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26 marzo 2014

Per il bene del paese...

Da quando, con l’afflato di democrazia degno di Goebbels e la predisposizione alla trasparenza tipica del Ku Klux Klan, Alfredo Galli ha vietato la registrazione dei consigli comunali e, col rispetto per i cittadini che lavorano tipico di chi non ha mai avuto questa sventura, ha deciso di convocarli in giorni e orari lavorativi, è davvero difficile formarsi un’opinione su quello che succede nei palazzi del potere labicano, visto che le fonti sono necessariamente di parte (maggioranza e opposizione) o di presunte testate giornalistiche che non fanno certo dell’imparzialità la propria ragione di vita. Eppure, tra le austere mura di Palazzo Giuliani, si prendono decisioni rilevanti per i cittadini e sarebbe molto importante sapere quali sono e in che modo condizionano la vita dei cittadini labicani. Si pensi, ad esempio, all’ultimo consiglio comunale, nel quale è stato approvato un unico atto deliberativo. La convocazione riporta in modo asettico il titolo dell’atto: “Approvazione del piano di riequilibrio finanziario pluriennale 2013-2022 ai sensi dell’articolo 243-bis e seguenti d.lgs. 267/2000”. Buracratese puro. Lontano anni luce dalla percezione del cittadino. Così, a prima vista, sembrerebbe quasi una sorta di atto dovuto, un provvedimento contabile di quelli previsti dalla normativa (“ai sensi dell’articolo…”), di modesta rilevanza all’atto pratico… E invece? Invece l’atto che il consiglio comunale ha approvato lunedì 17 marzo 2014 è un atto di straordinaria importanza per il futuro della nostra piccola città. Ho già avuto modo di illustrare genesi e funzionamento di questo strumento amministrativo ( 27 dicembre 2013 e 28 dicembre 2013) e di come il nostro sindaco abbia deciso di utilizzarlo. Vorrei però provare a mettermi nei panni di un comune cittadino, possibilmente non prevenuto, che decida di informarsi sull’attività amministrativa del proprio comune. Ovviamente cosa può fare il nostro malcapitato cittadino? L’unica fonte possibile di informazione (teoricamente neutra) è il sito istituzionale del Comune. Con google ci mette pochi secondi a trovare l’indirizzo e va subito in home page, dove vede scorrere le ultime notizie. Si sofferma sulla più recente, il cui titolo recita: “Approvato il piano di riequilibrio finanziario. Debito ridotto a 2 milioni e 900 mila euro”. Perbacco! Due notizie positive in una sola riga, pensa il nostro ingenuo cittadino. Ora, cliccando sul titolo, è in grado di ottenere qualche informazione in più. Ed è così che si trova di fronte a testo predisposto in pieno stile “stampa e propaganda” dei bei tempi andati. Lanciamoci così in una rapida esegesi del testo…

In un consiglio comunale durato diverse ore è stato approvato a maggioranza il piano di riequilibrio finanziario del Comune di Labico. Un passaggio cruciale dell’amministrazione Galli che dovrebbe portare ad una soluzione definitiva l’annoso problema del sequestro dei depuratori. Problema con il quale l’amministrazione si sta scontrando quotidianamente sin dal giorno dopo della vittoria elettorale.

L’azione amministrativa di Galli sembra un atto di eroismo – notare il “passaggio cruciale” e la “soluzione definitiva” - peccato per quel condizionale (dovrebbe) che, con un rigurgito di sincerità, fa capire che non ci credono neppure loro. Al secondo periodo l’inevitabile balla (è una dote naturale): il sequestro dei depuratori è avvenuto prima della “vittoria” elettorale, tant’è che le prime ordinanze le ha firmate Giordani. Meglio precisare che chi ha amministrato il paese è lo stesso identico gruppo di potere da circa vent’anni.

Il punto sulla situazione è stato fatto dal sindaco Alfredo Galli che ha letto una lunga relazione dettagliata nella quale ha spiegato passo per passo tutto quello che è successo. Ora la Corte dei conti avrà 90 giorni di tempo per dare l’ok definitivo e per scongiurare il commissariamento.

“Scongiurare il commissariamento” sembra far capire che sarebbe una iattura per il paese. Forse è vero il contrario: la vera iattura di questo paese è avere avuto degli amministratori che hanno portato Labico al disastro.

“Abbiamo deciso dopo il consiglio comunale del 27 dicembre 2013 di ricorrere alla strada del riequilibrio di bilancio. Da due anni stiamo gestendo una situazione veramente difficile per quanto riguarda il debito creato dal sequestro dei depuratori.

Anche qui sembra che il “sequestro dei depuratori” sia una sorta di calamità piombata sull’incolpevole amministrazione comunale, come un meteorite o un terremoto. Peccato che i depuratori siano stati sequestrati perché non rispettavano le norme vigenti. E la responsabilità politica e amministrativa è da attribuire a chi ha trascorso gli ultimi due decenni nelle stanze dei bottoni.

In questi tempi duri a livello socio economico chiedere ulteriori sforzi ai cittadini non è facile.

No, che non è facile. Però saranno gli unici a pagare. Non certo gli amministratori il cui stipendio è l’unica voce di bilancio che non viene ridotta dai tagli.

Prima di tutto abbiamo voluto risolvere l’empasse ambientale che si era creata e da subito abbiamo avuto 200 mila euro dalla Regione per i lavori di messa a norma dei due impianti comunali ed abbiamo attivato un mutuo di 600 mila euro con la BCC.

