterina verde) o me sò piersa 'na bolletta.....
Allora pe' i sguardi io ghiedo le scuse e tanta assistenza, non tieu da pagà nù centesimo se nonn'è dovuto.  Pe' chigli comme mì ghiedo i controlli tutti j'anni, controlli fatti da gente competente e macara pure dei paese così arméno i sòrdi remanenu qua. Pe' j'evasori "professionisti "..... Lascémo perde và.

Volete sapere cos’è che mi piace di meno di tutto questo bailamme labicano? La cosa che mi piace di meno sono gli sguardi spaesati della gente onesta. Gli sguardi di chi ha sempre pagato subito, senza aspettare l’ultimo giorno. Gli sguardi di chi non ci capisce niente e si è affidato a professionisti e ai conti degli uffici comunali. Gli sguardi di chi sta cercando di capire se può continuare a ritenersi una persona onesta è se è passato dall’altra parte. Gli sguardi di chi si fida ancora di ciò che dice “chi comanda” e pensa che ci sono 90 giorni in più per porre rimedio. Gli sguardi di chi “qualche errore lo avrò fatto, ma questo è troppo” e di chi pagherà comunque perché ha sempre rispettato le regole ma “questi 3000 euro li avevo messi da parte per il mio ultimo viaggio”. Ecco, questo proprio non mi piace. Io i miei errori li metto in conto. Con tutti i miei impegni, chissà quante volte ho pagato in ritardo (una volta ho pagato anche più del dovuto, secondo una letterina verde), quante volte ho perso le bollette…

Per gli sguardi spaesati io chiedo le scuse e l’assistenza per trovare la soluzione; non devono pagare un centesimo se non è dovuto. Per quelli come me chiedo che i controlli vengano fatti tutti gli anni, da personale competente, magari anche del paese, così, perlomeno, i nostri soldi restano qua. Per gli evasori “professionisti”… lasciamo stare, va’…

31 gennaio 2016

Che significa "famiglia naturale"?

Scena del film Shining
Sono sempre abbastanza attento all'uso dei termini che derivano dalla parola "natura", che riconduce all'idea di ambiente e di ecosistema. Lo sono per formazione, cultura, sensibilità. Anzi, l'importanza che attribuisco all'esigenza di riportare la natura al centro delle nostre azioni è talvolta oggetto di critiche, anche piuttosto aspre. La contrapposizione tra natura e progresso non ammette punti di mediazione. Il progresso assume un ruolo di dominio assoluto nelle scelte e diventa esso stesso sinonimo di benessere. La tutela dell'ambiente che ci circonda è solo marginale ed eventuale. Ogni critica ad un modello d sviluppo che rischia di peggiorare la qualità della nostra vita, danneggiare la nostra salute, contaminare l'ambiente in cui viviamo viene rispedita al mittente senza mezzi termini. E così città avvelenate dallo smog, discariche, inceneritori, pesticidi, cemento, consumo di suolo agricolo diventano tutti effetti collaterali inevitabili della nostra modernità. La natura? Sì, bella, ma non possiamo farle certo condizionare le nostre vite. Eppure cosa c'è di naturale nel mondo che abbiamo costruito? Sono forse naturali le convenzioni sociali? Lo sono i confini tra gli stati? Gli ordinamenti giuridici? O magari la chirurgia estetica?
Mi chiedo come sia possibile che siano proprio i portatori di una visione così fortemente antropizzata (ed antropocentrica) ad usare l'aggettivo "naturale" come l'unico ammissibile per qualificare correttamente la famiglia. E pretendere che ogni altra forma di legame, affetto, amore o semplice solidarietà sia bandita dalla nostra società perfetta ed incorruttibile. Salvo poi, una volta imposto un precetto così severo, ammettere molte deroghe - alcune esplicite, altre implicite) che permettono ai sostenitori di una presunta naturalità (solo per la famiglia e comunque tutta da dimostrare, visto che neanche in natura la darei per scontata) di prendersi qualche libertà (le famiglie così si allargano, cambiano forma, si moltiplicano).
Non sono in grado di stabilire quali possano essere le regole in un ambito così complesso come quello che riguarda le scelte di vita dei degli individui, i loro rapporti interpersonali, la loro sessualità, il "diritto" alla genitorialità (che, ad esempio, non credo si debba considerare un valore assoluto). Trovo però sconcertante che troppo spesso chi vorrebbe dettare regole ferree e inviolabili agli altri su questi temi non si faccia altre domande. Perché gli stessi che scendono in piazza per impedire a due persone dello stesso sesso di costruire un accordo sulla falsariga di quanto previsto dal titolo VI del libro primo del Codice civile non hanno remore a volere che si bombardino paesi e città, mietendo vite umane. Sono gli stessi che vorrebbero affondare i barconi dei disperati che fuggono da guerre di cui spesso noi siamo i mandanti. Sono gli stessi che si ricordano della Bibbia solo quando si tratta di difendere la presenza del crocifisso nelle scuole, ma se ne dimenticano quando potrebbero servire i concetti di rispetto e solidarietà. E quella vita, così sacra e pura quando si parla di feti o malati terminali, diventa improvvisamente sacrificabile quando appartiene a chi proviene dal posto sbagliato. Un posto che ci conviene rimanga povero per garantire a noi - e solo a noi - una ricchezza, un tenore di vita ed uno spreco di risorse che il mondo intero non potrebbe permettersi e che solo una profonda disuguaglianza (tutt'altro che biblica) rende possibile. Entrambi gli atteggiamenti (l'imposizione della propria morale e la negazione dei diritti umani) sono descrivibili con un unico termine: "egoismo". Egoismo nello stabilire che gli altri debbano conformarsi alla nostra particolare idea di di famiglia ed egoismo nella costruzione di un mondo che si divide tra oppressori ed oppressi. Cosa ci sia di "naturale" in tutto questo non è dato sapere. 

