4 agosto 2009

Famolo strano

In più di una circostanza autorevoli esponenti della maggioranza hanno reagito in modo risentito alla pubblicazione del nostro giornale. Ci hanno accusato di avere “un modo strano di fare politica” (testuali parole). Sostanzialmente il fatto di rendere pubbliche faccende da loro considerate private sembra indisporli oltremodo. Peccato che l’amministrazione di un Comune sia questione di pubblico interesse e una sua impropria gestione in forma privatistica non ne legittima la privatizzazione. Ed è in questa anomalia che trova spiegazione la loro scomposta reazione. Proprio non riescono a digerire il fatto che qualcuno cerchi di spiegare ai cittadini cosa succede, proprio non si capacitano delle richieste di correttezza e di trasparenza, proprio non riescono a farsi una ragione dei richiami alla legalità ed al rispetto delle regole. Tutto questo per loro costituisce un modo strano di fare politica. Ma se davvero trasparenza, correttezza, pubblicità, legalità sono delle stravaganze, se un approccio alla politica che si basa su questi principi viene giudicato “strano”, allora non avremo alcun imbarazzo nel dire: “Famolo strano”.

23 luglio 2009

I Verdi si sono persi

Articolo pubblicato su Terra

7 luglio 2009. Regione Lazio. Sede del Consiglio regionale, via della Pisana milletrecento e spicci. Temperatura effettiva 37 gradi all’ombra. Temperatura percepita: al limite dello squagliamento. Uno sparuto gruppetto di cittadini manifesta la propria contrarietà al corridoio tirrenico e alla bretella Cisterna - Valmontone. Verdi presenti: praticamente nessuno. Viene da chiedersi perché. La bretella è un’opera inserita nella celeberrima “legge-obiettivo”, fortemente criticata non solo dagli ambientalisti e dalla “sinistra”, ma anche dalla più ampia e variegata coalizione che all’epoca sedeva sui banchi dell’opposizione. Non si tratta di una semplice opera pubblica, sul cui merito, utilità e specificità si può dibattere. Si tratta di un principio.

Dell’affermazione di un modello - trasportistico, produttivo, di sviluppo, di consumo del territorio, culturale - ben preciso. Un modello che è fortemente avversato dalla visione ecologista e ambientalista e che, fino a qualche anno fa, veniva contrastato anche dai Verdi e da larga parte della sinistra. Fino a qualche anno fa, appunto, non molto in termini di tempo ma un’era geologica in termini politici. Negli ultimi quindici mesi, infatti, sono cambiate molte cose e non serve dilungarsi sull’evento politicamente più significativo: la pressoché totale scomparsa dalle istituzioni di eletti Verdi.

Questo comporta un quadro anomalo, con un partito ancora formalmente attivo ma che appare quantomeno frastornato e che comunque dedica le proprie energie quasi esclusivamente alle strategie per riconquistare una propria rappresentanza istituzionale. Il problema sta tutto o comunque molto - dentro questa parola: rappresentanza. Rappresentanza non può, infatti, essere considerata la semplice indicazione delle persone cui affidare un ruolo elettivo “quale che sia”, ma deve - per l’appunto - essere una rappresentanza di tipo “politico”. Ossia l’eletto deve (dovrebbe) essere portatore di quella visione, strategia e “cultura” di cui il partito dichiara di farsi interprete.

E qual è questa cultura per i Verdi o, in caso di allargamento degli orizzonti, di Sinistra e libertà? è (o dovrebbe essere) una cultura che prevede una profonda riforma del sistema economico e produttivo. Il legame tra economia ed ecologia è stato in più occasioni il tema della nostra azione politica e abbiamo fatto convegni, elaborato documenti, formulato proposte molto serie e concrete. Si parte dalla consapevolezza che il fabbisogno di risorse di cui necessitano i Paesi più sviluppati non può né estendersi all’intero pianeta, né durare ancora per molto. è dunque necessario ripensare il sistema. Convertire la produzione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili. Ridurre e razionalizzare i consumi e ridurre la produzione di rifiuti.

Evitare le produzioni alimentari ad alto consumo di suolo e di risorse idriche. Passare alla filiera corta della stragrande maggioranza dei comparti produttivi. Tutelare e valorizzare le zone agricole. E, soprattutto, ci vuole coerenza tra l’affermazione teorica di questo modello e l’agire politico. Una coerenza che è venuta clamorosamente a mancare nell’approvazione di un’opera pubblica che sposa perfettamente il modello produttivo sviluppista e cancella ettari di quell’agro romano che - a parole - si dice di voler tutelare.

