26 marzo 2014
Per il bene del paese...
13 aprile 2013
Raccolta differenziata. Un successo... fallimentare.
11 marzo 2013
Fiducia a un governo ambientalista.
Una petizione lanciata da venti ambientalisti per mettere l'Italia sulla rotta giusta. Si invitano tutti i cittadini a sottoscrivere la petizione in favore di una "soluzione verde" alla crisi politica italiana
Per firmare la petizione clicca qui
Avevano detto le associazioni ambientaliste con l'ECOTELEGRAMMA che in un mese di campagna elettorale la parola ambiente è stata trascurata. ("Eppure la qualità dell’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, il diritto a non essere sommersi dai rifiuti, la possibilità di scegliere un’energia pulita prodotta in Italia, la tutela del nostro territorio, del nostro patrimonio naturale e dei nostri beni culturali e colturali sono temi centrali della vita quotidiana. Assieme a quello, sempre più drammatico, del lavoro che in questi ultimi anni è cresciuto soltanto nei settori della green economy e dell’agricoltura di qualità").
Ora i risultati delle elezioni - con tutto il problema della mancanza di una maggioranza al Senato - creano un situazione nuova, difficile da un lato, ma anche carica di opportunità. Non c' è dubbio che tra le motivazioni degli elettori, ma soprattutto nelle intenzioni programmatiche del Movimento5 stelle, i temi dell'ambiente, delle energia e di una nuova economia verde siano molto importanti.
Senza entrare nel dettaglio di questioni come il voto di fiducia e le alleanze sistematiche o episodiche, ci troviamo di fronte a un'occasione da non perdere, a un bivio storico.
I soggetti che si occupano di ambiente e risorse naturali, di produzione e consumo di cibo di qualità, di energie rinnovabili e sostenibilità, di beni culturali, identità territoriali e turismo, di legalità e giustizia, di lotta agli sprechi, nonché alcune sigle del mondo imprenditoriale che è riuscito
a tradurre queste visioni in fatturato e nuovi posti di lavoro, insieme con i cittadini più attivi nelle battaglie per la difesa della salute e del territorio possono oggi unirsi e farsi sentireperché si avvii una legislatura finalmente attenta all'ambiente e affinché le forze di Italia Bene Comune e del Movimento 5 Stelle trovino il modo di avviarla.
Ricordiamo alcuni impegni chiari contro lo spreco di ambiente, territorio, energia e futuro da prendere già nel primo anno di governo:
1) garantire la legalità e la giustizia, la trasparenza e l’equità nelle filiere agricole ed alimentari, ambientali ed energetiche, aumentando efficienza ed efficacia dei controlli con un’adeguata tutela penale dell’ambiente;
2) fissare l’obiettivo del 100% rinnovabili, procedendo alla chiusura progressiva delle centrali alimentate con combustibili fossili, rinunciare al piano di sviluppo delle trivellazionipetrolifere in mare e definire una roadmap per la decarbonizzazione che sostenga la green economy, e per il risparmio energetico
3) spostare i fondi stanziati per strade e autostrade verso il trasporto sostenibile(ferrovia, nave, bici, mezzi elettrici e a basso impatto ambientale, car sharing) e il trasportopendolare nelle aree urbane, definendo un piano nazionale della mobilità che superi definitivamente il programma delle infrastrutture strategiche;
4) rendere compatibili le scelte economiche e di gestione del territorio con la conservazione della biodiversità naturale attribuendo un ruolo centrale ai parchi, e varare un piano dellaqualità per il settore turistico per valorizzare i beni culturali e ambientali;
5) approvare un pacchetto di interventi per favorire l’occupazione – soprattutto giovanile - in agricoltura, sostenere le colture biologiche, biodinamiche e a basso impatto ambientale e promuovere modelli di consumo alimentare sostenibili;
6) approvare una legge che fermi il consumo di suolo e aumentare i vantaggi fiscali che derivano dalla scelta a favore del recupero e della ristrutturazione, dell’architettura bioclimatica e dell’urbanistica mirata all’abbattimento dell’inquinamento e allariqualificazione energetica e ambientale del patrimonio edilizio;
7) incentivare non solo la raccolta differenziata, il riuso, il riciclo e il recupero dei materiali ma anche la lotta agli sprechi in ottica preventiva, cominciando a tagliare il sostegno agli inceneritori e alle discariche.