24 gennaio 2016

Tutti pazzi per le cartelle pazze



Breve ricostruzione storica delle vicende labicane.

Riassunto delle puntate precedenti.

Prima parte. La serenità. Labico era un tranquillo borgo dell’hinterland romano, con un piccolo centro storico dove bar ed esercizi commerciali vivevano dignitosamente e c’erano persino un’edicola e la biblioteca. Il panorama era molto bello e verde e i servizi erano abbastanza proporzionati rispetto al numero degli abitanti.
Seconda parte. Il progresso. Poi sono arrivati gli strateghi del progresso, i quali hanno deciso che bisognava dare più ricchezza al Paese. Per farlo era necessario spalmare di cemento l’intero territorio. Tutti ne avrebbero giovato. Così, dopo pochi anni la popolazione labicana è quadruplicata. Non i servizi, però, che si sono rivelati inadeguati all’aumentato numero degli abitanti. E anche le attività commerciali del centro storico anziché aumentare sono diminuite. Ha chiuso persino l’edicola e la biblioteca è diventata virtuale. Persino i dipendenti comunali sono diminuiti e le cose vanno molto peggio di quando è iniziata l’era dello sviluppo. Per quanto riguarda la ricchezza, se è arrivata ne hanno beneficiato in pochi, perché né i labicani vecchi, né quelli nuovi hanno mutato il proprio tenore di vita, anzi si sono ritrovati in quartieri nuovi di pacca del tutto privi di quello che la legge prescrive per le nuove urbanizzazioni. Niente marciapiedi, illuminazione insufficiente, parcheggi inadeguati, aree verdi finte, piazze mai realizzate e via dicendo.
Terza parte. I problemi. Non tutte le mancanze sono passate inosservate e ad un certo punto qualcuno si è accorto che il quadruplo delle abitazioni significava avere anche il quadruplo degli abitanti il quadruplo degli abitanti significava quadruplicare la quantità di deiezioni che finivano nella rete fognaria (già malandata di suo) e poi nei depuratori. Ma, in fondo, chissenefrega, avranno pensato da qualche parte. Depurate o no le nostre deiezioni da qualche parte finiranno. Purtroppo però in Italia ci sono delle leggi di tutela dell’ambiente e della salute che impongono di trattare correttamente gli scarichi. Non rispettarle è un reato e, in effetti, la magistratura ha aperto un fascicolo e individuato ben tre ipotesi di reato. Una delle conseguenze è stato il sequestro dei depuratori, con una serie di costi aggiuntivi che sono – ovviamente – ricaduti nelle tasche dei cittadini.
Quarte parte. Il caos. Il Comune si è così ritrovato molto vicino al dissesto finanziario. Sarebbe stata l’unica via di uscita accettabile. Forse non proprio onorevole, ma almeno dignitosa. Abbiamo mandato in fallimento un Paese, ne prendiamo atto e ce ne torniamo a casa. No, le poltrone (e i relativi stipendi), ancorché non più troppo confortevoli, non si lasciano facilmente e così i nostri amministratori hanno elaborato un bel piano decennale di rientro. Inutile che vi spieghi chi ha combinato i guai e chi si ritrova a pagarli. Nel piano di rientro è previsto, oltre ad aumentare al massimo tutte le tasse e le tariffe, il più ampio recupero possibile delle imposte non versate. Anche su quelle probabilmente non si è lavorato benissimo in passato (fioccano eufemismi) e quindi è ragionevole pensare che ci sia un tasso di evasione più elevato che altrove e quindi si può pensare ad un recupero. E come si fa il recupero?  A rigor di logica si può ipotizzare un piano di rientro graduale, non vessatorio e che si basi sulla predisposizione  di uno studio accurato, attraverso l’incrocio di tutte le banche dati, grazie alle quali ricostruire l’entità esatta dell’intero patrimonio immobiliare e del gettito che dovrebbe derivarne (tra l’altro questa richiesta l’avevamo fatta in passato, anche per valutare l’opportunità di dare vita alla nuova colata di cemento prevista dalla variante al piano regolatore). E’ stato fatto? No. Si è affidato un lavoro ad una non meglio precisata società che basa il suo business proprio sulla quantità delle somme recuperate (anche se non necessariamente dovute) e può stupire fino ad un certo punto che sia partita una richiesta spaventosa di tasse. Se io prendo una percentuale su quanto recupero mi conviene puntare alto e sperare che il cittadino – che magari si è perso la ricevuta del pagamento o non ha tempo o modo di contestare l’addebito – preferisca pagare e non porsi altri problemi. Insomma c’è tutta una evidente concatenazione di errori, la cui responsabilità è chiarissima e le cui conseguenze in termini economici sono purtroppo altrettanto chiare. Chi amministra sbaglia e porta il paese al collasso finanziario e chi viene amministrato paga. E deve anche tacere, perché altrimenti arrivano le minacce di denuncia.

