22 maggio 2014

Buoi e asini cornuti a spasso sulla Casilina

Qualche settimana fa sui media locali era apparsa una notizia piuttosto sconcertante, ma che, avvezzi come siamo ai rodati meccanismi di una certa politica, non ha suscitato particolari perplessità. In pratica era stata organizzata addirittura una conferenza stampa per fornire le seguenti informazioni:
-         la via Casilina versa da anni in uno stato pietoso e necessità di consistenti interventi di manutenzione;
-         in Regione non se n’era accorto nessuno, ma grazie alle sollecitazioni di alcuni politici locali si sono resi conto della necessità di correre ai ripari;
-         hanno annunciato che quanto prima si provvederà e, all'uopo, sono state stanziate adeguate risorse pubbliche.
A quanto pare non era una simpatica burla, ma la tradizionale iniziativa di campagna elettorale, vista l’imminenza delle elezioni europee.  Evidentemente la locuzione “cambia verso” è solo uno slogan e non si applica al modello classico di ricerca del consenso basato su una sostanziale trasfigurazione del significato della politica e della pubblica amministrazione. Chi governa (o amministra), infatti, non dovrebbe svolgere le sue funzioni per dispensare piaceri o elargire concessioni. Forse (ma la formula dubitativa è d’obbligo) chi ha il compito di gestire una fondamentale arteria di comunicazione come la via Casilina (un’antichissima strada consolare romana, non una stradina di campagna) ha il “dovere” di mantenerne il manto stradale in condizioni adeguate, anche e soprattutto per ragioni di sicurezza. E pensare che sia necessaria la segnalazione perché si intervenga (mi correggo: perché si prometta di intervenire) è davvero sconfortante. Si può immaginare quanta fatica mi costi dare ragione ad Alfredo Galli che, in un successivo comunicato, ha spiegato che, da tempo, il comune segnalava l’esigenza di intervenire, ma, se le cose stanno come le racconta Galli, non basta che arrivi una segnalazione, ma è necessaria una vera e propria “raccomandazione”. Se la regione è guidata dal partito X, la segnalazione deve arrivare dal sindaco del partito X o dal segretario locale del partito X, altrimenti non viene presa in considerazione. Peccato che questa critica suoni un po’ come quella del famoso bue indirizzata all'amico asino. Come fa Galli a lamentarsi di questo modus operandi, visto che del diritto trasformato in favore ha fatto la sua ragione di vita politica? Del resto ricordiamo tutti perfettamente le opere “preelettorali”, comprese le asfaltature delle strade (ah, il contrappasso), prima di ogni elezione comunale, magari attraverso ordinanze sindacali urgenti, il cui unico requisito emergenziale era l’approssimarsi delle urne.
Forse, prima che la distruggano completamente (e qui, a quanto pare, i partiti di riferimento delle due fazioni sembrano essere “in grande sintonia”), bisognerebbe rileggersi alcuni passaggi della Costituzione, dove è scritto a chiare lettere che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore (art. 54) e che i pubblici uffici sono organizzati in modo che siano assicurati il buon andamento e la imparzialità dell'amministrazione (art. 97). E a Labico la parola “imparzialità” così vicina alla parola “amministrazione” suona come una beffa.