Andrea Bertaglio, giornalista ambientale
Tullio Berlenghi, esperto diritto ambientale
Paola Bolaffio, giornalista ambientale
Gian Maria Brega Promotore Labelab
Roberto Cavallo, Presidente ERICA e AICA
Alessio Ciacci, Assessore all'Ambiente di Capannori, Personaggio Ambiente 2012
Maurizio Cossa, Decrescita Felice Torino
Michele D'Amico, giornalista ambientale
Alessandro Fabrizi, comunicazione ambientale
Simona Falasca, Direttore Greenme
Alessandro Farulli, Direttore di Greenreport
Sergio Ferraris, Direttore responsabile ed editoriale QualEnergia
Marco Fratoddi, Direttore di La Nuova Ecologia
Marika Frontino, giornalisti ambientali
Giuseppe Gamba, presidente Azzero CO2
Paolo Hutter, Direttore Eco dalle Città
Lidia Ianuario, Direttrice Responsabile NeWage
Giuseppe Iasparra, giornalista ambientale e blogger
Bianca Laplaca, giornalista ambientale
Giuseppe Lanzi, AD Sisifo Italia (Green Economy)
Simonetta Lombardo, giornalista ambientalista
Paolo Piacentini , Presidente Federtrek
Letizia Palmisano, giornalista, vicepresidente di Econnection
Raphael Rossi, manager pubblico esperto rifiuti
Roberto Rizzo, giornalista ambientale e scientifico
Mauro Spagnolo, Direttore Responsabile Rinnovabili.it
Alessandro Tibaldeschi, ufficio stampa green Press Play
NOI ESTENSORI DI QUESTO APPELLO CHIEDIAMO il pronunciamento e l'appoggio DELLE PERSONE RICONOSCIUTE E IMPEGNATE NEL CAMBIAMENTO ECOLOGICO IN ITALIA, e più in generale la firma dei cittadini che condividono questa idea di "soluzione verde" alla crisi politica.
19 marzo 2011
Riflessioni nucleari
4 febbraio 2011
Decoro urbano a Labico: una chimera.
13 ottobre 2010
Tra sviluppo e nuovo cemento - pubblicato su Terra di oggi.
1 giugno 2010
Autostrade, lamponi e corbezzoli

Pensiamo agli interventi di trasformazione del territorio che riguardano Labico e occupiamoci del più significativo, in termini di impatto, che si prevede verrà realizzato da qui a dieci anni: la bretella Cisterna-Valmontone. L’opera, inserita nel piano nazionale delle opere pubbliche del Governo, ha un suo significato ben preciso, che non può essere ignorato. Chi ha deciso di farla – insieme alle altre decine di opere previste – ha già fatto una chiara scelta sulle politiche infrastrutturali e trasportistiche, una scelta che allontana l’Italia dagli obiettivi sanciti dal Protocollo di Kyoto, una scelta che rende difficile l’attuazione degli impegni assunti alla conferenza del clima di Copenaghen, una scelta che è in netto contrasto con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La scelta è quella di privilegiare il trasporto su gomma rispetto a quello su ferro, la scelta è quella di far viaggiare le merci aumentando i costi economici, ambientali e sociali. La scelta è quella di aumentare le tensioni e i problemi legati al mercato dei combustibili fossili. In questa sede non mi interessa neppure giudicare se la scelta sia giusta o sbagliata. Mi interessa solo che sia chiaro che chi ha sostenuto e sostiene – ancorché con diverse sfumature – la realizzazione di “quell”’opera sostiene implicitamente “quel” modello di sviluppo, “quella” filosofia di consumo del territorio, “quelle” strategie trasportistiche. Il resto sono chiacchiere da bar.
Mi stupisce quindi lo stupore di chi ha letto le linee programmatiche del Consorzio di sviluppo industriale e produttivo dell’area labicana e ha scoperto che quel che resta di verde e agricolo del territorio di Labico potrebbe diventare una bella distesa di cemento, asfalto, capannoni industriali, per tacere di piattaforme logistiche e impianti di trattamento rifiuti. Davvero qualcuno poteva ingenuamente pensare che si investissero 800 milioni di euro per costruire un’arteria stradale al solo fine di arrivare qualche minuto prima al mare o di raggiungere più agevolmente i campi di fragole e i noccioleti? Pensavo che solo il nostro sindaco, Andrea Giordani, fosse così ingenuo da credere davvero che l’avida politica di sfruttamento del territorio messa in pratica dal suo predecessore fosse in qualche modo compatibile con la valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità, come la nocciola labicana. Eppure basta leggere le prime tre righe della delibera per capire che la bretella è il motore di questa devastazione. E sarebbe stato sufficiente leggersi la relazione tecnica al piano regolatore per accorgersi dei pericoli che si annidavano in determinate scelte.
Io ero già abbastanza preoccupato per l’operazione di trasformazione di un paese in una borgata. Invece si sta riuscendo a fare di peggio: si tramuta il paese in una borgata industriale. Riducendo la qualità della vita sia sotto l’aspetto urbanistico, sia sotto l’aspetto ambientale e sanitario. Eppure siamo sufficientemente vicini a Colleferro per sapere quali potrebbero essere le conseguenze, visto che andremmo a contendere ai nostri amici della valle del Sacco il poco invidiabile primato della città più inquinata del Lazio, con dati epidemiologici spaventosi sull’insorgenza di alcune gravissime patologie, tumorali e respiratorie. Un prezzo altissimo da pagare in cambio della chimera del posto di lavoro. Un posto di lavoro che, nella migliore delle ipotesi, sarà di modesto livello, sottopagato e precario. In questi casi l’unica risposta dignitosa è “No, grazie. Abbiamo già dato”.