E veniamo ai giorni nostri. Agli ultimi dieci per l’esattezza e andiamo a vedere in che modo l’Amministrazione si sta occupando della gestione del caos (che non è un meteorite arrivato chissà da dove), attraverso le sue cosiddette “comunicazioni istituzionali”, dalle quali trapela una certa schizofrenia.
Nella prima comunicazione -  del 12 gennaio, firmata dal responsabile del dipartimento – si comunica semplicemente un numero di telefono per eventuali chiarimenti.
La seconda, del 13 gennaio, firmata da Scaccia e Galli, parla della necessità di realizzare “realizzare una sostanziale equità contributiva e una diminuzione della pressione fiscale” (un moto d’ilarità sarà venuto anche a loro quando l’hanno scritto?), per poi affermare che si sono accorti adesso (governano da appena vent’anni) che da soli non ce la fanno e quindi si devono rivolgere ad un soggetto terzo e che comunque “nessun contribuente sarà chiamato a versare al Comune un euro in più o in meno di quanto effettivamente dovuto” (mentendo spudoratamente visto che sono centinaia gli errori riscontrati fino ad ora). Poi si arrovellano in una tesi piuttosto ardita: da un lato i cittadini labicani “nella stragrande maggioranza, sono persone oneste e coscienziose, rispettose della legge e animate da profondo spirito di appartenenza alla collettività”, ma dall’altro è stato accertato un “apprezzabile livello di evasione”  e di conseguenza i cittadini in debito con il comune devono comprendere “di aver agito non solo contro la legge ma anche a danno della comunità di cui fanno parte”. In sostanza a Labico convivono due maggioranze: una di persone oneste, l’altra di malviventi (in effetti, a vedere la situazione del bilancio, si capisce che qualche problemino a far di conto ce l'hanno). Il terzo comunicato, del 18 gennaio, con la generica firma sindaco e amministrazione, è  tutto un arzigogolo senza né capo né coda. In effetti i cittadini “giustamente lamentano errori commessi” e pertanto si sentono in dovere di porgere “le più sentite scuse”, però bisogna capire che “le banche dati del Comune non sempre sono aggiornate” (un lavoro fatto coi piedi, vogliamo dirlo?). Poi aumentano la confusione su chi ha la responsabilità di cosa, perché sì è la società, ma il recupero è gestito direttamente dal Comune (che però non ce la fa, quindi ci vuole pazienza). In ogni caso hanno già chiesto alla società di rimediare agli errori fatti (peccato che dovranno essere i cittadini a farlo notare, perché da soli mica se ne accorgono).  Si fa un bel riferimento – non guasta mai – al “fondamentale e imprescindibile obiettivo di favorire la crescita e lo sviluppo del nostro Paese” (del resto si è dimostrato un bel vantaggio finora). Il terzo comunicato termina con una bella minaccia nei confronti di chi osa criticare l’amministrazione e che sfrutta questa vicenda per fare politica (è buffo che chi vive di politica da tempo immemore riesca a connotare negativamente una parola che di per sé dovrebbe avere invece una valenza positiva).
Infine arriva il comunicato del 20 gennaio (stavolta con i nomi e cognomi di tutta la giunta). L’amministrazione ci informa di avere incontrato la società e contestato “duramente il lavoro sino ad oggi svolto, chiedendo ai responsabili di porre immediato rimedio alle incresciose situazioni verificatesi in questi ultimi giorni, pena la risoluzione anticipata del contratto”. Gliele hanno cantate come si deve a quei lestofanti. Però hanno deciso, sempre nell’interesse del Paese, ci mancherebbe, di mantenere in piedi lo straordinario accrocco messo su, sperando di riuscire a trovare una o due cartelle fatte come si deve.
Ovviamente non manca la parte di autocelebrazione in cui si dichiarano “amministratori seri, onesti e scrupolosi” che perseguono l’obiettivo di una “sostanziale equità fiscale” e di “migliorare i servizi resi alla popolazione”  (lì persino loro non dovrebbero fare troppa fatica, vista la loro modesta qualità attuale). Poi la nota informativa prende una piega non proprio istituzionale e, dopo una breve lettura del quadro politico labicano, termina con una frase che trovo interessante per vari motivi:
“Vogliamo concludere prendendo in prestito alcune delle parole uscite sulla rete, utilizzate da un autorevole cittadino labicano che critica l’operato di questa amministrazione, al quale ovviamente replichiamo dissentendo: chi amministra non ha alcun diritto di essere un pessimo amministratore, ma chi viene amministrato non ha alcun diritto di fare il furbetto a danno dei suoi consociati”.