4 maggio 2014

Le bacchettate del Viminale

Sono diversi anni che sosteniamo che i conti pubblici labicani non tornano. Ad ogni sessione di bilancio abbiamo provato ad esprimere le nostre perplessità sull’approssimazione con cui vengono gestite le risorse pubbliche, sulle zone d’ombra dei bilanci, sull’incapacità di programmare le spese e sull’aleatorietà delle entrate. A Labico si è puntato tutto su una crescita edilizia, che, secondo le affermazioni degli amministratori, sarebbe dovuta essere il volano dell’economia labicana, ma che è servita solo a ridurre – in qualità e quantità – il livello dei servizi. In qualche modo, anche con qualche tocco di finanza creativa, si è però sempre riusciti a far quadrare i bilanci e a rimanere a galla. Fino a quando non è arrivata la stangata del sequestro dei depuratori, anch’essa figlia della mancanza di capacità di programmazione, che ha mandato in tilt conti e amministrazione. Sarebbe bastato un briciolo di coscienza per ammettere la propria inettitudine e lasciare finalmente la guida di un paese ormai allo sbando. Un commissario, una nuova giunta, un’amministrazione straordinaria, il tesoriere della bocciofila, Pippo, Pluto, nessuno. Qualunque altro soggetto sarebbe stato meglio degli amministratori che ci hanno portato al disastro. Invece no. A ben due anni dalla conclamata e certificata bancarotta labicana, il sindaco Galli - detto Vinavil per l’attaccamento (nel senso fisico-chimico del termine) alla poltrona – e la sua fedele compagine continuano a cercare di mantenere il controllo del timone, utilizzando qualunque strumento a disposizione.
Ed è così che, grazie ad una recente modifica del Testo Unico degli Enti Locali, è stata avviata una procedura denominata “piano di riequilibrio finanziario pluriennale”, altrimenti detta “predissesto”. Abbiamo già avuto modo di commentare la norma e ci limitiamo a dire che una definizione più calzante potrebbe essere “autodissesto”, visto che grazie a questa legge chi è causa dei guai per i cittadini può continuare a gestire i conti pubblici, scaricando proprio sui cittadini il costo della propria incompetenza. Non è certo il massimo, ma è comunque necessario che si predisponga un piano finanziario, che deve rispettare alcuni requisiti per ottenere il nulla osta del ministero dell’interno e della Corte dei Conti.
Quando abbiamo letto il piano redatto dagli uffici comunali, al netto delle perplessità di carattere metodologico, abbiamo rilevato anche diverse criticità nel merito del documento. Lo abbiamo scritto in alcuni articoli e lo abbiamo affermato a chiare lettere nell’iniziativa pubblica che abbiamo organizzato in piazza per spiegare ai cittadini cosa stava succedendo, senza che nessuno degli amministratori si degnasse di dare un’adeguata informazione ai cittadini. Ovviamente la risposta di Galli & C. è stata la solita alzata di spalle, accompagnata da affermazioni del tipo “noi pensiamo a lavorare, voi solo a criticare”.
Peccato che, puntuale, sia arrivata la risposta del Ministero dell’interno riguardante la richiesta di istruttoria. Anche al Ministero, a quanto pare, non hanno troppo rispetto per chi lavora e, avendo tempo da perdere in sterili critiche, hanno stilato numerosi rilievi. Vediamoli insieme:
·         In primo luogo viene confermata la stangata ai danni dei cittadini, con l’aumento delle tasse e dei tributi e con la riduzione dei servizi. In più si spiega che non bisogna fare i furbi con le date: il piano decennale decorre da quando viene approvato il Piano di riequilibrio in consiglio comunale, dal 2014, dunque e non dal 2013. La penitenza per i cittadini labicani terminerà dunque nel 2023.
·        Gli uffici del ministero contestano la disinvolta “autoriduzione” del debito da 5 milioni di euro a circa 3 milioni. In sostanza non è che uno possa affidare allegramente i lavori per determinati importi (con tanto di fatture) e poi decurtarli unilateralmente. La rideterminazione dei prezzi (peraltro tardiva) deve essere consensuale, altrimenti non può essere messa a bilancio.
·    Altri pasticci sono stati rilevati su voci passive del passato e infilate a casaccio nel calderone. La filosofia dei nostri amministratori è molto semplice: visto che dobbiamo ratificare il disastro, tanto vale metterci dentro tutti gli impicci, grandi e piccoli, del passato. Come quando si va dal carrozziere a sistemare l’automobile dopo un incidente e si cerca di sanare anche qualche vecchio graffio alla carrozzeria. Con il dettaglio che la macchina labicana è stata guidata per vent’anni da qualcuno che pensava di essere all’autoscontro.
·        Mancano le quantificazioni di diverse voci di spesa, così come mancano le quantificazioni della svalutazione dei crediti. Diciamo che l’ottimismo ha regnato sovrano durante la redazione del piano di rientro.
·   Qualche perplessità il Viminale l’ha espressa anche per quanto riguarda il personale e vengono espressi dei dubbi sulle modalità di calcolo. Il tutto senza sapere che a Labico si aggirano le norme per l’assunzione del personale attraverso il ricorso a società esterne. Forse bisognerebbe informarli su come stanno realmente le cose.
·         Il Ministero dell’interno dichiara senza mezzi termini “irragionevole” la destinazione delle entrate correnti agli investimenti, spostando il pagamento dei debiti ad esercizi futuri.
·     Anche la dismissione dei beni immobili è senza né capo né coda. Non si sa cosa si venda e quale sia il possibile incasso.
·        Gli aumenti di entrate sembrano basati più sull’ottimismo che su una concreta pianificazione. Forse per non far capire ai cittadini che arriveranno altre stangate?
·        Manca una documentazione che attesti l’effettività dei risparmi di spesa dichiarati. Dove intendono tagliare? A quali servizi dovremo rinunciare?
Al termine di questo corposo elenco di rilievi il Ministero ha invitato la nostra amministrazione ad inviare chiarimenti e correttivi, corredati da un’adeguata documentazione, tra cui accertamenti e riscossioni del servizio idrico integrato degli ultimi tre anni, nonché  il bilancio 2014. Se si pensa che quello del 2013 è stato fatto a novembre, possiamo solo immaginare lo sgomento di Galli e soci all’idea di dover predisporre il bilancio di previsione dopo nemmeno cinque mesi dall’inizio dell’esercizio finanziario. Al Viminale attendono una risposta entro la prossima settimana. Saranno ansiosi, e noi con loro, di vedere cosa saranno capaci di inventarsi i nostri amministratori.


