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Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia prossima avventura

2 dicembre 2016

Bufale e altri animali fantastici

La propaganda politica è spesso accompagnata da slogan fantasiosi, da informazioni ingannevoli e, purtroppo, da vere e proprie bufale. Nel turbine della comunicazione ultraveloce del terzo millennio qualunque falsa notizia venga lanciata in rete rischia di propagarsi in pochi istanti contribuendo ad avvelenare e intorbidire un dibattito che già non sta brillando per serietà e chiarezza di informazioni. Il vero problema è che non si possono mettere sui due piatti della bilancia bufale di dubbia provenienza che magari vengono rimbalzate con entusiasmo dai sostenitori fideistici di una o dell’altra parrocchia e bufale “istituzionali” provenienti da esponenti autorevoli e riconosciuti delle forze politiche e sociali in campo. Ad esempio gira una bufala a favore del NO sulla presunta perdita di sovranità che questa riforma costituzionale comporterebbe. Non so chi sia la fonte, ma di sicuro non è un’affermazione di Zagrebelsky, di Smuraglia o della Falcone. Quella bufala è una sciocchezza priva di fondamento e che alla fine rischia di danneggiare la credibilità di chi sta cercando di costruire l’opposizione a questa riforma basandosi sull’analisi puntuale dei suoi contenuti e sui possibili scenari che comporterebbe. Di peso ben diverso è invece la bufala sulla scheda elettorale del Senato. La fonte, in questo caso, è la più autorevole che il fronte del SI possa mettere in campo: il presidente del Consiglio, segretario del partito che propone la riforma (l’unico partito, tra quelli che si sono presentati alle politiche del 2013, a favore del SI), onnipresente imbonitore televisivo nella estenuante propaganda referendaria. In più è stata ripresa dal sito ufficiale del SI (www.bastaunsi.it), che ha addirittura dato una serie di spiegazioni decisamente fantasiose, indicando persino le modalità di elezioni dei senatori, quando la Costituzione (nuova) affida tutto ad una legge statale che ancora non esiste ed è davvero grave che qualcuno ne dia per certa una formulazione, prima ancora che passi dal Parlamento. Non è una caso che la legge costituzionale preveda una norma transitoria per la prima applicazione, completamente diversa da quella ipotizzata sul sito del SI. Il generoso tentativo di andare in soccorso di un premier in evidente affanno si rivela per quello che è - l'è peso el tacon del buso – una toppa peggiore del buco che cerca di coprire. Lo rivelano le numerose incongruenze: 1. La norma costituzionale, al comma 2 del nuovo articolo 57, afferma che “I consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori”. Sono i consigli ad eleggere, altrimenti il legislatore avrebbe usato un termine come “ratificare” o equivalente. 2. Al comma 5 si afferma che le elezioni devono essere fatte “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Una frase un po’ ambigua, sulla quale molti esperti hanno espresso delle perplessità, proprio per la sua difficile applicazione. In ogni caso il meccanismo indicato sul sito del SI sembra prefigurare un meccanismo bloccato, visto i candidati al senato sarebbero inseriti in collegi uninominali. Facile immaginare – visto che stiamo parlando di una legge tutta da scrivere – che attraverso le candidature multiple la scelta dei senatori potrebbe comunque essere fatta a monte dai partiti. 3. Se il nominativo del seggio uninominale non dovesse essere eletto in consiglio regionale, cosa conterebbe di più, la volontà popolare o l’incompatibilità tra un cittadino comune e il seggio senatoriale della nuova costituzione (in quella attuale l’incompatibilità è tra parlamentare e consigliere regionale, come cambiano le cose..)? 4. L’ultimo comma dell’articolo 57 ribadisce che il sistema elettorale è di secondo grado e afferma che l’attribuzione dei seggi avviene in ragione dei voti espressi e della composizione del consiglio regionale, riportando il potere decisionale in capo ai consiglieri regionali. 5. Nelle regioni che mandano un solo senatore-consigliere (quasi la metà), come si farà, visto che il voto disgiunto potrebbe attribuire il seggio senatoriale ad un consigliere regionale di opposizione e la maggioranza potrebbe – in linea teorica – non ratificare l’indicazione dell’elettorato? Chi decide? La Consulta?  6. E i sindaci? Come si fa a dire che i senatori sono eletti dai cittadini, quando un quinto dei componenti del Senato saranno sindaci? Come facciamo a metterli nella scheda elettorale? Se ne prevede un’altra (quindi una terza)? E quando il sindaco termina il mandato come fanno gli elettori ad indicare la propria scelta per le elezioni suppletive? Si indirà un’elezione con un collegio grande quanto la Lombardia per dare la possibilità ai cittadini di dare la propria indicazione ai consiglieri regionali (che potrebbero anche ignorarla, vedi punto 5)?