Lanciamoci in un’esegesi del testo. Intanto si usa il sito istituzionale per una replica tutta politica (loro possono farla, la politica). Correttezza avrebbe voluto che si utilizzasse il sito di Rinnovare per Labico o la pagina facebook del sindaco o un qualunque altro strumento di informazione che non fosse del Comune, ossia di tutti. Vabbè lo stile, come il coraggio di Don Abbondio, uno non è che se lo può dare. Poi nella piccata risposta (mica si può dire ad un amministratore che è un pessimo amministratore solo perché ha portato il Paese sull’orlo della bancarotta, suvvia) si afferma che non si ha il diritto di fare i furbetti a danno degli altri cittadini. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un trucco dialettico per fare sembrare che la velata accusa di evasione si riferisca proprio a quel cittadino che ha osato criticarli apertamente. Magari ce lo spiegheranno nel prossimo comunicato istituzionale. Noi aspettiamo fiduciosi.

23 gennaio 2016

Dagli al ciclista

E’ da troppo tempo che leggo con preoccupazione pagine, post, commenti che additano la presenza dei ciclisti sulla strada come uno dei mali che affliggono l’umanità. Tutto si basa su un assioma non detto, ma che in qualche modo sembra avere fatto breccia nella nostra cultura: le strade appartengono ai veicoli a motore, gli altri utenti della strada sono a malapena tollerati, ma non devono recare disturbo. Una particolare acrimonia riguarda la  categoria dei ciclisti, gli unici a cui non viene perdonato nulla. Ma davvero i ciclisti rappresentano un “problema” per chi si muove in automobile? Quanti preziosi minuti perde davvero un automobilista, che so, durante un anno di guida della propria automobile? Certo non si può dire che i ciclisti urbani facciano perdere tempo agli automobilisti, anzi, casomai è vero il contrario: ogni bicicletta sulla strada urbana significa un’automobile in meno che circola, meno inquinamento e un parcheggio libero in più. Eppure quando si è incolonnati nel traffico non si pensa che la “colpa” sia delle automobili, perché significherebbe ammettere la propria responsabilità. Eppure, se ci capita di incrociare un ciclista nei pochi metri in cui riusciamo ad accelerare un po’ (fino al successivo semaforo, ovviamente) abbiamo la sensazione di aver perso  secondi preziosi… E per quanto riguarda i ciclisti che troviamo sulle strade extraurbane? Quelli sono censurabili senza appello. Intanto è evidente che loro non stanno facendo nulla di utile, in quanto ciclisti. Certo, magari noi ce ne stiamo andando al centro commerciale a fare la nostra “passeggiata” o stiamo andando a pranzo da amici. Ma a condannare il malcapitato ciclista è il fatto che lui in tutta evidenza sta utilizzando la sede stradale per svago. E questo lo trasforma in un utente della strada di serie B, il quale deve rispettare non solo le regole del Codice della Strada, ma anche altre regole non scritte che abbiamo deciso noi. E quindi se non sta attaccato al bordo