L’”empasse ambientale”? Stiamo scherzando? Non si può definire “empasse” (e magari voleva dire “impasse”) una chiara violazione della normativa ambientale, che comporta danno agli ecosistemi e rischio per la salute dei cittadini. Stiamo parlando di reati gravissimi (ambientali ed amministrativi) che non possono essere derubricati in modo così superficiale.

A settembre avevamo terminato i lavori di adeguamento ai limiti tabellari ma poi sono passati altri 8 mesi per la concessione delle autorizzazioni con un ulteriore aggravio per tutti i nostri cittadini.

Ecco. Guarda quanto sono stati bravi. Lasciamo perdere gli anni di ritardo con cui hanno affrontato il problema, ma quando hanno, finalmente, avviato la pratica hanno dovuto attendere l’esito dell’iter procedurale. Dannata burocrazia!

Questa che stiamo per intraprendere è la soluzione migliore e meno dannosa nonostante le critiche senza senso dell’opposizione. Da oltre 4 milioni di debiti con le ditte che hanno smaltito i liquami siamo arrivati a 2 milioni e novecento mila euro e vi è la possibilità di una ulteriore riduzione.

Che la soluzione sia la migliore è tutto da dimostrare. Il fatto che ci sia stata una riduzione dei costi fa temere che magari fossero gonfiati. Ma non è che possiamo rallegrarci per lo sconto di un milione di euro. Noi siamo preoccupati per il fatto di doverne pagare comunque quasi quattro.

Il dissesto non sarebbe stato una soluzione giusta per il bene del nostro paese perché avrebbe portato ulteriori tasse ed il blocco di ogni attività ed iniziativa amministrativa.

No, Alfredo Galli. Tu non hai titolo per parlare di “bene del paese”, visti i danni che hai causato al paese. La sensazione è che chi a rimetterci con il commissariamento sarebbero solo gli amministratori, che perderebbero i loro emolumenti e quel pizzico di potere a cui sono pervicacemente attaccati. Il “bene del paese” è altro.

Il comune ha deciso di auto commissariarsi riducendo al massimo tutte le spese in modo da abbattere il debito per il massimo possibile e spalmandolo su più anni, fermo restando che i debiti derivanti da responsabilità di terzi (vedi le aziende che gestivano i depuratori) verranno fatti pagare a chi di dovere.

Sì, ridurre tutte le spese, tranne gli stipendi di sindaco & soci. Ok, il debito viene spalmato. Peccato che a causarlo non siano stati i cittadini, ma siano loro a pagarlo. Per quanto riguarda le responsabilità, la lista Legalità e Trasparenza aveva chiesto due anni fa l’avvio di un’azione di rivalsa. Perché non è stato fatto subito? Il dubbio è che, per inconfessabili ragioni, l’amministrazione abbia preferito attendere.

C’è stato un abbattimento dei costi sulla gestione dei rifiuti che è passato da 1 milione e duecento mila euro ad un milione di euro l’anno con un risparmio di 200 mila euro, ma purtroppo ci sono stati oltre 240 mila euro di trasferimenti in meno dallo Stato.

Non c’è stato un abbattimento dei costi, ma una riduzione del servizio. Sono bravi tutti a risparmiare così.

Abbiamo fatto tutto il possibile per salvare il nostro paese e non ci fermeremo davanti a nulla.


La frase esatta è “abbiamo fatto tutto il possibile per affossare il paese e non ci fermeremo davanti a nulla”. Sì, è vero, non si fermano davanti a nulla. In questa circostanza, non so se è un merito.

P.S. - Proprio oggi è stata pubblicata la delibera di consiglio. Avremo modo di riparlarne.

13 aprile 2013

Raccolta differenziata. Un successo... fallimentare.