23 luglio 2009
I Verdi si sono persi
7 luglio 2009. Regione Lazio. Sede del Consiglio regionale, via della Pisana milletrecento e spicci. Temperatura effettiva 37 gradi all’ombra. Temperatura percepita: al limite dello squagliamento. Uno sparuto gruppetto di cittadini manifesta la propria contrarietà al corridoio tirrenico e alla bretella Cisterna - Valmontone. Verdi presenti: praticamente nessuno. Viene da chiedersi perché. La bretella è un’opera inserita nella celeberrima “legge-obiettivo”, fortemente criticata non solo dagli ambientalisti e dalla “sinistra”, ma anche dalla più ampia e variegata coalizione che all’epoca sedeva sui banchi dell’opposizione. Non si tratta di una semplice opera pubblica, sul cui merito, utilità e specificità si può dibattere. Si tratta di un principio.
Dell’affermazione di un modello - trasportistico, produttivo, di sviluppo, di consumo del territorio, culturale - ben preciso. Un modello che è fortemente avversato dalla visione ecologista e ambientalista e che, fino a qualche anno fa, veniva contrastato anche dai Verdi e da larga parte della sinistra. Fino a qualche anno fa, appunto, non molto in termini di tempo ma un’era geologica in termini politici. Negli ultimi quindici mesi, infatti, sono cambiate molte cose e non serve dilungarsi sull’evento politicamente più significativo: la pressoché totale scomparsa dalle istituzioni di eletti Verdi.
Questo comporta un quadro anomalo, con un partito ancora formalmente attivo ma che appare quantomeno frastornato e che comunque dedica le proprie energie quasi esclusivamente alle strategie per riconquistare una propria rappresentanza istituzionale. Il problema sta tutto o comunque molto - dentro questa parola: rappresentanza. Rappresentanza non può, infatti, essere considerata la semplice indicazione delle persone cui affidare un ruolo elettivo “quale che sia”, ma deve - per l’appunto - essere una rappresentanza di tipo “politico”. Ossia l’eletto deve (dovrebbe) essere portatore di quella visione, strategia e “cultura” di cui il partito dichiara di farsi interprete.
E qual è questa cultura per i Verdi o, in caso di allargamento degli orizzonti, di Sinistra e libertà? è (o dovrebbe essere) una cultura che prevede una profonda riforma del sistema economico e produttivo. Il legame tra economia ed ecologia è stato in più occasioni il tema della nostra azione politica e abbiamo fatto convegni, elaborato documenti, formulato proposte molto serie e concrete. Si parte dalla consapevolezza che il fabbisogno di risorse di cui necessitano i Paesi più sviluppati non può né estendersi all’intero pianeta, né durare ancora per molto. è dunque necessario ripensare il sistema. Convertire la produzione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili. Ridurre e razionalizzare i consumi e ridurre la produzione di rifiuti.
Evitare le produzioni alimentari ad alto consumo di suolo e di risorse idriche. Passare alla filiera corta della stragrande maggioranza dei comparti produttivi. Tutelare e valorizzare le zone agricole. E, soprattutto, ci vuole coerenza tra l’affermazione teorica di questo modello e l’agire politico. Una coerenza che è venuta clamorosamente a mancare nell’approvazione di un’opera pubblica che sposa perfettamente il modello produttivo sviluppista e cancella ettari di quell’agro romano che - a parole - si dice di voler tutelare.
Nel Lazio si sta assistendo a un consumo di territorio drammaticamente preoccupante e chi amministra la Regione, anziché arginare un fenomeno che rischia di compromettere irrimediabilmente l’identità territoriale, oltre ad approvare opere infrastrutturali devastanti prepara anche un “piano casa” decisamente filoberlusconiano che aggraverà ulteriormente la situazione. Il tutto senza pensare minimamente alle conseguenze sulla mobilità di uno sviluppo sempre più dispersivo e incoerente degli abitati e degli ambiti produttivi, promuovendo, di fatto, la forma di mobilità più aggressiva e dannosa: quella su gomma. Tutto questo però sembra sia stato cancellato dal dibattito all’interno dei Verdi, troppo presi a cercare una collocazione politica al proprio involucro per ricordarsi cosa c’era dentro.
19 gennaio 2008
La bretella? Parliamone
Con questo primo numero del 2008 di “Cambiare e Vivere Labico News” vogliamo introdurre l’iniziativa di approfondimento che abbiamo promosso sulla bretella Cisterna-Valmontone e che qualche malumore ha creato, in particolare tra le fila della maggioranza. Non entro nel merito della questione, anche perché le vicende sono state egregiamente riassunte da Maurizio nel suo articolo.