Tullio Berlenghi e Maurizio Spezzano

26 marzo 2014

Per il bene del paese...

Da quando, con l’afflato di democrazia degno di Goebbels e la predisposizione alla trasparenza tipica del Ku Klux Klan, Alfredo Galli ha vietato la registrazione dei consigli comunali e, col rispetto per i cittadini che lavorano tipico di chi non ha mai avuto questa sventura, ha deciso di convocarli in giorni e orari lavorativi, è davvero difficile formarsi un’opinione su quello che succede nei palazzi del potere labicano, visto che le fonti sono necessariamente di parte (maggioranza e opposizione) o di presunte testate giornalistiche che non fanno certo dell’imparzialità la propria ragione di vita. Eppure, tra le austere mura di Palazzo Giuliani, si prendono decisioni rilevanti per i cittadini e sarebbe molto importante sapere quali sono e in che modo condizionano la vita dei cittadini labicani. Si pensi, ad esempio, all’ultimo consiglio comunale, nel quale è stato approvato un unico atto deliberativo. La convocazione riporta in modo asettico il titolo dell’atto: “Approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale 2013-2022 ai sensi dell’articolo 243-bis e seguenti d.lgs. 267/2000”. Buracratese puro. Lontano anni luce dalla percezione del cittadino. Così, a prima vista, sembrerebbe quasi una sorta di atto dovuto, un provvedimento contabile di quelli previsti dalla normativa (“ai sensi dell’articolo…”), di modesta rilevanza all’atto pratico… E invece? Invece l’atto che il consiglio comunale ha approvato lunedì 17 marzo 2014 è un atto di straordinaria importanza per il futuro della nostra piccola città. Ho già avuto modo di illustrare genesi e funzionamento di questo strumento amministrativo ( 27 dicembre 2013 e 28 dicembre 2013) e di come il nostro sindaco abbia deciso di utilizzarlo. Vorrei però provare a mettermi nei panni di un comune cittadino, possibilmente non prevenuto, che decida di informarsi sull’attività amministrativa del proprio comune. Ovviamente cosa può fare il nostro malcapitato cittadino? L’unica fonte possibile di informazione (teoricamente neutra) è il sito istituzionale del Comune. Con google ci mette pochi secondi a trovare l’indirizzo e va subito in home page, dove vede scorrere le ultime notizie. Si sofferma sulla più recente, il cui titolo recita: “Approvato il piano di riequilibrio finanziario. Debito ridotto a 2 milioni e 900 mila euro”. Perbacco! Due notizie positive in una sola riga, pensa il nostro ingenuo cittadino. Ora, cliccando sul titolo, è in grado di ottenere qualche informazione in più. Ed è così che si trova di fronte a testo predisposto in pieno stile “stampa e propaganda” dei bei tempi andati. Lanciamoci così in una rapida esegesi del testo…

In un consiglio comunale durato diverse ore è stato approvato a maggioranza il piano di riequilibrio finanziario del Comune di Labico. Un passaggio cruciale dell’amministrazione Galli che dovrebbe portare ad una soluzione definitiva l’annoso problema del sequestro dei depuratori. Problema con il quale l’amministrazione si sta scontrando quotidianamente sin dal giorno dopo della vittoria elettorale.

L’azione amministrativa di Galli sembra un atto di eroismo – notare il “passaggio cruciale” e la “soluzione definitiva” - peccato per quel condizionale (dovrebbe) che, con un rigurgito di sincerità, fa capire che non ci credono neppure loro. Al secondo periodo l’inevitabile balla (è una dote naturale): il sequestro dei depuratori è avvenuto prima della “vittoria” elettorale, tant’è che le prime ordinanze le ha firmate Giordani. Meglio precisare che chi ha amministrato il paese è lo stesso identico gruppo di potere da circa vent’anni.

Il punto sulla situazione è stato fatto dal sindaco Alfredo Galli che ha letto una lunga relazione dettagliata nella quale ha spiegato passo per passo tutto quello che è successo. Ora la Corte dei conti avrà 90 giorni di tempo per dare l’ok definitivo e per scongiurare il commissariamento.

“Scongiurare il commissariamento” sembra far capire che sarebbe una iattura per il paese. Forse è vero il contrario: la vera iattura di questo paese è avere avuto degli amministratori che hanno portato Labico al disastro.