L’ho sempre sostenuto. Il principale limite dei nostri amministratori è il pressapochismo. Al di là del giudizio – duro, durissimo, impietoso – sulle scelte di “governo”, ci sono altre enormi criticità che attengono al modo di amministrare – approssimativo, inconcludente, superficiale – che nulla ha a che fare con la diversità di visione. Penso alla questione “rifiuti”. Il nostro ordinamento, sin dall’approvazione del “decreto Ronchi” (siamo nel 1997), impone alle amministrazioni locali l’obbligo di raggiungere determinati obiettivi di raccolta differenziata. I nostri amministratori – nei quali la parola “ambiente” fa immediatamente scattare, come in un riflesso pavloviano, l’immagine di un’enorme betoniera pronta a cementare inutili prati verdi – si sono accorti dell’esigenza di avviare una vera raccolta differenziata solo 11 anni dopo (del resto il povero Galli vantava appena una ventina d’anni di esperienza nelle istituzioni) e, guarda caso, proprio quando è arrivata una prima vera opposizione. E’ così che, con non poche difficoltà, è partita la raccolta differenziata porta a porta. Ci sono voluti un paio d’anni per portarla “a regime” e solo nel 2010 si è estesa a tutto il territorio comunale. Galli & C. hanno avuto anche l’ardire di magnificare – con comunicati ed iniziative - la straordinaria innovazione, senza pensare che, in fondo, stavano solo cercando – ancora senza successo – di adeguarsi ad una legge dello Stato. Pensiamo solo che, ad oggi, bisognerebbe essere al 65 per cento di raccolta differenziata.
Quello dei rifiuti è uno dei temi sui quali alcuni di noi – cittadini, associazioni, forze politiche locali – si sono sempre impegnati e condividono l’esigenza di avviare un difficile percorso di ripensamento dei propri stili di vita. Che va ben al di là del semplice gesto di scegliere in quale contenitore gettare un oggetto. Ne abbiamo parlato in qualche convegno – disertato, ovviamente, sia da molti esponenti della maggioranza, sia da molti della presunta opposizione – ma siamo consapevoli di quanta poca sensibilità ci sia sul tema.
Ma proviamo a tornare alla situazione labicana. Sono passati due anni dalla copertura dell’intero territorio con la raccolta porta a porta. La prima domanda che ci siamo fatti, e che ci stiamo facendo da molti mesi, è: con quali risultati? Ovviamente, nonostante le nostre domande formali e regolarmente protocollate, nessuno si è degnato di darci una risposta. Qualcuno – evidentemente più vicino di noi alla maggioranza – le risposte sembra averle avute (dico “sembra” perché sembrano dati parziali e insufficienti per avere un quadro chiaro). E qualcuno parla anche di un sostanziale successo, di un “buon riscontro”. Io non ho la stessa sensazione. La mia sensazione è di tutt’altro segno. Al momento la raccolta differenziata sembra fallimentare.  Talmente fallimentare che il Sindaco, dopo un inadeguato “start up” del sistema, ha deciso di avviare un meccanismo di controlli e sanzioni. Un meccanismo più che giusto, ma che non può arrivare dopo quattro anni di sostanziale inerzia dal punto di vista dell’informazione e della sensibilizzazione. Quattro anni nei quali nemmeno negli uffici comunali si è mai fatta la raccolta differenziata (come ha dimostrato un nostro servizio del TG LOV). Quattro anni nei quali i cittadini più incivili hanno potuto, serenamente e impunemente, buttare i rifiuti ovunque e senza che vi fosse alcun controllo, salvo poi predisporre onerosi – per la collettività – interventi di bonifica del territorio (qualcuno anche come spot elettorale). Quattro anni nei quali non si è affrontata un’efficiente alternativa al costosissimo conferimento del rifiuto organico, che rappresenta il 30 per cento del totale, negli impianti autorizzati. Quattro anni nei quali non si è nemmeno minimamente pensato di lavorare sui principi che l’ordinamento comunitario ha varato per affrontare la questione rifiuti. Tra questi il primo è la riduzione dei rifiuti. “Il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto”. Per fare questo sarebbe, ad esempio, sufficiente evitare il ricorso ai beni “usa e getta”. Come continua ad avvenire, ad esempio, nelle mense scolastiche o al centro anziani. Perché i nostri amministratori non vogliono ammettere i propri limiti e provano a guardare al di là del proprio confine comunale, per capire, con la dovuta umiltà, come vanno le cose nei comuni dove si riescono ad ottenere dei risultati? Magari prendendo spunti ed esempi? Qualche suggerimento lo potremmo dare anche noi, che cerchiamo di girarci intorno, informandoci sulle “buone pratiche” che si stanno diffondendo in tutto il paese.
Non credo che succederà. Così come dubito che l’ordinanza del sindaco diventi qualcosa di diverso di un pezzo di carta (virtuale) affisso sull’albo pretorio (virtuale). E, presumibilmente, saranno virtuali i controlli, virtuali le sanzioni e virtuali i risultati. Nel frattempo torno a chiedere che i dati della raccolta differenziata (virtuali anche quelli) siano formulati in modo chiaro (la regione Lazio ha varato un apposito metodo standardizzato di rilevazione) resi accessibili a tutti. Del resto la normativa – sia nazionale, sia regionale – impone ai comuni di trasmettere i dati della raccolta differenziata. Ovviamente Alfredo Galli, allergico non solo al rispetto dell’ambiente, ma anche al rispetto delle leggi, si guarda bene dal rendere pubblici i dati. Eppure, se il risultato è così “positivo”, come qualcuno afferma, come mai i dati non vengono divulgati ufficialmente? Chi ha interesse a tenerli nascosti nei cassetti? Attendiamo risposte.

11 marzo 2013

Fiducia a un governo ambientalista.


Una petizione lanciata da venti ambientalisti per mettere l'Italia sulla rotta giusta. Si invitano tutti i cittadini a sottoscrivere la petizione in favore di una "soluzione verde" alla crisi politica italiana



Fiducia a un governo ambientalista. Firma 
clicca sull'immagine per ingrandire
La crisi economica e la crisi politica dell'Italia richiedono e suggeriscono una soluzione nel segno dell'ecologia e dell'ambientalismo.

Per firmare la petizione clicca qui

Avevano detto le associazioni ambientaliste con l'ECOTELEGRAMMA che in un mese di campagna elettorale la parola ambiente è stata trascurata. ("Eppure la qualità dell’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo, il diritto a non essere sommersi dai rifiuti, la possibilità di scegliere un’energia pulita prodotta in Italia, la tutela del nostro territorio, del nostro patrimonio naturale e dei nostri beni culturali e colturali sono temi centrali della vita quotidiana. Assieme a quello, sempre più drammatico, del lavoro che in questi ultimi anni è cresciuto soltanto nei settori della green economy e dell’agricoltura di qualità").

Ora i risultati delle elezioni 
- con tutto il problema della mancanza di una maggioranza al Senato - creano un situazione nuova, difficile da un lato, ma anche carica di opportunità. Non c' è dubbio che tra le motivazioni degli elettori, ma soprattutto nelle intenzioni programmatiche del Movimento5 stelle, i temi dell'ambiente, delle energia e di una nuova economia verde siano molto importanti.

Senza entrare nel dettaglio di questioni come il voto di fiducia e le alleanze sistematiche o episodiche, ci troviamo di fronte a un'occasione da non perdere, a un bivio storico.