Nel Lazio si sta assistendo a un consumo di territorio drammaticamente preoccupante e chi amministra la Regione, anziché arginare un fenomeno che rischia di compromettere irrimediabilmente l’identità territoriale, oltre ad approvare opere infrastrutturali devastanti prepara anche un “piano casa” decisamente filoberlusconiano che aggraverà ulteriormente la situazione. Il tutto senza pensare minimamente alle conseguenze sulla mobilità di uno sviluppo sempre più dispersivo e incoerente degli abitati e degli ambiti produttivi, promuovendo, di fatto, la forma di mobilità più aggressiva e dannosa: quella su gomma. Tutto questo però sembra sia stato cancellato dal dibattito all’interno dei Verdi, troppo presi a cercare una collocazione politica al proprio involucro per ricordarsi cosa c’era dentro.

15 luglio 2009

Il grande sonno labicano

Uno degli elementi fondanti del “sistema” adottato dagli amministratori labicani è la politica del silenzio. Non si deve sapere nulla, non si deve parlare di nulla. Bisogna ridurre al minimo (purtroppo per loro la legge qualche obbligo lo prevede) l’informazione sull’attività amministrativa. Bisogna addormentare il dibattito politico. E i consigli comunali? Quelli sono un bel problema. Sono un’occasione di confronto con l’opposizione e – nonostante la calcolata scelta di collocarne lo svolgimento in giorni e orari in cui la gente normale lavora – qualche malcapitato cittadino potrebbe finanche assistervi, potendo così toccare con mano l’insipienza di coloro ai quali è stata affidata la gestione della cosa pubblica. L’unica soluzione è non farli. Teoricamente però il Sindaco sarebbe tenuto a rispondere alle interrogazioni presentate dai consiglieri. Invece quella che – agli occhi ingenui di persone abituate al rispetto delle regole e delle istituzioni – potrebbe sembrare una buona ragione per convocare il consiglio diventa un’ottima ragione per non convocarlo affatto. Le interrogazioni infatti contengono quesiti imbarazzanti ai quali al massimo sono in grado di rispondere per iscritto con poche righe in cui non si dice assolutamente nulla, ma è assolutamente da evitare l’idea di presentarsi in una seduta pubblica a cercare maldestramente di sostenere le ragioni di quel nulla. Poi, magari, qualcuno proverà a raccontare la favoletta dell’impossibilità di rispondere alle interrogazioni perché “non c’è tempo” o per colpa dell’”ostruzionismo dell’opposizione”. Sciocchezze. L’ordine del giorno dell’ultimo consiglio comunale conteneva appena tre punti e da un mese siamo completamente fermi, nonostante l’accordo preso nella riunione dei capigruppo di convocare il consiglio il 3 luglio. Da allora nessuna notizia da parte degli amministratori.
Eppure le questioni da affrontare sarebbero molte e importanti. Ad esempio dopo oltre un anno di consigli comunali convocati con una frequenza inusuale (praticamente una media di due consigli al mese, nonostante una pausa “forzata” di due mesi e mezzo per consentire il più ampio possibile dispiegamento di forze a beneficio della candidatura del vicesindaco alle provinciali) per esaminare le 161 osservazioni alla variante al P.R.G. ecco cadere un improvviso silenzio. Noi abbiamo chiesto di darci numeri, dati, cartografia, aggiornamento delle norme tecniche. Nulla. Non si sa nulla. Eppure ci dovrebbe essere un nuovo passaggio in consiglio prima di inviare tutto alla Regione. Niente. Vuoto pneumatico e nessuna risposta. Dell’appalto mensa neppure parlarne. Proprio non è nelle loro corde l’ipotesi di muoversi in modo trasparente e di portare i documenti in commissione per una valutazione più approfondita. Noi, ad esempio, avremmo proposto di coinvolgere quei genitori che – per competenza ed esperienza – erano stati individuati per vigilare sulla qualità del servizio. Avremmo voluto un’amministrazione che collaborasse con la cittadinanza e la informasse delle proprie scelte. Invece hanno preferito chiudersi nelle loro stanze e gestire un appalto pubblico come se fosse qualcosa di personale. Poi, a fronte della mia pubblica censura di questo comportamento, arriva la risposta “piccata” del vicesindaco (ormai autopromosso titolare della sovranità locale a tutti gli effetti) che si mette a dare lezioni di diritto amministrativo. C’è sempre da imparare e prometto che non perderò neppure uno dei suoi seminari. Sempre a proposito del vicesindaco abbiamo scoperto una palese irregolarità nel permesso di costruire, che quando era sindaco, aveva dato a sé stesso in piena violazione della normativa regionale vigente. Ovviamente prima di dare un giudizio definitivo sulla vicenda avremmo piacere di avere qualche spiegazione e per questo abbiamo presentato un’interrogazione al sindaco (formale), che attualmente ha l’interim sull’urbanistica e che all’epoca dei fatti era assessore all’urbanistica. I bookmaker non prendono neppure in considerazione la possibilità che qualcuno si prenda la briga di risponderci. La vicenda non è l’unica ovviamente e molte altre sono le questioni su cui gradiremmo avere qualche spiegazione da parte di chi amministra. Sempre il vicesindaco si è preso la libertà – ancora una volta nelle vesti di primo cittadino – di aggirare sfacciatamente la normativa sugli appalti per realizzare opere di manutenzione stradale che mai si era sognato di considerare durante il mandato e che, guarda caso, a poche settimane dalle elezioni diventavano improvvisamente urgenti ed indifferibili. O ancora, nuovamente con il placet del principe del diritto amministrativo, si affidavano i lavori di restauro del campanile della chiesa in violazione della normativa sugli appalti. Ci piacerebbe anche sapere che fine ha fatto la strada che attraversa la proprietà del sindaco nonché l’atto di permuta che era stato portato con urgenza in consiglio comunale il 6 febbraio e di cui – a cinque mesi di distanza – non si è più avuto notizia. Per non parlare della farsa delle elezioni dell’assessore, che si è dimesso il 19 maggio, ma il cui nome compare ancora nella composizione della giunta. Un’irregolarità amministrativa? Niente affatto replica convintamente il segretario comunale, ormai assuefatto all’idea che Labico sia una zona franca dell’ordinamento giuridico italiano, le dimissioni dell’assessore godono di una disciplina ad hoc e quindi – aggiungo io - l’assessore rimane in carica (e si becca lo stipendio) anche se passa l’estate da dimissionario alle Maldive. Del resto bisogna capirlo: che ci si rimane a fare a Labico se il consiglio non si riunisce e il programma dell’estate labicana è quello che è?