“Abbiamo deciso dopo il consiglio comunale del 27 dicembre 2013 di ricorrere alla strada del riequilibrio di bilancio. Da due anni stiamo gestendo una situazione veramente difficile per quanto riguarda il debito creato dal sequestro dei depuratori.

Anche qui sembra che il “sequestro dei depuratori” sia una sorta di calamità piombata sull’incolpevole amministrazione comunale, come un meteorite o un terremoto. Peccato che i depuratori siano stati sequestrati perché non rispettavano le norme vigenti. E la responsabilità politica e amministrativa è da attribuire a chi ha trascorso gli ultimi due decenni nelle stanze dei bottoni.

In questi tempi duri a livello socio economico chiedere ulteriori sforzi ai cittadini non è facile.

No, che non è facile. Però saranno gli unici a pagare. Non certo gli amministratori il cui stipendio è l’unica voce di bilancio che non viene ridotta dai tagli.

Prima di tutto abbiamo voluto risolvere l’empasse ambientale che si era creata e da subito abbiamo avuto 200 mila euro dalla Regione per i lavori di messa a norma dei due impianti comunali ed abbiamo attivato un mutuo di 600 mila euro con la BCC.

L’”empasse ambientale”? Stiamo scherzando? Non si può definire “empasse” (e magari voleva dire “impasse”) una chiara violazione della normativa ambientale, che comporta danno agli ecosistemi e rischio per la salute dei cittadini. Stiamo parlando di reati gravissimi (ambientali ed amministrativi) che non possono essere derubricati in modo così superficiale.

A settembre avevamo terminato i lavori di adeguamento ai limiti tabellari ma poi sono passati altri 8 mesi per la concessione delle autorizzazioni con un ulteriore aggravio per tutti i nostri cittadini.

Ecco. Guarda quanto sono stati bravi. Lasciamo perdere gli anni di ritardo con cui hanno affrontato il problema, ma quando hanno, finalmente, avviato la pratica hanno dovuto attendere l’esito dell’iter procedurale. Dannata burocrazia!

Questa che stiamo per intraprendere è la soluzione migliore e meno dannosa nonostante le critiche senza senso dell’opposizione. Da oltre 4 milioni di debiti con le ditte che hanno smaltito i liquami siamo arrivati a 2 milioni e novecento mila euro e vi è la possibilità di una ulteriore riduzione.

Che la soluzione sia la migliore è tutto da dimostrare. Il fatto che ci sia stata una riduzione dei costi fa temere che magari fossero gonfiati. Ma non è che possiamo rallegrarci per lo sconto di un milione di euro. Noi siamo preoccupati per il fatto di doverne pagare comunque quasi quattro.

Il dissesto non sarebbe stato una soluzione giusta per il bene del nostro paese perché avrebbe portato ulteriori tasse ed il blocco di ogni attività ed iniziativa amministrativa.

No, Alfredo Galli. Tu non hai titolo per parlare di “bene del paese”, visti i danni che hai causato al paese. La sensazione è che chi a rimetterci con il commissariamento sarebbero solo gli amministratori, che perderebbero i loro emolumenti e quel pizzico di potere a cui sono pervicacemente attaccati. Il “bene del paese” è altro.

Il comune ha deciso di auto commissariarsi riducendo al massimo tutte le spese in modo da abbattere il debito per il massimo possibile e spalmandolo su più anni, fermo restando che i debiti derivanti da responsabilità di terzi (vedi le aziende che gestivano i depuratori) verranno fatti pagare a chi di dovere.

Sì, ridurre tutte le spese, tranne gli stipendi di sindaco & soci. Ok, il debito viene spalmato. Peccato che a causarlo non siano stati i cittadini, ma siano loro a pagarlo. Per quanto riguarda le responsabilità, la lista Legalità e Trasparenza aveva chiesto due anni fa l’avvio di un’azione di rivalsa. Perché non è stato fatto subito? Il dubbio è che, per inconfessabili ragioni, l’amministrazione abbia preferito attendere.

C’è stato un abbattimento dei costi sulla gestione dei rifiuti che è passato da 1 milione e duecento mila euro ad un milione di euro l’anno con un risparmio di 200 mila euro, ma purtroppo ci sono stati oltre 240 mila euro di trasferimenti in meno dallo Stato.

Non c’è stato un abbattimento dei costi, ma una riduzione del servizio. Sono bravi tutti a risparmiare così.

Abbiamo fatto tutto il possibile per salvare il nostro paese e non ci fermeremo davanti a nulla.


La frase esatta è “abbiamo fatto tutto il possibile per affossare il paese e non ci fermeremo davanti a nulla”. Sì, è vero, non si fermano davanti a nulla. In questa circostanza, non so se è un merito.