I soggetti che si occupano di ambiente e risorse naturali, di produzione e consumo di cibo di qualità, di energie rinnovabili e sostenibilità, di beni culturali, identità territoriali e turismo, di legalità e giustizia, di lotta agli sprechi, nonché alcune sigle del mondo imprenditoriale che è riuscito
a tradurre queste visioni in fatturato e nuovi posti di lavoro, insieme con i cittadini più attivi nelle battaglie per la difesa della salute e del territorio possono oggi unirsi e farsi sentireperché si avvii una legislatura finalmente attenta all'ambiente e affinché le forze di Italia Bene Comune e del Movimento 5 Stelle trovino il modo di avviarla.

Ricordiamo alcuni impegni chiari contro lo spreco di ambiente, territorio, energia e futuro da prendere già nel primo anno di governo:

1) garantire la legalità e la giustizia, la trasparenza e l’equità nelle filiere agricole ed alimentari, ambientali ed energetiche, aumentando efficienza ed efficacia dei controlli con un’adeguata tutela penale dell’ambiente;

2) fissare l’obiettivo del 100% rinnovabili, procedendo alla chiusura progressiva delle centrali alimentate con combustibili fossili, rinunciare al piano di sviluppo delle trivellazionipetrolifere in mare e definire una roadmap per la decarbonizzazione che sostenga la green economy, e per il risparmio energetico

3) spostare i fondi stanziati per strade e autostrade verso il trasporto sostenibile(ferrovia, nave, bici, mezzi elettrici e a basso impatto ambientale, car sharing) e il trasportopendolare nelle aree urbane, definendo un piano nazionale della mobilità che superi definitivamente il programma delle infrastrutture strategiche;

4) rendere compatibili le scelte economiche e di gestione del territorio con la conservazione della biodiversità naturale attribuendo un ruolo centrale ai parchi, e varare un piano dellaqualità per il settore turistico per valorizzare i beni culturali e ambientali;

5) approvare un pacchetto di interventi per favorire l’occupazione – soprattutto giovanile - in agricoltura, sostenere le colture biologiche, biodinamiche e a basso impatto ambientale e promuovere modelli di consumo alimentare sostenibili;

6) approvare una legge che fermi il consumo di suolo e aumentare i vantaggi fiscali che derivano dalla scelta a favore del recupero e della ristrutturazione, dell’architettura bioclimatica e dell’urbanistica mirata all’abbattimento dell’inquinamento e allariqualificazione energetica e ambientale del patrimonio edilizio;

7) incentivare non solo la raccolta differenziata, il riuso, il riciclo e il recupero dei materiali ma anche la lotta agli sprechi in ottica preventiva, cominciando a tagliare il sostegno agli inceneritori e alle discariche.


Andrea Bertaglio, giornalista ambientale

Tullio Berlenghi, esperto diritto ambientale

Paola Bolaffio, giornalista ambientale

Gian Maria Brega Promotore Labelab

Roberto Cavallo, Presidente ERICA e AICA

Alessio Ciacci, Assessore all'Ambiente di Capannori, Personaggio Ambiente 2012

Maurizio Cossa, Decrescita Felice Torino

Michele D'Amico, giornalista ambientale

Alessandro Fabrizi, comunicazione ambientale

Simona Falasca, Direttore Greenme

Alessandro Farulli, Direttore di Greenreport

Sergio Ferraris, Direttore responsabile ed editoriale QualEnergia

Marco Fratoddi, Direttore di La Nuova Ecologia

Marika Frontino, giornalisti ambientali

Giuseppe Gamba, presidente Azzero CO2

Paolo Hutter, Direttore Eco dalle Città

Lidia Ianuario, Direttrice Responsabile NeWage

Giuseppe Iasparra, giornalista ambientale e blogger

Bianca Laplaca, giornalista ambientale

Giuseppe Lanzi, AD Sisifo Italia (Green Economy)

Simonetta Lombardo, giornalista ambientalista

Paolo Piacentini , Presidente Federtrek

Letizia Palmisano, giornalista, vicepresidente di Econnection

Raphael Rossi, manager pubblico esperto rifiuti

Roberto Rizzo, giornalista ambientale e scientifico

Mauro Spagnolo, Direttore Responsabile Rinnovabili.it

Alessandro Tibaldeschi, ufficio stampa green Press Play



NOI ESTENSORI DI QUESTO APPELLO CHIEDIAMO il pronunciamento e l'appoggio DELLE PERSONE RICONOSCIUTE E IMPEGNATE NEL CAMBIAMENTO ECOLOGICO IN ITALIA, e più in generale la firma dei cittadini che condividono questa idea di "soluzione verde" alla crisi politica.