della strada viene subito aggredito a colpi di clacson, per poi essere superato rombando e lanciando invettive. Ovviamente tutto questo rigore non si applica alla propria personalissima interpretazione del Codice della Strada. Infatti non si pretende che un automobilista tenga la ruota di destra ad un millimetro dalla striscia longitudinale che delimita la carreggiata, così come non si pretende che rispetti i limiti di velocità, né ci si scandalizza se parcheggia in divieto di  sosta o in doppia fila (quello sì che aumenta la congestione e rallenta il traffico).
Il vero problema è che ci si sente autorizzati ad imporre le proprie – personalissime – regole anche con la legge del più forte, che sulla strada è la legge del più grosso e più veloce. Senza pensare che in questo modo si mette a repentaglio la vita di una persona. Superare un ciclista sfiorandolo a pochi millimetri è una pericolosissima prepotenza che non può essere giustificata da un suo eventuale comportamento scorretto. Così come l’essere protetti da una robusta carrozzeria non ci autorizza a non dare loro la precedenza o a tagliare la strada in curva alle bici. Sono comportamenti che purtroppo si verificano molto frequentemente. Con la differenza che quando
un ciclista commette un’irregolarità (per carità non è una categoria di santi e neanche loro sono sempre rispettosi delle
norme) è il primo a pagarne le conseguenze, mentre quando l’irregolarità la commette l’automobilista a pagarne le conseguenze spesso è la cosiddetta “utenza debole” della strada. I diecimila pedoni uccisi negli ultimi anni in Italia da chi sono stati uccisi? Dai ciclisti forse? No, dai conducenti di veicoli a motore (in maggior parte automobili), in buona parte dei casi per non aver rispettato le strisce pedonali.

Nonostante queste banalissime e persino ovvie considerazioni, la campagna di intolleranza sui social network nei confronti dei ciclisti assume toni sempre più accesi. Ho letto molte, troppe, volte affermazioni di persone pronte a “mettere sotto” i ciclisti indisciplinati (“così imparano”) o, nei casi più gentili, ad affiancarli “sgasando” copiosamente per ripristinare la gerarchia stradale. Questo avvilente dibattito, con la giustificazione della riaffermazione con la forza dei propri (presunti) diritti, innesca una spirale pericolosa. Ognuno di quelli che – magari anche in modo scherzoso – condivide pagine o post che inneggiano alla giustizia sommaria nei confronti dei ciclisti (la cui colpa spesso è solo quella di circolare sulle strade, di esistere, in pratica) alimenta più o meno consapevolmente un clima di aggressività inaccettabile. Perché sappiamo tutti che la gran parte delle minacce sono parole al vento, però non dobbiamo dimenticare che la percentuale di coglioni è tutt'altro che irrilevante. Lo dimostra l’omicidio (non parliamo di incidente, si ipotizza l’omicidiovolontario) di ieri in provincia di Lecce. Pensateci bene prima di condividere l’ennesimo post contro i ciclisti.