23 novembre 2016

L'azzardo costituzionale

Non bisognerebbe mai fare delle riforme sulle regole - che siano quelle elettorali o la Costituzione – basate sulla contingenza, e quindi sulla convenienza, di chi ha, in quel momento, i numeri per decidere (tralasciando valutazioni su come si siano ottenuti quei numeri). Questa riforma della Carta Costituzionale (unita alla legge elettorale imposta al Parlamento con il voto di fiducia) sembra invece frutto di un chiaro calcolo politico. In caso di vittoria del SI alle prossime elezioni per il Parlamento tutto sarà nelle mani di un solo partito, il cui consenso stimato si aggira intorno al 30 per cento.
Quel partito, in caso di vittoria (peraltro probabile) alle elezioni, avrà la possibilità di mettere una persona di fiducia alla Presidenza della Repubblica (prima carica dello Stato), una persona di fiducia alla Presidenza  della Camera (che col nuovo assetto diventa la seconda carica dello Stato), una persona di fiducia alla Presidenza del Senato (terza carica dello Stato), un numero compreso tra otto e dieci (bisognerà vedere come verranno gestiti i rapporti di forza nei due rami del Parlamento) persone di fiducia alla Corte Costituzionale (dove quindi avranno la maggioranza assoluta). Verranno pertanto occupati tutti i ruoli di garanzia e di controllo con buona pace di quell’equilibrio tra i poteri che è alla base delle sane istituzioni democratiche.
Quel partito, in caso di sconfitta, avrà comunque in mano il Senato e potrà rendere la vita piuttosto complicata al Governo perché avrà la possibilità di bloccare tutte le leggi per le quali rimarrà il bicameralismo paritario. Tanto per fare un esempio potrebbe bloccare la legge europea, col rischio di esporre l’Italia all’avvio di un rilevante numero di contenziosi e determinare un’instabilità politico-economica di cui il Governo sarebbe chiamato a farsi carico.

Sono certo che se questa operazione – strategicamente molto astuta – l’avesse condotta un Silvio qualunque adesso avremmo le piazze piene di persone preoccupate e indignate. Ora invece, buona parte di quelle stesse persone è impegnata a cercare di spiegare a me e ad altri gufi che in fondo questa riforma non è poi così male: del resto non sentivamo tutti l’insopprimibile esigenza di cancellare il CNEL?



Nota (scritta 24 ore dopo il post). Ad essere precisi per eleggere il Presidente della Repubblica la maggioranza dovrebbe contare, oltre all'ipotizzabile minore partecipazione al voto dei nuovi senatori, sulla collaborazione di qualche parlamentare di altri schieramenti. Sarà un numero di senatori sufficientemente esiguo da poter immaginare che si riusciranno a raggiungere facilmente "accordi politici" i cui contraenti trarranno sicuramente congruo vantaggio.