19 marzo 2011

Riflessioni nucleari


Ho provato ad immaginare cosa sarebbe successo in Italia se non ci fosse stato il terribile terremoto che ha sconvolto il Giappone e il Mondo. Il Governo aveva già programmato una bella cappa di silenzio sui referendum, opportunamente tenuti lontani dalla tornata amministrativa. L’argomento sarebbe stato pressoché completamente ignorato dai media controllati da Berlusconi in modo diretto – perché di sua proprietà – o in modo indiretto – come la RAI – e probabilmente buona parte delle testate giornalistiche lo avrebbe trattato con una certa timidezza. Per molti italiani, non sempre particolarmente attenti e informati, la privatizzazione dell’acqua e il ritorno al nucleare non sarebbero stati percepiti come problemi meritevoli di eccessiva considerazione. L’obiettivo di ridurre la reattività sociale, su cui si è costruito un efficace sistema mediatico, sarebbe stato agevolmente raggiunto. Anche i cittadini più sensibili e motivati sarebbero stati colti da un sentimento di rassegnazione e il 12 giugno si sarebbe probabilmente registrato il mancato raggiungimento del quorum. Certo con una schiacciante, quanto inutile, vittoria dei SI a tutte le consultazioni referendarie. Lo strumento del referendum andrebbe riformato da tempo. E’ uno strumento utile e importante, che però dovrebbe essere rivisto perché il meccanismo del quorum avvantaggia eccessivamente una delle parti (avvantaggiata dalla percentuale fisiologica di astensione, in costante crescita). Si potrebbe rendere meno agevole il suo utilizzo (elevando il numero di firme necessarie), ma riducendo o eliminando il quorum.
Riforme costituzionali a parte, senza il terremoto giapponese il referendum difficilmente avrebbe raggiunto il quorum e i nuclearisti avrebbero cantato vittoria, affermando senza pudore che gli italiani si erano schierati per il ritorno al nucleare. Adesso la strategia è cambiata. Adesso si sostiene che non è il caso di lasciarsi condizionare dalle emozioni. Io non mi faccio condizionare dalle emozioni. Ero contrario al nucleare prima dell’11 marzo e continuo ad esserlo anche adesso. Sono contrario alla privatizzazione dell’acqua adesso e, presumibilmente, continuerò ad esserlo quando ci si renderà conto che non è affatto detto che una gestione privatistica migliori il servizio. Sicuramente, essendo finalizzata al profitto e non al soddisfacimento di un bisogno primario, aumenterà i costi. E’ vero che ci sono forze politiche con posizioni più, come dire, sfumate, sia sull’energia sia sull’acqua. E sono loro ad oscillare tra una posizione e l’altra non in funzione di valutazioni di merito, ma perché mossi dal timore di perdere consenso. Sul merito, pensando al nucleare, le posizioni degli ambientalisti erano molto chiare e nette. E gli argomenti erano sempre gli stessi: il nucleare “costa” troppo, ha irrisolti problemi di gestione delle scorie, comporta un fattore di rischio non eliminabile e le cui conseguenze sono non solo devastanti, ma protratte nel tempo. I filonuclearisti fino all’11 marzo dicevano che le nucleari adesso sono “sicure”. E a chi ricordava che l’Italia è una zona ad elevato rischio sismico (oltre che idrogeologico) si rispondeva: ma se in Giappone hanno le centrali nucleari vuol dire che pericoli non ce ne sono. Le classiche “ultime parole famose”. Ora si sostiene che chi non vuole le centrali fa sciacallaggio e che tutto è pericoloso, anche le dighe, che ogni tanto crollano. Una teoria bizzarra e priva di logica. Nelle valutazioni di rischio si devono considerare due fattori: la probabilità che un determinato evento si verifichi e il danno che provocherebbe. Ogni giorno affrontiamo serenamente fattori di rischio ad elevata probabilità, come la pioggia. Se siamo previdenti ci portiamo l’ombrello, altrimenti ci bagniamo. In ogni caso le conseguenze non sono particolarmente gravi. Al limite ci becchiamo un raffreddore. Affrontiamo anche eventi molto meno probabili, ma potenzialmente letali (un fulmine, o il morso di una vipera). In questo caso pensiamo che il rischio sia ragionevolmente basso. Poi pensiamo sempre alle alternative più ragionevoli. Attraversare la strada è sempre pericoloso. Farlo in condizioni di visibilità e sulle strisce pedonali riduce di molto il rischio.
Perché l’energia nucleare è una scelta non condivisibile sul piano del rischio? Non perché sia particolarmente probabile che si verifichi un incidente, ma per le conseguenze drammatiche che comporterebbe. Per migliaia, se non milioni di persone. Per territori enormi. Per decine di anni. E, in più, le alternative ci sono: senza rischi, a costi decisamente più bassi e in grado di soddisfare la domanda di energia. E non c’è bisogno che arrivi una catastrofe per capirlo. Questa scelta l’Italia avrebbe dovuto farla senza Chernobyl nel 1987 e la dovrebbe confermare nel 2011 a prescindere da Fukushima. Magari la Prestigiacomo e Gasparri hanno avuto bisogno di Fukushima per arrivarci. Noi ambientalisti no. Però, chissà perché, gli sciacalli siamo noi.

4 febbraio 2011

Decoro urbano a Labico: una chimera.

Labico, 3 febbraio 2011


Al Sindaco di Labico
Al consigliere delegato all’ambiente

Oggetto: decoro centro storico

Con la presente si segnala quanto segue:

in diverse zone del paese (si allegano foto) sono presenti contenitori “speciali” per la raccolta di pile e farmaci, nonché vecchi contenitori per la raccolta dei rifiuti urbani;

alcuni di questi contenitori risultano in stato di abbandono ed anzi spesso sono oggetto di atti di vandalismo che ne deturpano l’aspetto, ne compromettono l’utilità e ne rendono pericolosa la presenza;

in particolare si ritiene che una particolare attenzione debba essere posta al contenitore dei farmaci usati – perennemente colmo a riprova della mancanza di regolarità nella raccolta - che costituisce un oggettivo pericolo, soprattutto in considerazione della sua ubicazione in un luogo molto frequentato dai bambini;

oltre ad essere evidentemente inutili, tali contenitori abbandonati compromettono il decoro urbano del nostro paese, specie di un centro storico che sta faticosamente adattandosi alle nuove regole della raccolta differenziata;