Vorrei semplicemente descrivere come vi sia tra noi e chi ci amministra una profonda differenza di impostazione, culturale prima ancora che politica, sul rapporto tra amministratori e cittadini. Per noi è più che naturale l’idea del dialogo e del confronto su temi anche delicati e complessi. Anche quando neppure al nostro interno c’è un’identità di vedute. Non abbiamo paura di mettere sul piatto opinioni e posizioni diverse, valutarne i pregi e i difetti, permettere ai cittadini - con i quali cerchiamo sempre di avere un canale aperto di comunicazione – sia di essere informati nel modo più ampio possibile, sia di esprimere a loro volta eventuali contributi, osservazioni e anche, perché no, critiche e perplessità. Pensiamo al contrario che questa opportunità sia una ricchezza e un valore a cui non vogliamo rinunciare. E questa opportunità l’abbiamo estesa, come è giusto che sia, all’amministrazione comunale che – nella persona del Sindaco – è stata invitata a prendere parte al confronto e al dibattito, esprimendo le proprie opinioni.
Il pensiero dei nostri amministratori è differente. Per loro la formula ideale era quella di trovare un accordo tra maggioranza e opposizione e poi presentarlo ai cittadini con un’iniziativa pubblica. Una bella passerella in cui era prevista solo la posizione assunta e nessuna possibilità di voci fuori dal coro. Per i cittadini non vi sarebbe stata altra possibilità che “prendere atto” dell’intesa raggiunta, con grande compiacimento di tutti. Invece noi, che abbiamo fatto della democrazia la base della nostra azione politica, sentiamo l’ìnsopprimibile esigenza di parlarne con chiunque avrà voglia di parlare o, semplicemente, di ascoltare.
Uno degli errori tipici quando si parla di un’opera pubblica di interesse regionale o nazionale, come quella che potrebbe riguardare il nostro territorio nei prossimi anni, è quello di limitarsi agli aspetti locali, senza tenere conto in modo adeguato del ben più ampio contesto che ha dato vita all’idea di realizzare l’opera in questione. C’è spesso una certa miopia che impedisce una visione complessiva della questione, portando a valutazioni talvolta scorrette delle ricadute dell’intervento. Bisogna pertanto distinguere i due livelli dell’intervento, quello più ampio, che attiene alla politica delle infrastrutture e della mobilità che viene stabilito a livello nazionale e comunitario, e quello che riguarda l’impatto sul territorio (sociale, ambientale, economico) e che invece deve essere valutato a livelli territoriali più ridotti. Ma i due aspetti sono inscindibilmente connessi e occuparsi di un aspetto senza tener conto dell’altro costituisce un errore metodologico che giudico piuttosto grave. Errore che nasce anche da una pessima legge dello Stato – la famigerata legge obiettivo – che, con l’intento di ridurre “lacci e lacciuoli” della burocrazia, intendeva accelerare la realizzazione delle opere pubbliche, infischiandosene delle conseguenze sui territori e sulle popolazioni. Più volte ho espresso le mie forti perplessità sulla realizzazione di una bretella di collegamento tra l’asse del corridoio tirrenico e il nodo viario della Roma-Napoli. Le mie considerazioni partono da lontano e quindi dagli aspetti della macroprogrammazione delle infrastrutture, che spesso non tiene adeguatamente conto di tutte le componenti. In particolare non si è tenuto conto – per
22 settembre 2007
La sinistra, il lavoro e il diritto alla salute
“Ho letto con molta attenzione la lettera-articolo di critica all’operato dell’opposizione nel consiglio comunale di Labico e credo meriti una risposta.
Il riferimento alla categoria della “sinistra” mi è sembrato piuttosto temerario visto che tra le righe si intuisce che l’iniziale appartenenza ideologica alla sinistra dell’autore si è via via affievolita per transitare in tutta evidenza verso altri lidi. Niente di male: personaggi autorevoli come Bondi e Ferrara hanno fatto la medesima scelta con grande convinzione. Ma la temerarietà sta soprattutto nella sostanziale confusione con cui si fa riferimento alla sinistra, che, non solo non può essere “interpretata” a seconda delle convenienze, ma che - mentre il mio detrattore era alla ricerca di nuovi punti di riferimento politicoideologici - ha avviato un difficile percorso di analisi e di ricerca dei propri valori e dei propri principi. Possiamo dire che è maturata. Possiamo dire che è cresciuta. Così come è maturata e cresciuta l’intera società e lo stesso si può dire per la coscienza civica di molti (anche se forse non di tutti). Sono cresciute le conoscenze e le competenze ed è aumentata la consapevolezza degli effetti sulla salute e sull’ambiente di molte attività antropiche. Il riferimento ai costumi, alle usanze e alle consuetudini di 50 o 100 anni fa potrebbe risultare fuorviante. In un passato non troppo lontano si usava il