P.S. - Proprio oggi è stata pubblicata la delibera di consiglio. Avremo modo di riparlarne.

21 febbraio 2014

Sliding doors

In occasione del flash mob di San Valentino, l'associazione "Socialmente donna" di Labico mi ha chiesto di raccontare le storie (vere) di due donne vittime di violenza. Questa è la seconda. Purtroppo anche in questo caso il racconto si basa sulla realtà.

Questa è una storia “sliding doors” - citando il film nel quale il destino della protagonista dipende dal fatto di riuscire o meno a prendere una metropolitana - il cui sviluppo è condizionato dalle porte scorrevoli del fato, un fato che, in questo caso, si chiama giustizia. Pensate: dal funzionamento della giustizia può dipendere la vita e il destino di una persona. La persona in questione si chiama Giovanna e ci racconta la sua storia.

Ho conosciuto Antonio nove anni fa. C’è voluto poco perché iniziassimo a vederci, a frequentarci, insomma perché iniziasse una “storia”. C’è voluto poco per decidere anche di andare a vivere insieme.  E c’è voluto poco, purtroppo perché Antonio cambiasse, a cominciare dai modi, divenuti improvvisamente sgarbati, volgari, offensivi. Così come è scomparsa la gentilezza, e sono apparsi l’uso irrinunciabile dell’imperativo – nel modo e nel tono – e l’indifferenza. Poi sono arrivate le parole. Dure come pietre, taglienti come lame. Non serve la violenza a provocare il dolore. Spesso bastano le parole.
E ci si inizia a sentire sole e inadeguate. Si comincia a percepire la propria casa come un ambiente ostile. Però anche questo segnale non è sufficiente. Pensi: è solo un momento; forse sono io ad irritarlo, dovrei essere più comprensiva. Alla fine però, come se non bastasse, arrivano anche le botte. Senza una ragione plausibile. Arrivano e basta. E, nonostante tutto, pensi ancora che le cose possano cambiare. Che magari tra un’ora, o domani, o la settimana prossima tornerà tutto “normale”, senza renderti conto che in realtà la normalità è proprio quella. E che l’unica possibilità è quella di voltare pagina, fuggire.
Del resto non potevo neppure contare sulla solidarietà femminile dell’altra donna che viveva con noi, la madre di Antonio. Per lei, evidentemente, non ero all’altezza del figlio e non faceva nulla per nascondere il suo disprezzo e rendere più mortificanti le umiliazioni che ero costretta a subire. In qualche modo è stata lei a darmi l’opportunità di fuggire, cacciandomi in malo modo da casa al termine dell’ennesimo, futile, episodio di prevaricazione.
Quando mi si è chiusa quella porta alle spalle ho capito che la mia vita non poteva essere lì dentro. Non era vita quella e, soprattutto, non era mia. Non è facile allontanarsi dal proprio figlio, ma la mia disperazione era tale da non permettermi altra scelta. E poi io credevo nella giustizia. Avevo raggiunto la consapevolezza dei miei diritti e non intendevo rinunciarvi. Avevo diritto alla mia vita, alla mia dignità, alla mia libertà e, soprattutto, a mio figlio.
Ero orgogliosa della mia decisione. An che se piena di paura e di incertezza sapevo di fare la cosa giusta. Sono andata in un centro antiviolenza dove mi hanno accolta e aiutata. E’ stato importantissimo e mi ha fatto tornare un po’ di fiducia e di speranza. Purtroppo non riuscivo a vedere mio figlio, nonostante ne avessi il pieno diritto. Eh sì, perché ho scoperto sulla mia pelle che avere un diritto e poterlo esercitare non è esattamente la stessa cosa.
L’uomo che mi ha ferita e umiliata per anni ha pensato bene di usare la più subdola delle rappresaglie per avere osato ribellarmi e fuggire: impedirmi di vedere il mio bambino. Ma io avevo fiducia nella giustizia, e con l’aiuto del centro antiviolenza, ho chiesto alle “autorità competenti” di garantire il diritto mio e di mio figlio. Purtroppo la giustizia non sta funzionando bene. Attendo invano da  mesi senza poter riabbracciare il mio bambino. C’è qualcosa che non funziona se la burocrazia statale favorisce gli aguzzini e punisce le vittime. Io e Marco siamo indubbiamente le vittime, ma siamo stati fagocitati in una procedura di difficile comprensione. Lo psicologo ha anche detto che era necessario “preparare il bambino all’incontro con la madre”.  Un incontro che comunque non è stato possibile perché il padre – l’autore delle violenze – si è opposto. A nulla sono serviti i tentativi di contattarlo direttamente, chiamandolo e mandandogli degli sms in cui cercavo di fargli capire che il suo comportamento penalizzava non solo me, ma anche nostro figlio.
In quei lunghi mesi ho fatto decine di telefonate, ore di anticamera negli uffici dei servizi sociali. Il clima che si è creato mi sta dando la sensazione di essere io il problema. In fondo per gli impiegati degli uffici sembro essere una scocciatura… Alla fine, però, su suggerimento delle persone a cui mi sono affidata, ho deciso di denunciare mio marito per sottrazione di minore. Ora spero che la magistratura si muova in tempi rapidi e mi renda giustizia…