ancora in tema di rifiuti si segnala che la drastica diminuzione delle campane di raccolta differenziata rende impossibile per i cittadini che, pur non essendo coperti dal porta a porta, desiderano differenziare i rifiuti domestici;

si segnala altresì che la rimozione delle “campane” in prossimità del centro anziani è stata un’occasione persa per procedere alla sistemazione del marciapiede, che invece si è trasformato in un parcheggio per le automobili, con notevole disagio per chi percorre a piedi la via Casilina;

da ultimo i cassonetti indifferenziati rimasti nelle zone del paese non ancora coperti dalla raccolta porta a porta risultano sempre sovraccarichi di immondizia, ciò induce a pensare che molti cittadini non curanti del porta a porta continuino a non differenziare i rifiuti e ad utilizzare i cassonetti indifferenziati – oltre, ma questo è un altro problema – a cospargere i centro storico di immondizia.

Alla luce di quanto esposto chiediamo al sindaco e al consigliere delegato:

se il sindaco sia a conoscenza di questo grave problema di decoro urbano;

se intenda far rimuovere i contenitori inutili e distrutti che sono presenti sul territorio labicano, oppure incentivarne l’uso;

se intenda potenziare la presenza della campane della raccolta differenziata nelle zone dove non è ancora presente il porta a porta;

se non intenda mettere in atto – come si era detto in occasione dell’avvio – un serio controllo sui cittadini che dovrebbero avvalersi della raccolta porta a porta ma che, evidentemente, non lo fanno.


BERLENGHI, SPEZZANO

13 ottobre 2010

Tra sviluppo e nuovo cemento - pubblicato su Terra di oggi.


Per quanto tempo la classe dirigente di questo paese continuerà ad associare alla parola “sviluppo” l’idea di nuovo cemento, di consumo di territorio, di degrado ambientale? Fattori giudicati sì in modo negativo (ed è già un piccolo passo in avanti), ma non eliminabili: un prezzo da pagare, un male necessario. Se si vuole sviluppo, se si vuole occupazione, se si vuole crescita economica bisognerà accettare anche qualche contropartita negativa. Quello che preoccupa è che l’illusione di nuovo benessere diventa l’espediente per realizzare speculazioni di dubbia utilità, anche misurandola con i classici strumenti economici. Pensiamo al comparto industriale ed alle mille difficoltà che sta vivendo in questa delicata fase congiunturale dell’economia mondiale. Una fase in cui si registra una consistente contrazione del settore, con aziende che chiudono e strutture e capannoni vuoti e abbandonati. Questa è esattamente la situazione in cui amministratori dotati di un minimo di buonsenso potrebbero riflettere sull’opportunità di seguire un modello di sviluppo incompatibile con la “carrying capacity” del pianeta. E’ la situazione in cui si può iniziare a pensare a forme di incentivo alla piccola economia locale, alle produzioni a chilometri zero, allo spostamento di risorse dalle grandi opere infrastrutturali (e che alimentano una perversa spirale energivora ed inquinante) alla diffusa realizzazione di piccole opere e servizi al cittadino.
Gli amministratori, talvolta, si lasciano sedurre dalle proposte di qualche abile imbonitore che suggerisce la trasformazione di immense aree agricole in aree industriali. Sta succedendo a Fara in Sabina (Passo Corese) e potrebbe succedere a Labico. I due paesi sono accomunati da scelte scellerate, calate dall’alto e prive di ogni logica di sviluppo economico e territoriale. A Passo Corese è in fase di realizzazione, in un’area di 200 ettari, un polo della logistica il cui volume iniziale era di 6 milioni di metri cubi. Con una variante urbanistica fatta dal Consorzio (che, una volta insediato, scippa al comune la gestione del territorio) i metri cubi sono diventati 10 milioni. Il tutto senza nemmeno la valutazione ambientale strategica. Situazione analoga si registra a Labico, dove l’area industriale – proposta con l’alibi di un’altra discutibile opera, quale la bretella Cisterna-Valmontone, ben lontana dall’essere realizzata, visto che, al momento, le risorse sono insufficienti - sarà di 190 ettari (ma l’estensione del comune è un quinto rispetto a Fara in Sabina) e i cui amministratori hanno sposato con entusiasmo un intervento che cancellerebbe gran parte del territorio agricolo risparmiato dalla progressiva aggressione del cemento.
Nel reatino sono attive oltre 30 associazioni che si battono contro questa speculazione sul territorio (il vero business è la plusvalenza fondiaria) e per chiedere invece di valorizzare e rilanciare l’economia agricola, una risorsa enorme (e rinnovabile) che potrebbe agevolmente coniugare il problema occupazionale con la tutela ambientale e della salute. A Labico, la cui area industriale sorgerebbe a ridosso di un’importante zona residenziale, si stanno cominciando a creare movimenti di cittadini, determinati a fermare la sciagurata ipotesi. Tra i sabini e i labicani preoccupati per la propria qualità della vita si è avviata un’importante sinergia per dare vita un fronte comune. Un’alleanza “dal basso” che metterà in rete informazioni e proposte con l’obiettivo di salvaguardare il proprio territorio, il proprio ambiente e la propria salute da scelte di sviluppo senza futuro.