3 ottobre 2016

Vietato esistere

Non è che si possa affrontare un tema complesso e delicato, come quello dei migranti, in poche righe. Bisognerebbe parlare delle cause che spingono le persone a fuggire dai luoghi dove sono nati alla ricerca di qualcosa che a volte è solo la speranza di rimanere vivi. Bisognerebbe parlare di guerre, conflitti, povertà, violazioni dei diritti umani, dittature sanguinarie. Bisognerebbe anche spiegare il ruolo del mondo occidentale in tutto questo, visto che - quando non è proprio la causa – è  almeno indifferente, connivente o complice. Almeno per il momento, non parliamone. Parliamo però di persone. Quelle che, in qualche modo, sono arrivate fin qui e ce le ritroviamo intorno. Sono esseri umani. Sopravvissuti a qualcosa di indescrivibile e terrificante. Tutti i loro beni sono contenuti in un sacchetto di plastica o una borsa (i più fortunati). Non un posto dove dormire, non la sicurezza di un pasto, non un luogo dove potersi lavare. Nulla. Ecco, immaginiamole dunque queste persone, uomini, donne, bambini, disperati e indifesi in un paese che non conoscono, dove si parla una lingua che non capiscono, che cercano di capire se riusciranno a trovare un po’ di nutrimento o un giaciglio di fortuna. Immaginiamo 10, 50, 100 persone a Roma, capoluogo della Regione Lazio, capitale d’Italia. Città benestante di una regione ricca di una delle nazioni “potenti” del mondo. Forse, immaginiamo, le istituzioni dovrebbero occuparsi di loro. Tutte, nessuna esclusa. E se non lo fanno? E se non lo fanno è naturale che ci siano altre persone, consapevoli del proprio benessere, che cercheranno di dare un aiuto. Si chiama misericordia e non c’è bisogno di essere credenti per farla. Basta avere un briciolo di coscienza. E allora ecco che ci ritroviamo nella situazione che si è visto negli ultimi anni al Baobab: l’intervento di associazioni, cittadini, volontari per sopperire alla colpevole assenza delle istituzioni. Che non solo si disinteressano, ma che di fatto riconoscono un ruolo ad un sistema di accoglienza nato spontaneamente. Non va bene, ma almeno, in qualche modo, funziona. Almeno si riesce a garantire un’assistenza minima. Inadeguato e insufficiente, ma è quello che - con l’impegno e la disponibilità di poche decine di volontari – si riesce a fare. Fino a quando? Fino a quando la misericordia non diventa illegale. Fino a quando non si decide di sgomberare il Baobab. Fino a quando qualcuno ha pensato bene che non bastava sgomberare il Baobab, ma che non si poteva neppure cercare di dare assistenza ai chi ne aveva bisogno. Fino a quando qualcuno non ha pensato bene di vietare – uso le espressioni bibliche per rendere meglio l’idea – di dare da mangiare agli affamati, di visitare gli infermi, di dare da bere agli assetati, di vestire gli ignudi, di alloggiare i pellegrini. Non si può fare. E’ vietato. Ma non semplicemente “vietato”. Per garantire il rispetto del divieto hanno militarizzato via Cupa (dove si trova il Baobab) con uno spiegamento di forze più adatto a combattere il clan dei Casalesi. Pattuglie di polizia e carabinieri mandate a perlustrare la zona alla ricerca di non si sa bene quali possibili reati. E loro? I pellegrini, affamati, assetati, spesso ignudi, qualche volta infermi? Loro costretti a nascondersi e ad essere invisibili. In una società opulenta e ipocrita che preferisce far finta di non vederli. Vietato esistere, dunque, e proprio nell’anno della misericordia e mentre celebriamo in pompa magna la giornata dei migranti. Ipocriti. Punto.

4 settembre 2016

Non si fa!