Fermiamoci qui. Questa è la storia di Giovanna ad un certo punto. Se la giustizia funzionerà come si deve, Giovanna potrebbe uscire dall’incubo della violenza, riabbracciare il figlio e ricominciare una vita serena. Ma se la giustizia non dovesse funzionare? E se Giovanna dovesse perdere la fiducia e rinunciare all’affermazione dei propri diritti? Che storia ci racconterebbe Giovanna? La stessa, almeno fino ad un certo punto? O? Sentiamo questa Giovanna che ci racconta la sua storia.

Anche io ho conosciuto Antonio nove anni fa. In effetti c’è voluto poco perché iniziassimo a vederci, a frequentarci, insomma perché iniziasse una “storia”. Certo, c’è voluto poco per decidere anche di andare a vivere insieme. Sì, in effetti, anche il mio Antonio è diventato un po’ più intrattabile. Qualche volta forse non troppo gentile, ma con tutti quei pensieri, poverino. Sì, anche qualche parolaccia, ogni tanto. Ma chi non le dice al giorno d’oggi?.
Comunque mi sono sentita un po’ a disagio. Forse ho dato peso a cose non troppo importanti. D’altronde pensavo: “magari è solo un momento; forse sono io ad irritarlo, dovrei essere più comprensiva”. Nel frattempo, era nato Marco, il mio, il nostro bambino. Ecco, qualche volta mi ha picchiata, non so perché, forse era un periodo difficile per lui. Nonostante qualche episodio, ero certa che le cose sarebbero cambiate e che, presto o tardi, sarebbe tornato tutto normale.
Sì, ho avuto anche qualche problema con la madre di Antonio, ma anche quella è una cosa a cui ho dato troppa importanza. Le liti tra nuora e suocera sono all’ordine del giorno e non è che si lascia il marito per quello. Certo, probabilmente, per lei non sono all’altezza del figlio e non ha mai fatto nulla per nasconderlo. Ma come mi comporterò io quando Marco avrà una moglie? In ogni caso è stato proprio un litigio con mia suocera a farmi commettere l’errore di andarmene da casa.
Quando mi si è chiusa quella porta alle spalle ero quasi convinta che la mia vita non poteva essere lì dentro. Ero addolorata e sconvolta, al punto da abbandonare mio figlio. Fuori da lì ho conosciuto delle persone che dicevano che mi avrebbero aiutato e mi hanno detto che dovevo credere nella giustizia e che avevo diritto alla mia vita, alla mia dignità, alla mia libertà e, soprattutto, a mio figlio.
Belle parole, le loro. Ero persino orgogliosa della mia decisione. Anche se piena di paura e di incertezza ero convinta di fare la cosa giusta. Mi hanno accolto al centro antiviolenza dove mi hanno incoraggiato ad intraprendere le vie legali, sia nei confronti di Antonio, sia con l’obiettivo di poter riabbracciare mio figlio, che da quel momento non ho più visto.
Sono passati giorni, sono passate settimane, sono passati mesi. Ma io continuavo a non poter vedere mio figlio. Mi sono sentita sola.  Ho fatto decine di telefonate, ore di anticamera negli uffici dei servizi sociali. Il clima che si era creato mi dava la sensazione di essere io il problema. In fondo per gli impiegati degli uffici ero una scocciatura… Ancora una volta ho dato retta alle persone che mi stavano “aiutando” e ho denunciato Antonio per sottrazione di minore, con la sicurezza – dicevano – che in quel modo si sarebbe risolto tutto in fretta.
E invece sono trascorsi altri lunghi mesi senza poter vedere mio figlio e in me, piano piano, è iniziato il dubbio di aver sbagliato. Forse aveva ragione mio marito a dirmi di non andare via da casa. In fondo la cosa più importante per me è Marco. Tutto il resto non conta. Non può essere più importante.
Alla fine ho chiamato Antonio. Mi ha detto che posso vedere mio figlio. Devo solo smettere di incaponirmi con questa storia. Forse davvero ho un po’ esagerato. Ho tolto il mandato all’avvocato, una donna.