1 giugno 2010

Autostrade, lamponi e corbezzoli


Non siamo abituati a ragionare sulla complessità delle cose. Vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di una specifica conoscenza del tema, tendiamo a circoscrivere i problemi a ciò che in quel dato momento ci sembra più evidente. E così ci improvvisiamo in qualunque ruolo, da commissario tecnico della nazionale (categoria che conta svariati milioni di praticanti) ad economista, da medico ad urbanista. Finché lo facciamo nelle chiacchiere al bar o sul treno, poco male. Un po’ più preoccupante è quando questo approccio superficiale è il verbo dei pubblici amministratori, a tutti i livelli.
Pensiamo agli interventi di trasformazione del territorio che riguardano Labico e occupiamoci del più significativo, in termini di impatto, che si prevede verrà realizzato da qui a dieci anni: la bretella Cisterna-Valmontone. L’opera, inserita nel piano nazionale delle opere pubbliche del Governo, ha un suo significato ben preciso, che non può essere ignorato. Chi ha deciso di farla – insieme alle altre decine di opere previste – ha già fatto una chiara scelta sulle politiche infrastrutturali e trasportistiche, una scelta che allontana l’Italia dagli obiettivi sanciti dal Protocollo di Kyoto, una scelta che rende difficile l’attuazione degli impegni assunti alla conferenza del clima di Copenaghen, una scelta che è in netto contrasto con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La scelta è quella di privilegiare il trasporto su gomma rispetto a quello su ferro, la scelta è quella di far viaggiare le merci aumentando i costi economici, ambientali e sociali. La scelta è quella di aumentare le tensioni e i problemi legati al mercato dei combustibili fossili. In questa sede non mi interessa neppure giudicare se la scelta sia giusta o sbagliata. Mi interessa solo che sia chiaro che chi ha sostenuto e sostiene – ancorché con diverse sfumature – la realizzazione di “quell”’opera sostiene implicitamente “quel” modello di sviluppo, “quella” filosofia di consumo del territorio, “quelle” strategie trasportistiche. Il resto sono chiacchiere da bar.
Mi stupisce quindi lo stupore di chi ha letto le linee programmatiche del Consorzio di sviluppo industriale e produttivo dell’area labicana e ha scoperto che quel che resta di verde e agricolo del territorio di Labico potrebbe diventare una bella distesa di cemento, asfalto, capannoni industriali, per tacere di piattaforme logistiche e impianti di trattamento rifiuti. Davvero qualcuno poteva ingenuamente pensare che si investissero 800 milioni di euro per costruire un’arteria stradale al solo fine di arrivare qualche minuto prima al mare o di raggiungere più agevolmente i campi di fragole e i noccioleti? Pensavo che solo il nostro sindaco, Andrea Giordani, fosse così ingenuo da credere davvero che l’avida politica di sfruttamento del territorio messa in pratica dal suo predecessore fosse in qualche modo compatibile con la valorizzazione dei prodotti agricoli di qualità, come la nocciola labicana. Eppure basta leggere le prime tre righe della delibera per capire che la bretella è il motore di questa devastazione. E sarebbe stato sufficiente leggersi la relazione tecnica al piano regolatore per accorgersi dei pericoli che si annidavano in determinate scelte.
Io ero già abbastanza preoccupato per l’operazione di trasformazione di un paese in una borgata. Invece si sta riuscendo a fare di peggio: si tramuta il paese in una borgata industriale. Riducendo la qualità della vita sia sotto l’aspetto urbanistico, sia sotto l’aspetto ambientale e sanitario. Eppure siamo sufficientemente vicini a Colleferro per sapere quali potrebbero essere le conseguenze, visto che andremmo a contendere ai nostri amici della valle del Sacco il poco invidiabile primato della città più inquinata del Lazio, con dati epidemiologici spaventosi sull’insorgenza di alcune gravissime patologie, tumorali e respiratorie. Un prezzo altissimo da pagare in cambio della chimera del posto di lavoro. Un posto di lavoro che, nella migliore delle ipotesi, sarà di modesto livello, sottopagato e precario. In questi casi l’unica risposta dignitosa è “No, grazie. Abbiamo già dato”.

23 luglio 2009

I Verdi si sono persi

Articolo pubblicato su Terra

7 luglio 2009. Regione Lazio. Sede del Consiglio regionale, via della Pisana milletrecento e spicci. Temperatura effettiva 37 gradi all’ombra. Temperatura percepita: al limite dello squagliamento. Uno sparuto gruppetto di cittadini manifesta la propria contrarietà al corridoio tirrenico e alla bretella Cisterna - Valmontone. Verdi presenti: praticamente nessuno. Viene da chiedersi perché. La bretella è un’opera inserita nella celeberrima “legge-obiettivo”, fortemente criticata non solo dagli ambientalisti e dalla “sinistra”, ma anche dalla più ampia e variegata coalizione che all’epoca sedeva sui banchi dell’opposizione. Non si tratta di una semplice opera pubblica, sul cui merito, utilità e specificità si può dibattere. Si tratta di un principio.

Dell’affermazione di un modello - trasportistico, produttivo, di sviluppo, di consumo del territorio, culturale - ben preciso. Un modello che è fortemente avversato dalla visione ecologista e ambientalista e che, fino a qualche anno fa, veniva contrastato anche dai Verdi e da larga parte della sinistra. Fino a qualche anno fa, appunto, non molto in termini di tempo ma un’era geologica in termini politici. Negli ultimi quindici mesi, infatti, sono cambiate molte cose e non serve dilungarsi sull’evento politicamente più significativo: la pressoché totale scomparsa dalle istituzioni di eletti Verdi.