Non si fa. Ditino ammonitore che oscilla da destra a sinistra e viceversa in modo da rafforzare il concetto. Proprio non si fa. Con il medesimo afflato pedagogico schiere di opinionisti stanno esprimendo in questi giorni il proprio disappunto per la vignetta di Charlie Hebdo relativa al terremoto. Non si fa. Con i morti non si scherza.
Proprio la redazione di Charlie Hebdo era stata vittima di un terribile attentato da parte di fanatici estremisti islamici, che si sono sentiti offesi dalle vignette che a loro avviso erano un insulto per la loro religione. Non si fa. Anziché il ditino hanno pensato bene di utilizzare qualche mitra. Più rumoroso ma di indubbia efficacia comunicativa. La reazione del vecchio continente fu però compatta, non solo nel condannare il drammatico episodio, ma anche nella difesa del diritto di pensiero e di espressione, che rappresenta uno dei valori fondanti della nostra civiltà. Libertà, certo, di pensiero, di espressione e di satira, ma fino a dove può arrivare questa libertà? Sui morti non si scherza, abbiamo visto. Soprattutto sui “nostri” morti, perché non mi è parso di vedere analoghe levate di scudi quando vignette, anche molto crude, hanno fatto riferimento ad altri morti, magari disperati in fuga dalla guerra e annegati nel mare Mediterraneo o semplicemente uccisi in qualche conflitto (qualche volta proprio dalle nostre bombe e dalle nostre armi).  E penso alla vignetta che fece Staino – ora iscritto al club degli scandalizzati – quando nel 2010 precipitò l’aereo su cui viaggiava il presidente polacco insieme a molti esponenti del suo governo, rammaricandosi perché una simile “disgrazia” non era capitata a noi (augurando neanche troppo implicitamente la morte a Berlusconi e ai suoi ministri).



Anche sulla religione forse c’è una sensibilità variabile, considerato che le vignette sulla Chiesa cattolica sono spesso oggetti di critiche e spunto per accese polemiche.
E vogliamo parlare del pandemonio scatenato da una recente vignetta relativa alla Boschi a mio avviso semplicemente banale, ma giudicata sessista, quando alle varie Carfagna, Gelmini, Minetti, Meloni è toccato subire ben di peggio?

Come se ne esce?

Una prima ipotesi potrebbe essere quella di dare delle regole alla satira (mi viene un crampo allo stomaco a pensarci) e stabilire – che so – che è vietato scherzare su morte, religione, dignità delle donne, razzismo. Ma a quel punto perché non aggiungere un divieto per la satira che esaspera i difetti fisici (Ferrara ciccione, Brunetta basso e via dicendo) o i limiti intellettivi (con questo l’ambito di tutela sarebbe decisamente ampio). E in generale si potrebbe vietare tutto ciò che in qualche misura urta la sensibilità delle persone. Per farlo potremmo creare una bella commissione ministeriale di censura preventiva a cui tutti i vignettisti potrebbero mandare i loro elaborati prima della pubblicazione. Forse sarebbe non solo macchinoso, ma probabilmente insufficiente, perché la commissione potrebbe non essere in grado di intercettare tutte, ma proprio tutte, le sensibilità. E qualcosina un po’ sopra le righe finirebbe col suscitare comunque la piccata reazione di qualcuno, riaccendendo polemiche e dibattiti.

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di vietarla del tutto, la satira. In fondo una vignetta occupa una superficie inferiore al 3 per cento del giornale. Ci si mette una bella inserzione pubblicitaria e si risparmia sul vignettista.


Infine la terza via è quella di ricordarsi il vero significato della “satira”, la cui forza comunicativa nasce proprio dall’assenza di limiti, regole, filtri e binari su cui incanalarla. Può essere volgare, irrispettosa, sciocca, banale, corrosiva. A volta fa ridere, altre volte no. A volte fa riflettere, altre volte irride persone famose o potenti. C’è chi la fa bene e chi no. I disegnatori che piacciono a me possono non piacere ad un altro e viceversa. A volte è garbata, altre (spesso) è offensiva. Però, vi prego, non me la togliete: ho già sofferto abbastanza quando Cuore ha chiuso i battenti.