carbone per il riscaldamento domestico e nessuno se ne preoccupava. Peccato però che fossero molto diffuse patologie respiratorie e l’insorgenza di gravi e mortali malattie, delle quali è stato poi accertato il nesso di causalità con l’inalazione delle polveri di carbone. I dirigenti Enimont ostentavano sicurezza e tranquillità a proposito delle emissioni inquinanti del petrolchimico di Marghera. Sono morte 157 persone per l’esposizione ai vapori di cloruro di vinile monomero. In Puglia la Fibronit ha dovuto chiudere, dopo che la sua attività di lavorazione dell’amianto aveva causato 380 morti, tra lavoratori ed abitanti della zona, per mesotelioma pleurico. Il progresso non si misura solo dalla capacità di inventare e costruire nuovi prodotti e nuovi materiali, ma anche da come si riesce a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze produttive e quelle – a mio avviso decisamente più importanti, ma io ho il difetto di essere di sinistra – della salute dei cittadini. Anche a Labico le cose sono cambiate negli anni. Fino a qualche decina di anni fa, in prossimità delle abitazioni venivano allevati suini e bovini. Poi un giorno si è pensato che, alla luce di una mutata sensibilità sociale, alcune attività (peraltro non particolarmente nocive, ma semplicemente “fastidiose”) erano incompatibili con il rinnovato modo di vedere la qualità della vita. Alcune norme di tutela ambientale e sanitaria sono sicuramente più recenti della bottega del fabbro ferraio e anche dell’Enichem o della Fibronit, ma ciò non toglie che non siano state frutto di attente valutazioni e scelte, con il chiaro obiettivo di tutelare i cittadini. E dovrà quindi essere l’Enichem ad adeguarsi non viceversa. Vorrei sottolineare che, quando si parla con una corretta impostazione “di sinistra”, il valore da difendere non è il “lavoro”, in se, ma il lavoratore in quanto individuo ed è anche a sua tutela che sono state varate norme come il testo unico per la sicurezza dei lavoratori (d.lgs. 626/94) del quale abbiamo chiesto il rispetto con la nostra interrogazione.
In ogni caso, per tornare all’interrogazione posta dal gruppo consiliare Cambiare e Vivere Labico, la questione è molto semplice e qualunque amministratore che abbia a cuore il benessere collettivo la dovrebbe affrontare facendo una valutazione complessiva. Da un lato ci sono le esigenze – legittime – di chi svolge un’attività produttiva e dall’altro ci sono i diritti dei cittadini alla salute e al benessere. La questione nella lettera è malposta: non ci sono diritti dei lavoratori contro diritti dei cittadini. C’è un interesse economico produttivo che potrebbe agevolmente trovare una più ragionevole collocazione e c’è un diritto, quello sì, inalienabile e garantito dall’articolo 32 del nostro dettato costituzionale, alla salute. Tra gli abitanti della zona si è registrata una preoccupante presenza di patologie attribuibili all’attività in questione. E’ evidente che non c’è uno studio epidemiologico, ma quello che una volta si chiamava buonsenso e che la normativa comunitaria definisce “principio di cautela” suggerisce di prendere provvedimenti per ridurre i fattori di rischio.
L’opposizione ha semplicemente posto la questione al sindaco. Prima in consiglio comunale, poi, in assenza di segnali di attenzione, ha chiesto formalmente al Sindaco di prendere una posizione (ed è lui ad avere la responsabilità delle scelte che l’amministrazione adotta) ed ha contestualmente chiesto agli organismi di controllo di esprimere le proprie valutazioni in merito. Qualora l’inerzia del sindaco dovesse proseguire saranno loro ad occuparsene. Sempre nell’interesse dei cittadini.
Riguardo ad altre parti della lettera non proprio attinenti alla questione replico molto brevemente. 1. Non si capisce perché si debba attribuire al sottoscritto la responsabilità per violazioni di cui è a conoscenza l’autore della lettera: è suo dovere di cittadino denunciare eventuali abusi o illegalità. Se ha bisogno del nostro sostegno noi siamo pronti a fare la nostra parte. 2. Sui posti “riservati” mi sembra chiaro che io li avrei eliminati senza mezzi termini, ma anche qui è inutile farmi il processo alle intenzioni. Chi può decidere se mantenere o no il privilegio è il sindaco: è il suo operato che si deve eventualmente giudicare.
Infine vorrei ringraziare l’autore della lettera per aver dato uno spunto ad un dibattito pubblico che, purtroppo, in consiglio comunale non si è ancora riusciti ad avviare.
Ho ragione di pensare che i “motivi affettivi” alla base del suo intervento non siano scomparsi e li ritengo più che comprensibili, ma credo sia innegabile che possono minare l’autonomia del giudizio. Da parte mia – e di tutta l’opposizione consiliare - rivendico di agire nell’interesse della collettività e dubito che si possano trovare argomenti per affermare il contrario.”