19 gennaio 2016

E’ arrivata la sveglia

E’ almeno dalla fine degli anni ’80 che le cose si sono incanalate in questa direzione. Era il periodo dove le parole “sviluppo”, “crescita”, “progresso” venivano pronunciate da amministratori tanto boriosi quanto incompetenti. La trasformazione di un piccolo borgo alle porte di Roma in periferia metropolitana è iniziata così. Certo, l’espansione edilizia non è stata accompagnata dai promessi vantaggi per la piccola economia locale – esclusi i pochi che si sono arricchiti con le speculazioni fondiarie – e paradossalmente il livello e la qualità dei servizi si è persino ridotta, così come gli esercizi commerciali quasi completamente scomparsi dal centro storico. A fronte di una popolazione triplicata è diminuito il numero dei dipendenti comunali, i servizi e le infrastrutture sono rimasti pressoché invariati e in alcuni casi sono diventati inadeguati per le nuove esigenze e tutte le nuove zone hanno criticità enormi. La politica edilizia ha tenuto principalmente conto delle esigenze dei costruttori e non si è preoccupata di rispettare una corretta pianificazione urbanistica. Spesso sono stati realizzati immobili con destinazioni d’uso reali difformi da quelle risultanti sulla carta (locali commerciali inseriti all’interno di civili abitazioni, garage sulla carta ma soggiorni di fatto, ecc.). Tutte cose piuttosto note e che è difficile immaginare che gli amministratori ignorassero. Né si erano mai preoccupati del fatto che gli immobili venissero venduti tranquillamente ancorché privi del certificato di agibilità, tema sul quale avevo inutilmente cercato di sollecitare l’amministrazione in passato. Siamo andati avanti per oltre vent’anni in una situazione in cui la svendita del territorio non stava neppure portando un ritorno in termini di entrate per le casse comunali, né per gli oneri di urbanizzazione (scomputati a favore di opere fantasma) né per le tasse sugli immobili (almeno in misura sufficiente a coprire l’aumento dei costi dei servizi).
E probabilmente le cose sarebbero andate avanti ancora così se – sempre grazie all’incapacità di chi amministra – non ci fossimo trovati, a seguito del sequestro dei depuratori (inadeguati a far fronte all’enorme aumento della popolazione), un debito da pagare di diversi milioni di euro e ad un passo dalla bancarotta. A questo punto l’Amministrazione si è accorta che l’unica soluzione era quella di ricordarsi che esiste un patrimonio immobiliare sul quale l’imposizione fiscale era stata, come dire, trascurata. In fretta e furia si è dato mandato ad una società per fare quello che non era stato fatto in vent’anni e per recuperare più soldi possibile (la corsa di fine anno era motivata dall’esigenza di includere l’anno 2009). Peccato che, a far e in fretta, le cose non riescano particolarmente bene e ci siamo trovati di fronte alla pioggia, all’acquazzone, alla bufera delle cartelle esattoriali. Secondo i dati forniti a Maurizio Spezzano, che è andato a d informarsi presso il comune, il numero delle lettere inviate ammonta ad oltre 9mila. In media una e mezza a labicano, compresi i neonati. L’importo complessivo che il comune ritiene di recuperare è di quasi 12 milioni di euro. In sostanza, sempre contando anche i neonati, in media ogni cittadino labicano avrebbe un debito di 2mila euro verso il comune. Sarebbe un vero e proprio evasore. E non lo diciamo noi, per fare terrorismo, come afferma la precisazione del sindaco, che quando si vergogna di quello che combina non mette nome e cognome in calce al comunicato istituzionale.
Le frasi del primo comunicato dell’amministrazione sono abbastanza chiare. Si parla di un “accertato e apprezzabile livello di evasione”. E, poche righe dopo, si chiede che i cittadini “comprendano di aver agito non solo contro la legge ma anche a danno della comunità di cui fanno parte”. Non è stata quindi l’amministrazione a creare le premesse per una situazione di così ampia portata, ma i cittadini che agiscono contro la legge. Salvo poi affermare che la stragrande maggioranza dei cittadini sono persone oneste e coscienziose. Quindi rimane da capire come è possibile che in una comunità di 6mila anime, vi sia una minoranza così irrispettosa della legge da riuscire a ricevere ben 9583 avvisi di pagamento.

La seconda comunicazione è altrettanto interessante. L’intento è quello di tranquillizzarci e di questo siamo tutti molto lieti. Il presupposto è che le banche dati del Comune (amministrato da loro dal secolo scorso) “non sempre sono aggiornate” (eufemismo per dire che non ci stanno capendo nulla), che “si è provveduto ad annullare e rettificare diversi provvedimenti viziati da errori” e che “sono in corso di notificazione numerosi atti di annullamento degli avvisi precedentemente notificati”. Insomma vi è arrivata una roba da pagare, ma può darsi che non la dobbiate pagare. Forse vi arriverà una notifica di annullamento o forse no. Ma, insomma, devo pagare? Boh! Non si sa. L’unica cosa certa è che chi lavora dovrà prendere un giorno di ferie o di permesso per andare a cercare di capirci qualcosa. Immancabile, al termine della comunicazione, l’ormai abituale intimidazione nei confronti di chi osi criticare sua maestà, con la rituale minaccia di denuncia alla Procura della Repubblica. Perché chi amministra ha il pieno diritto di essere un pessimo amministratore, ma chi viene amministrato non ha alcun diritto di farglielo notare.