Sono a casa mia adesso. Con mio figlio. Questo è l’importante. Se sono felice? Adesso non mi picchia più. Certo, non dimentica di farmi notare quanti problemi abbiamo avuto per le mie ubbie… ma non mi picchia. Felice? Beh. Ho mio figlio, l’amore della mia vita. E lui? Lui un po’ è cambiato. Sì, mi fa sempre un po’ paura. Quando si ammutolisce di colpo e capisco di aver detto o fatto qualcosa di male… ma adesso si limita a urlare o a farmi rimanere male… Felice? Oddio felice… chi può dirsi felice? Mi accontento, ecco, sì, mi accontento. E poi, avevo un’alternativa?

16 febbraio 2014

Se questo è un uomo

In occasione del flash mob di San Valentino, l'associazione "Socialmente donna" di Labico mi ha chiesto di raccontare le storie (vere) di due donne vittime di violenza. Questa è la prima delle due. Gli unici elementi di fantasia sono i nomi dei protagonisti. Tutto il resto è drammaticamente vero.

Se questo è un uomo

I segnali. Bisogna saper cogliere i segnali. Spesso arrivano presto, prestissimo, ma non si riesce a dare loro la giusta importanza. In fondo, abbiamo sempre bisogno di dare fiducia alle persone e forse è giusto che sia così. Però i segnali non andrebbero ignorati del tutto.
Certo, all’inizio va sempre tutto bene. Conosci una persona, decidi che ti piace. Chissà poi perché proprio quella persona. Però ti piace e anche a lui tu piaci. Te ne accorgi da come ti cerca, da come ti guarda, dalle parole gentili nei tuoi confronti. Questa è una fase in cui i segnali non ci sono e, se ci sono, non è facile decifrarli. Ma è anche una fase – intensa, bella, appagante – destinata, prima o poi, a far posto alla “normalità”. Ad un rapporto -  come si dice? – stabile. Magari rafforzato dalla decisione di vivere insieme per condividere tutto. Quello è il momento in cui è difficile sembrare diversi da come si è in realtà. Si inizia a giocare a carte scoperte. I segnali, a questo punto, diventano sempre più evidenti. Il rispetto che si deve ad ogni essere umano e, a maggior ragione, a chi si dice di amare, viene meno. All’inizio in modo occasionale, poi sempre più frequentemente, finché l’equilibrio non si altera completamente, ma a quel punto è già tardi, la spirale della violenza è iniziata e uscirne non è facile. Stefania ne sa qualcosa.
Il primo episodio “grave”, tra Stefania e Michele, arriva a luglio del 2002. Hanno già un figlio, Giorgio, di appena sei mesi. Michele è disoccupato e il congedo per maternità di Stefania è ormai terminato. A casa servono i soldi e lei potrebbe riprendere a lavorare. Ne parla a Michele, la cui reazione è inattesa, immediata e violenta. Si mette ad urlare, afferra la moglie per i capelli, la sbatte contro il muro e inizia a picchiarla. Il bimbo, spaventato, piange. Secondo Michele è colpa di Stefania e delle sue urla. Già, Stefania, anziché subire in silenzio la violenza osa difendersi, gridare… Alla fine Michele si calma e chiede persino scusa, però, certo Stefania questa storia del lavoro se la poteva pure risparmiare. Stefania non denuncia Michele, anche per paura, e decide di lasciare il lavoro.
Ad aprile del 2004 Stefania è di nuovo incinta. Michele è disoccupato e Stefania è preoccupata. C’è bisogno di un reddito su cui contare. Suggerisce a Michele di cercare un lavoro. Già dallo sguardo di Michele Stefania intuisce di aver detto le parole sbagliate. Michele inizia ad urlare. Gli anni di convivenza hanno insegnato a Stefania ad avere paura del marito. Scappa e cerca rifugio in bagno, ma non serve. Michele spacca la porta, la trascina fuori per i capelli e minaccia di farla abortire con un calcio sulla pancia. Giorgio, che adesso ha circa due anni, si mette a piangere per lo spavento. Michele non tollera che il figlio pianga e aumenta la rabbia nei confronti di Stefania, responsabile, a suo avviso, del pianto del figlio. Da quel momento la brutalità di Michele non risparmierà neppure il piccolo Giorgio…
L’incubo di Stefania e dei suoi figli è destinato a durare molto tempo. Gli episodi di violenza, per futili motivi, se non gratuita, si susseguono. Un giorno Michele, in presenza di un amico di famiglia, non si fa scrupolo di dare un calcio al piccolo Giorgio – di soli tre anni – così rabbioso e potente da farlo volare in aria e sbattere sul tavolo, per poi aggredire Stefania, rea di essere corsa ad abbracciare il figlio piangente.