27 giugno 2009

Sulla strada della democrazia


Una delle maggiori difficoltà che incontriamo come opposizione è quella di convincere la maggioranza – o almeno la parte di essa che conta e che decide – della necessità di rispettare alcuni principi democratici. A volte si ha la sensazione che la loro non sia sempre, o che non sia solo, una visione padronale della gestione della cosa pubblica. Talvolta la sensazione è che proprio non abbiano idea di cosa significhi “pubblica amministrazione” e tantomeno siano a conoscenza dei requisiti fondamentali ed irrinunciabili che ad essa si ricollegano.


Principi per il cui rispetto è necessario che l’attività amministrativa si svolga tenendo conto di alcuni diritti dell’opposizione. Il problema è ancora una volta di tipo “culturale”. E’ proprio la parola “diritto” che non trova agevolmente cittadinanza nel “sistema” che si è affermato nella politica labicana. Molti cittadini che hanno avuto a che fare con l’amministrazione locale lo hanno imparato sulla propria pelle. Di fronte ad una qualunque richiesta è raro avere delle risposte precise. Spesso è necessario passare il filtro di qualche amministratore, quando nella stragrande maggioranza dei casi dovrebbero essere gli uffici – sulla base dell’applicazione di un criterio imparziale e di agevole conoscibilità – a stabilire se la richiesta sia oppure no meritevole di accoglimento. Risposte scritte non vengono date facilmente, mentre invece dovrebbe essere la norma. Insomma quello che normalmente è (o dovrebbe essere) una semplice e chiara applicazione di norme e regolamenti diventa una melma appiccicosa in cui il cittadino non riesce a districarsi e finisce col doversi raccomandare al potente di turno. Ed è lì che il diritto diventa concessione. E’ lì che un atto dovuto si tra sforma in favore. E’ lì che si cerca di trasformare il rapporto cittadino-pubblica amministrazione in rapporto suddito – sovrano, alla cui benevolenza è necessario affidarsi.


Tale e tanta è la convinzione di essere nel giusto che si applica il “metodo” anche al rapporto con l’opposizione, alla quale si è disposti a concedere alcuni “favori”, in cambio di una sorta di acquiescenza rispetto alle scelte del manovratore. Credo sia superfluo dire che non siamo mai stati disponibili a simili compromessi, che avrebbero come unico risultato quello di farci perdere quella credibilità politica che siamo riusciti a guadagnare con due anni di opposizione ferma e intransigente, ma al contempo costruttiva e propositiva. E così, lentamente, stiamo riuscendo ad incidere sui meccanismi e sulle dinamiche istituzionali, imponendo il rispetto di regole comuni e condivise. La nomina del Presidente del consiglio comunale sarebbe dovuta andare in questa direzione e sono state necessarie le prime due convocazioni e la nostra ferma protesta di fronte all’iniziale inosservanza degli accordi stabiliti per trovare un punto di equilibrio.