31 agosto 2016

Né case né scuole di sabbia

“La colpa non è di Dio, ma di chi costruisce case di sabbia”. Con queste parole il vescovo di Rieti,  monsignor Domenico Pompili, ha messo a tacere l’irresponsabile e comodo appello al fatalismo di buona parte del ceto politico. Diamo la colpa al destino crudele e pensiamo subito a come gestire la ricostruzione, che significa soldi, appalti, commesse. Non c’è mai tempo per riflettere. All’inizio è il momento del cordoglio. Nei giorni successivi bisogna rimboccarsi le maniche. Poi bisogna tornare alla normalità. E quando sei tornato alla normalità mica ti puoi mettere a pensare alla prevenzione… fino alla prossima volta. Del resto, come ha sottolineato cinicamente Bruno Vespa, i terremoti sono un ottimo volano dell’economia. Negli ultimi 48 anni abbiamo speso qualcosa come 121 miliardi di euro in ricostruzione, spesso sprecati in appalti sospetti e interventi di pessima qualità (Bertolaso docet), mentre per un serio intervento di prevenzione e messa in sicurezza il costo complessivo sarebbe di gran lunga più basso (circa 40 miliardi). A quanto pare i governi centrali sembrano incorrere ogni volta nel medesimo errore e l’atteggiamento di Renzi all’indomani della tragedia del 24 agosto ricorda la sicumera con cui Berlusconi nel 2009 prometteva agli aquilani  "Non vi lasceremo soli, la ricostruzione sarà rapida". Talmente rapida che ancora adesso, dopo sette anni, il centro storico del capoluogo abruzzese è un immenso cantiere. Ma gli amministratori locali quanto si preoccupano di questo aspetto? Sì, perché il loro ruolo è determinante per garantire che gli edifici, in particolare quelli pubblici, siano sicuri. E il crollo della scuola di Amatrice, ristrutturata nel 2012, preoccupa non poco da questo punto di vista. Non è la prima volta che una scuola crolla e ogni volta viene da pensare: E le nostre scuole? Saranno abbastanza sicure?

Ricordo perfettamente che dopo il terremoto dell’Aquila avevamo presentato un’interrogazione – a prima firma Spezzano - per chiedere garanzie sulla sicurezza strutturale degli edifici scolastici e che, visto che il sindaco non rispondeva, eravamo stati costretti a trasformarla in una mozione con la quale chiedevamo cose molto semplici come la ricognizione dello stato di salute degli edifici pubblici con particolare attenzione per le strutture scolastiche. Inutile dire che la mozione venne respinta dalla maggioranza e che sindaco e vicesindaco liquidarono la questione citando la relazione di uno studio tecnico e sostenendo di fatto che Labico non è un comune a rischio sismico. Nella mia replica dovetti spiegare che: 1) la relazione dello studio tecnico era tutt’altro che rassicurante perché vi si affermava che la scuola media non era in grado di resistere ad un’eventuale evento sismico; 2) il nostro comune, nella classificazione sismica, è inserito nella zona 2, ossia appena un gradino più in basso di quella dell’Aquila, ma non certo esente da rischi (basti pensare che i comuni colpiti dal sisma dell’Emilia Romagna sono di classe 3 e 4).


Sempre nello stesso periodo presentammo diversi atti per esprimere perplessità su alcune anomalie nelle procedure di affidamento degli appalti pubblici e anche in questo caso le nostre istanze vennero bocciate. Ricordo che ancora adesso è in corso un processo penale per le irregolarità riscontrate nell’appalto alla scuola media, un processo nel quale gli unici ad essersi costituiti parte civile siamo stati io e Maurizio Spezzano, nell’indifferenza di buona parte della politica labicana.  Eppure siamo tutti consapevoli che dalla procedura di affidamento dei lavori per le opere pubbliche dipendono due cose importanti: la prima è un costo congruo dell’intervento, che permette di risparmiare soldi pubblici; la seconda è un intervento qualitativamente adeguato, che permette di dare maggiore sicurezza a chi – come i bambini  e i ragazzi – usufruirà della struttura. Io non posso che rinnovare l’invito a chi amministra – e soprattutto a chi amministrerà in futuro – ad assumersi la responsabilità di garantire quanto prima la sicurezza sismica degli edifici scolastici. Sarebbe un atto dovuto nei confronti delle future generazioni.



La scuola media di Labico (immagine street view di google)