Devono passare altri due anni di soprusi e violenze perché Stefania trovi il coraggio di denunciare Michele. E’ l’autunno del 2007 e Michele esplode di rabbia alla vista della moglie e dei figli sdraiati sul letto a vedere la TV. Michele è fatto così. Non sopporta l’idea che i suoi figli stiano sul suo letto. Per esprimere il suo disappunto pensa bene di sferrare un pugno alla porta, rompendola. Poi rompe il televisore e, non pago, se ne va in giro per casa a distruggere tutto ciò che trova sotto mano. Stefania sporge querela, prende i bambini e va a stare a casa della madre. Dopo un mese, però, si lascia convincere e torna dal marito.
Bastano poche settimane, siamo a febbraio 2008, e Michele picchia nuovamente prima Giorgio – che aveva osato provare ad accendere la TV (un’ossessione per Michele, a quanto pare) – e poi Stefania, intervenuta a difendere il figlio e punita con un vero e proprio pestaggio.
Fermiamoci un attimo. Lasciamo stare i primi – timidi? deboli? impercettibili? – segnali. Partiamo dalla prima assurda violenza. Non la parolaccia, non il gesto sgarbato, neppure lo schiaffo. Che pure sono all’ordine del giorno. “Troia”, “Incapace”, “Deficiente”, erano le parole con cui Michele apostrofava la moglie. Partiamo dal primo vergognoso e inqualificabile raptus di violenza cieca e furiosa.  Nel 2002. Sono passati sei anni. Sei lunghi anni dei quali – un po’ per pudore, un po’ per ipocrisia - omettiamo anche l’orrore degli stupri che Stefania impara a subire come qualcosa di inevitabile. Di quanto tempo c’è bisogno ancora per mettere la parola “fine” a tutto questo? Non è un giudizio. E’ la voglia di capire perché, stando “dentro”, è così difficile reagire, mentre “da fuori” sembra tutto così ovvio. Come quando guardi i film e urli al protagonista “scappa”, perché tu hai capito che sta per succedere qualcosa. Stefania, al momento, non ha la consapevolezza o la forza o il coraggio. E continua a subire.
A novembre del 2009 Michele aggredisce Stefania in cucina. Non serve neppure un perché. Magari ha lasciato la caffettiera nel lavandino, oppure non ha ancora preparato la cena. E’ indifferente. Michele picchia la moglie di fronte ai bimbi. Il più piccolino, piangendo, si butta sulla madre per proteggerla. Anche questa volta Stefania cerca di allontanarsi da Michele, si rivolge anche ad un centro antiviolenza, ma ancora una volta si lascia convincere a tornare a casa. Teme che possano portarle via i figli e decide di dare a Michele un’altra possibilità.
La “pace” – ma chiamarla così è un eufemismo, visto che i maltrattamenti psicologici non cessano mai – dura un paio d’anni. Nell’inverno del 2011 le violenze ricominciano. I figli intanto sono diventati tre e basta il pianto della nuova arrivata per scatenare l’ira di Michele, che sbatte il povero Luigi contro il muro e lo picchia senza pietà, per poi scagliarsi contro Stefania che cerca vanamente di difendere il figlio.
Ancora scene di ordinaria follia a maggio del 2012, a settembre del 2012, a gennaio 2013, a marzo 2013, ad aprile 2013. Una violenza che non risparmia nessuno. Non certo Stefania, ma neppure Giorgio, di 11 anni, neppure Luigi, che di anni ne ha 9, e nemmeno la piccola Barbara, di appena 7 anni.

Solo nel 2013, dopo ben 11 di umiliazioni e soprusi, Stefania trova finalmente il coraggio di dire “basta”. Ha la fortuna di incontrare – oltre alle persone del centro antiviolenza – uomini delle istituzioni competenti e sensibili, che intervengono in modo efficace e tempestivo.  Stefania sta cercando di ricostruirsi una nuova vita. Sa che non sarà facile e sia lei che i bambini avranno bisogno di aiuto e sostegno, anche psicologico, per superare la paura e l’angoscia che li hanno accompagnati in questi lunghi anni. Il piccolo Giorgio ha voluto fare un brindisi alla mamma coraggiosa che è riuscita a liberarli da quel terribile incubo. Il piccolo Giorgio che, pochi mesi prima, aveva chiesto a Stefania: “perché papà fa così con me? Sembra che non sono suo figlio!”. No, Giorgio, non è così. Nessun uomo – che sia o meno il padre – ha il diritto di comportarsi così con un bambino. E nessun uomo – che sia o meno il marito – ha il diritto di ferire la dignità di una donna. Nessun uomo, per nessuna ragione, ha il diritto di abdicare alla propria umanità. 

Alle colonne d'Ercole

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La mia ultima avventura