E’ così che abbiamo avuto la prima riunione dei capigruppo per concordare un programma di massima dei prossimi consigli comunali, sulla base di un principio elementare di democrazia: regole e organizzazione dei lavori vengono stabiliti insieme, ci sarà modo e tempo di dividersi sul merito e sui contenuti.


Finalmente poi avremo risposte in consiglio comunale alle nostre interrogazioni e questo permetterà di dare vita ad un confronto pubblico su questioni di grande rilievo per la collettività.


Io non sono ancora sicuro che avranno il coraggio di rispondere a tutte, ma proverò ad essere ottimista.



13 giugno 2009

Giordani: un sindaco “usa e getta”?


Alle modalità della pratica politica labicana bisogna abituarsi. Non intendo, in questa sede, dare un giudizio su come viene interpretato il ruolo di pubblico amministratore da parte degli esponenti della maggioranza, ma provo ad adeguarmi. Bisogna liberarsi della convinzione che tra i valori della politica ci siano requisiti come chiarezza, trasparenza e informazione.

Per chi amministra questo paese tali elementi non sono solo eventuali, ma anche perniciosi per chi controlla il potere. E così a Labico si può assistere ad una “crisi di governo” di cui non si parla minimamente, né la si porta nella sua sede naturale – ossia il consiglio comunale – come abbiamo chiesto noi dell’opposizione. Si attribuiscono le motivazioni delle dimissioni di un assessore a problemi di salute, quando il diretto interessato sembra aver detto cose ben diverse. Dunque, per provare a capire qualcosa delle vicende politiche labicane, non bisogna affidarsi agli strumenti interpretativi tradizionali, ma è necessario cogliere i “segnali”, che in qualche modo vengono lanciati dai protagonisti. La situazione di crisi della maggioranza è ormai fuori discussione e - al di là dell’ammirevole abnegazione di qualche esponente della stessa, disposto a negare anche l’evidenza nel tentativo di sottrarsi all’imbarazzo – non si cerca neanche più di sostenere la linea del “tutto va bene madama la marchesa”, ma si applica la strategia del silenzio o della minimizzazione. In attesa che i nostri amici riescano a ricomporre i frammenti di quella che era considerata una solidissima coalizione, si assiste ad un altro passaggio importante. Il ruolo di Giordani - formalmente sindaco del nostro piccolo comune, ma la cui reale leadership all’interno della compagine di governo non ha mai goduto di particolare considerazione - si sta via via ridimensionando. Stiamo assistendo ad una progressiva esautorazione, con l’evidente scopo di riportare in auge colui il quale non hai mai digerito il fatto di dover cedere la poltrona al suo vice: Alfredo Galli. Il quale, ricordiamolo, aveva subito chiarito i rapporti di forza spiegando in un’intervista che Giordani faceva il sindaco solo perché lui (Galli) non poteva ricandidarsi. A quanto pare però ormai il ruolo di “vice” sembra vada un po’ stretto a quello che qualcuno più o meno scherzosamente aveva definito il “vero sindaco” e la sensazione è che stia iniziando a riprendersi quello che considera un suo diritto naturale. In molte occasioni pubbliche delle ultime settimane è stato sempre lui a rappresentare l’amministrazione comunale, dalle festività della Madonna del Rovo alla cena organizzata dalla società di pallavolo. Per non parlare degli articoli pubblicati nei giornali locali, nei quali – inspiegabilmente si trovano pressoché esclusivamente i virgolettati del vicesindaco. Non sono in molti a pensare che la maggioranza voglia dare un’altra chance a Giordani, la cui unica funzione sembra essere stata quella di occupare una casella preclusa al vicesindaco (la legge vieta di svolgere più di due mandati consecutivi), ma viene il dubbio che questa improvvisa accelerazione sia finalizzata a cambiare il capitano prima della fine del tempo regolamentare. Una semplice lettura di queste vicende ci permette però di intuire a quali maestri del pensiero politico e filosofico si sia ispirato il nostro intramontabile sommo amministratore: Machiavelli e Bentham. Certo il “fine” di Machiavelli forse era un po’ più alto e nobile di quello di Galli e indubbiamente l’utilitarismo pensato da Bentham non si poteva così disinvoltamente tradurre in una concezione “usa e getta” dei rapporti politici e personali, ma forse sarebbe un po’ eccessivo pretendere qualcosa di più. E poi questo consumismo della politica causa dei dubbi laceranti. Ci fa pensare che qualcuno che è servito venga poi messo alla porta così come se nulla fosse. Ci fa riflettere il fatto che una persona abbia ormai svolto la sua funzione e quindi venga buttata via come un paio di vecchie scarpe. Tutto questo provoca in noi un profondo senso di disagio e ci fa ronzare in testa un drammatico enigma: ma dove si butta un vecchio sindaco in un paese in cui non è ancora partita la raccolta differenziata porta a porta?

Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia ultima avventura