19 settembre 2007
L'ambientalismo scomodo
Intanto bisognerebbe fare un primo passaggio e mettere in evidenza la distinzione tra un ambientalismo etico, che prescinde dalle considerazioni di carattere socio-economico, e che ritiene giusta una tutela dell’ecosistema in quanto tale. Per il suo intrinseco valore, non certo misurabile con le unità di conto a cui siamo abituati, ma non per questo di minor pregio. Molti valori col passare degli anni hanno conquistato un posto negli ordinamenti giuridici perché ritenuti meritevoli di salvaguardia. Si è cominciati con la vita umana e, man mano che la sensibilità sociale è cresciuta, il bisogno di tutela si è esteso sempre di più, fino a ricomprendere il pudore o i beni culturali. Su questo aspetto c’è poco da discutere - infatti c’è chi pensa che i beni culturali non siano meritevoli di tutela, soprattutto se non sono “economicamente rilevanti” – e si tratta semplicemente di stabilire quale sia il livello di sensibilità di un popolo e predisporre leggi che siano in linea con quella sensibilità.
Un po’ più delicata è la questione sugli aspetti economici e scientifici delle questioni ambientali. Le dottrine economiche arrivano sempre in colpevole ritardo rispetto alle istanze sociali e questo ha permesso per lungo tempo al settore produttivo di non tenere conto dei “costi esterni” legati alla propria attività. I costi esterni sono le conseguenze negative che un’attività comporta per la collettività. In passato essi sono sempre stati sopportati dai cittadini o semplicemente vivendo il disagio (o il rischio per la salute), oppure attraverso l’intervento economico dello Stato per ridimensionare i danni. In seguito sono state introdotte norme più severe che impongono alle aziende di farsi carico di almeno una parte di quei costi. Questo per quanto riguarda un’impostazione strettamente economicista. Un’impostazione che – comprensibilmente, sotto questa tipologia di approccio – non giustifica stanziamenti elevati per intervenire su qualcosa che viene considerato semplicemente un fattore di rischio e sulle cui possibili conseguenze non vi è una visione unanime da parte del mondo scientifico. L’approccio è ovviamente molto cinico ed è lo stesso che ebbe l’Enimont quando si cominciavano a prendere in considerazione i possibili rischi legati alla produzione industriale: per loro non c’era una valutazione del rischio che giustificasse costosi interventi di messa in sicurezza, che incidevano sul profitto dell’azienda. Le drammatiche conseguenze di questo atteggiamento irresponsabile in termini di malattie e di vite umane sono ben note e dovrebbero far riflettere su quanto possa essere miope l’atteggiamento del mondo economico sulle questioni legate alla salute e all’ambiente.
Altre considerazioni vanno fatte sotto l’aspetto scientifico. Sotto questo profilo intanto desta stupore questa spaccatura del mondo accademico su cause e possibili conseguenze dei cambiamenti climatici. Nessuno pensa che la climatologia sia una scienza esatta, ma viene il sospetto che l’interpretazione dei dati venga stirata da una parte o dall’altra a seconda di quale strategia energetica si voglia avvantaggiare. Così è evidente che chi è legato economicamente all’uso del carbone nutre simpatia per i negazionisti e chi ha interessi nella produzione nucleare apprezza la tesi di chi sostanzialmente conferma le preoccupazioni delle più autorevoli comunità scientifiche sui cambiamenti climatici, ma che considerail nucleare una sicura forma di produzione alternativa. I “catastrofisti” sarebbero supportati dalle grandi lobby dell’eolico, del fotovoltaico e delle associazioni ambientaliste. Analisi suggestiva, ma che non tiene conto di un dato: come mai potentati economici come quelli legati all’estrazione dei combustibili fossili (in grado di dar vita a conflitti armati per il controllo politico-economico delle zone strategiche del globo) riuscirebbero a portare dalla loro parte un modesto numero di studiosi, mentre le non proprio facoltose associazioni ambientaliste riescano ad avere nel proprio libro paga i più autorevoli esponenti del mondo scientifico e siano finanche riusciti a portare dalla loro addirittura l’Office of Net Assessment del Pentagono, che non è esattamente l’ufficio studi di Greenpeace? Varrebbe la pena rifletterci e non continuare a ballare allegramente e inconsapevolmente, proprio come i passeggeri del Titanic la notte del 15 aprile del 1912.
2 maggio 2006
Riflessioni ad alta velocità…
TAV. NOTAV. Prodi o Berlusconi. Destra o sinistra. Procreazione assistita sì, procreazione assistita no. Franzoni colpevole o Franzoni innocente. Centro-destra o centro-sinistra (e, nel centro*sinistra trattino sì o trattino no). Amnistia sì, amnistia no. E poi, andando indietro nel tempo, Nucleare si nucleare no. Divorzio sì, divorzio no. Coppi o Bartali. Fino ad arrivare al primo referendum che ha diviso in due l’Italia: monarchia o repubblica.
Ci siamo abituati. Tutte le volte che una qualunque questione diventa di pubblico dominio e attiva un qualche dibattito collettivo, le ragioni sragionano, gli approfondimenti non approfondiscono, le analisi non analizzano, le valutazioni non valutano. Il “merito” non esiste più. Lo scontro diventa preconcetto, ideologico, avulso da ogni considerazione sul fatto in sé: o di qua, o di là, per dirla con una sgradevole quanto azzeccata locuzione del nostro ex (vivaddio) premier.
La realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità in val di Susa non si sottrae a questa logica delirante. Come è stato brillantemente fatto notare durante i giorni caldi della protesta, nessuno tra gli autorevoli (e non) commentatori che hanno descritto le proteste dei valsusini ha spiegato in modo chiaro le ragioni del sì e, tantomeno, le ragioni del no. Per chi fosse – se mai ci sia stato qualcuno – scevro da condizionamenti ideologici era davvero difficile farsi un’idea di chi avesse ragione, tenendo conto del celeberrimo monito manzoniano sulla non agevole separazione tra torto e ragione.
E così, anche la vicenda della TAV in Val di Susa è stata liquidata da gran parte dei media in modo piuttosto superficiale come la solita disputa tra ambientalisti-integralisti e modernisti-sviluppisti. Descrivendo – nella stragrande maggioranza dei casi – i primi come ottusi oppositori ad interventi non più differibili e i secondi come animati da un sano e razionale approccio alle esigenze di un paese moderno ed europeo.
Ma, nel merito, il silenzio rimane assordante. Eppure non è proprio difficile provare a spiegare le ragioni del no. Ragioni che perdono di credito quando ad esprimerle sono coloro i quali vengono penalizzati dal devastante impatto dell’opera – “non possiamo permetterci di anteporre gli interessi di pochi a quelli della collettività”, hanno prontamente sostenuto i ministri del passato governo (ma temo che sarà così anche per qualcuno del prossimo) – ma che invece hanno piena dignità e che andrebbero valutate con una certa attenzione.
Vorrei tralasciare le questioni che ritengo prioritarie, proprio per la soggettività che le caratterizza: le questioni ambientali. Normalmente infatti la controargomentazione rispetto alle preoccupazioni di tipo ambientale fa riferimento alla dottrina utilitaristica: l’importanza strategica dell’opera giustifica il prezzo da pagare in termini ambientali. Sempre e comunque.
E’ quindi il caso di valutare con più attenzione i reali benefici dell’opera, confrontandoli magari con i costi – ambientali, ma anche economici – per capire quanto sia davvero irrinunciabile la sua realizzazione.
I costi ambientali non sono facilmente misurabili (non con un’unità di misura che possa permettere confronti) e quindi conviene concentrarsi sul costo dell’opera. Si parla di 20 miliardi di euro. Una cifra pazzesca e, al contrario di quanto si dice, interamente a carico della collettività. La quale collettività dovrebbe quindi essere consapevole del fatto che 20 miliardi di euro destinati alla Torino-Lione sono 20 miliardi di euro sottratti ad una qualunque altro uso pubblico di interesse – davvero – generale.
Normalmente questa considerazione viene accolta con un atteggiamento che è una via di mezzo tra paternalistica rassegnazione e spocchiosa saccenteria. Perché preoccuparsi – che so – di asili nido o di assistenza sanitaria o dell’ammodernamento del “materiale rotabile” che coraggiosamente presta servizio a beneficio di chi il treno lo prende tutti i giorni, ossia i pendolari, significa avere una visione minimale delle questioni. Perché è riduttivo preoccuparsi di queste inezie, quando il progresso e la modernità passano per le “grandi opere”, attribuendo all’aggettivo “grandi” il primo – banale, forse scontato – dei significati, quello dimensionale. Un po’ come in quella vecchia pubblicità che giocava sulla sfumatura semantica tra “pennello grande” e “grande pennello”. Tra le due opzioni io, preferisco la seconda, e, per “grandi opere” intendo quelle opere che danno davvero un contributo alla qualità della vita, al benessere, alla solidarietà, ai diritti. E queste grandi – anche se piccole – opere sono proprio quelle che più facilmente trascurate dai “grandi politici”. Facciamole dunque queste piccole grandi opere. Proviamo ad investire sugli interventi che migliorano la nostra quotidianità. Se poi questo comporterà l’effetto collaterale di avere utilizzato le risorse finanziarie che si volevano destinare alla devastazione di una magnifica valle alpina, compromettendo la vita, la salute e la serenità di un’intera popolazione… Beh!, in tal caso, cercheremo di farcene una ragione.
Tullio Berlenghi
Articolo pubblicato sul sito di Avantipop
30 gennaio 2006
Abusivismo edilizio. Dalla parte della legge
Partiamo da un presupposto incontrovertibile: l’edificazione in assenza delle prescritte autorizzazioni e licenze edilizie è illegale e, come tale, punita dalla legge. Chi lo fa sa di commettere un abuso e di correre il rischio di vedersi bloccati i lavori. E’ altrettanto evidente che chi costruisce illegalmente punta su due fattori: la frequenza di provvedimenti di sanatoria varati da governi disposti a tutto pur di fare cassa e la facilità con cui la stragrande maggioranza delle amministrazioni comunali tende a chiudere un occhio (se non due) sugli abusi commessi sul proprio territorio; magari per la preoccupazione che eventuali interventi per il ripristino della legalità possano comportare un calo dei consensi. In pratica chi costruisce una casa abusiva ritiene – a buon ragione peraltro – che ci siano ottime probabilità di farla franca. Un po’ come l’automobilista che percorre indisturbato la corsia preferenziale mentre gli altri sono pazientemente in coda. Lo fa pensando che le probabilità che venga fermato (e multato) sono piuttosto basse, ma se ciò avviene si ritiene vittima di una profonda ingiustizia.
Molto raramente gli abusi edilizi sono veri abusi “di necessità”. La cosa più frequente è la vera e propria speculazione edilizia. Spesso e volentieri a carattere familiare, come, ad esempio, il padre che trasforma il vecchio tinello nella zona agricola in villetta bifamiliare per garantire un tetto ai propri due figli. Il proposito è senza dubbio lodevole: quello che non va è la scorciatoia del mancato rispetto delle regole di civile convivenza.
Ciò che preoccupa è la mancanza di percezione dell’illegalità per quanto riguarda gli abusi edilizi. Molti di coloro che edificano abusivamente non pensano di fare qualcosa di sbagliato. E le stesse persone che hanno costruito immobili successivamente sanati sono pronte a protestare quando nuovi abusi (fatti da altri) possano in qualche modo danneggiarli. C’è sovente un atteggiamento miope ed egoistico e manca sostanzialmente il senso della collettività, il rispetto delle regole e degli altri e l’intervento dell’autorità giudiziaria viene visto come una ingiusta ingerenza.
Il fenomeno dell’abusivismo edilizio però andrebbe analizzato nella sua complessità e non attraverso la lettura – parziale - del caso singolo, nei cui confronti spesso viene naturale e quasi comprensibile un atteggiamento giustificatorio. Il fenomeno va letto in misura più ampia soprattutto per le conseguenze che porta all’intero territorio e alla comunità che ne pagherà i costi. Serve cioè la consapevolezza che chi costruisce una casa abusiva contribuisce ad alterare profondamente l’equilibrio territoriale, sociale ed economico (quanta economia agricola è andata in fumo per le speculazioni edilizie), comporta inevitabili conseguenze ambientali e paesaggistiche, rende necessarie opere di urbanizzazione primaria e secondaria che verranno sostenute dall’intera collettività, concorre alla formazione del fenomeno della “residenzalità diffusa”, rendendo pressoché impossibile una programmazione urbanistica coerente ed omogenea.
L’adozione di provvedimenti di sanatoria poi realizza una profonda ingiustizia, poiché comporta una sorta di premio per chi ha violato la legge e, qualora l’amministrazione comunale decida di attuare un piano di recupero, rischia di penalizzare chi la legge l’ha rispettata, magari attraverso l’esproprio di terreni necessari a realizzare servizi e strutture di pertinenza della zona sanata (e quindi a beneficio dei “trasgressori”). Oltre al danno quindi la beffa. Non stupisce pertanto che anche chi non aveva costruito in passato decida di farlo, considerandolo un diritto dovuto, visto che “così fan tutti”. I sindaci in questo caso se ne lavano le mani e spetta alla magistratura l’ingrato compito di sanzionare gli abusi, sapendo comunque di dare vita ad un’iniquità. E, d’altronde, non sanzionarli sarebbe un’omissione. Neanche una nuova sanatoria risolverebbe il problema perché darebbe vita a nuove aspettative, in una spirale perversa da cui sembra difficile trovare una via d’uscita.
Purtroppo non c’è soluzione. Se non quella di partire dalla consapevolezza di aver avallato in questi anni tante ingiustizie e tante regalie ai furbi della prima (e della seconda e della terza) ora, facendo pagare lo scotto agli onesti e ai furbi della quarta ora. Il Governo Berlusconi dopo il varo di ogni sanatoria ha sempre dichiarato che dall’indomani le violazioni urbanistiche non sarebbero più state tollerate e che avrebbe dato alle amministrazioni gli strumenti adeguati per difendere il territorio. Invece ha adottato la tecnica “Prendi i soldi e scappa”, lasciando i comuni – ma non per questo incolpevoli – a gestire in piena solitudine un fenomeno che ha radici profonde nella forma mentis dell’arbitrarietà, così diffusa e così perniciosa. E all’inerzia – se non alla connivenza - dei comuni difficilmente potrà far fronte l’impegno e il coraggio della magistratura, il cui intervento, pur se impeccabile sotto il profilo giuridico, quando non cade nell’indifferenza, diventa impopolare. E mentre l’impopolarità si spiega con l’interesse leso, l’indifferenza spaventa molto di più, visto che è il sintomo di una seria patologia sociale: la mancanza di un sentimento di appartenenza ad un organizzazione sociale. In pratica: la mancanza di senso civico.