Questo comporta un quadro anomalo, con un partito ancora formalmente attivo ma che appare quantomeno frastornato e che comunque dedica le proprie energie quasi esclusivamente alle strategie per riconquistare una propria rappresentanza istituzionale. Il problema sta tutto o comunque molto - dentro questa parola: rappresentanza. Rappresentanza non può, infatti, essere considerata la semplice indicazione delle persone cui affidare un ruolo elettivo “quale che sia”, ma deve - per l’appunto - essere una rappresentanza di tipo “politico”. Ossia l’eletto deve (dovrebbe) essere portatore di quella visione, strategia e “cultura” di cui il partito dichiara di farsi interprete.

E qual è questa cultura per i Verdi o, in caso di allargamento degli orizzonti, di Sinistra e libertà? è (o dovrebbe essere) una cultura che prevede una profonda riforma del sistema economico e produttivo. Il legame tra economia ed ecologia è stato in più occasioni il tema della nostra azione politica e abbiamo fatto convegni, elaborato documenti, formulato proposte molto serie e concrete. Si parte dalla consapevolezza che il fabbisogno di risorse di cui necessitano i Paesi più sviluppati non può né estendersi all’intero pianeta, né durare ancora per molto. è dunque necessario ripensare il sistema. Convertire la produzione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili. Ridurre e razionalizzare i consumi e ridurre la produzione di rifiuti.

Evitare le produzioni alimentari ad alto consumo di suolo e di risorse idriche. Passare alla filiera corta della stragrande maggioranza dei comparti produttivi. Tutelare e valorizzare le zone agricole. E, soprattutto, ci vuole coerenza tra l’affermazione teorica di questo modello e l’agire politico. Una coerenza che è venuta clamorosamente a mancare nell’approvazione di un’opera pubblica che sposa perfettamente il modello produttivo sviluppista e cancella ettari di quell’agro romano che - a parole - si dice di voler tutelare.

Nel Lazio si sta assistendo a un consumo di territorio drammaticamente preoccupante e chi amministra la Regione, anziché arginare un fenomeno che rischia di compromettere irrimediabilmente l’identità territoriale, oltre ad approvare opere infrastrutturali devastanti prepara anche un “piano casa” decisamente filoberlusconiano che aggraverà ulteriormente la situazione. Il tutto senza pensare minimamente alle conseguenze sulla mobilità di uno sviluppo sempre più dispersivo e incoerente degli abitati e degli ambiti produttivi, promuovendo, di fatto, la forma di mobilità più aggressiva e dannosa: quella su gomma. Tutto questo però sembra sia stato cancellato dal dibattito all’interno dei Verdi, troppo presi a cercare una collocazione politica al proprio involucro per ricordarsi cosa c’era dentro.

19 gennaio 2008

La bretella? Parliamone

Con questo primo numero del 2008 di “Cambiare e Vivere Labico News” vogliamo introdurre l’iniziativa di approfondimento che abbiamo promosso sulla bretella Cisterna-Valmontone e che qualche malumore ha creato, in particolare tra le fila della maggioranza. Non entro nel merito della questione, anche perché le vicende sono state egregiamente riassunte da Maurizio nel suo articolo.

Vorrei semplicemente descrivere come vi sia tra noi e chi ci amministra una profonda differenza di impostazione, culturale prima ancora che politica, sul rapporto tra amministratori e cittadini. Per noi è più che naturale l’idea del dialogo e del confronto su temi anche delicati e complessi. Anche quando neppure al nostro interno c’è un’identità di vedute. Non abbiamo paura di mettere sul piatto opinioni e posizioni diverse, valutarne i pregi e i difetti, permettere ai cittadini - con i quali cerchiamo sempre di avere un canale aperto di comunicazione – sia di essere informati nel modo più ampio possibile, sia di esprimere a loro volta eventuali contributi, osservazioni e anche, perché no, critiche e perplessità. Pensiamo al contrario che questa opportunità sia una ricchezza e un valore a cui non vogliamo rinunciare. E questa opportunità l’abbiamo estesa, come è giusto che sia, all’amministrazione comunale che – nella persona del Sindaco – è stata invitata a prendere parte al confronto e al dibattito, esprimendo le proprie opinioni.

Il pensiero dei nostri amministratori è differente. Per loro la formula ideale era quella di trovare un accordo tra maggioranza e opposizione e poi presentarlo ai cittadini con un’iniziativa pubblica. Una bella passerella in cui era prevista solo la posizione assunta e nessuna possibilità di voci fuori dal coro. Per i cittadini non vi sarebbe stata altra possibilità che “prendere atto” dell’intesa raggiunta, con grande compiacimento di tutti. Invece noi, che abbiamo fatto della democrazia la base della nostra azione politica, sentiamo l’ìnsopprimibile esigenza di parlarne con chiunque avrà voglia di parlare o, semplicemente, di ascoltare.

Uno degli errori tipici quando si parla di un’opera pubblica di interesse regionale o nazionale, come quella che potrebbe riguardare il nostro territorio nei prossimi anni, è quello di limitarsi agli aspetti locali, senza tenere conto in modo adeguato del ben più ampio contesto che ha dato vita all’idea di realizzare l’opera in questione. C’è spesso una certa miopia che impedisce una visione complessiva della questione, portando a valutazioni talvolta scorrette delle ricadute dell’intervento. Bisogna pertanto distinguere i due livelli dell’intervento, quello più ampio, che attiene alla politica delle infrastrutture e della mobilità che viene stabilito a livello nazionale e comunitario, e quello che riguarda l’impatto sul territorio (sociale, ambientale, economico) e che invece deve essere valutato a livelli territoriali più ridotti. Ma i due aspetti sono inscindibilmente connessi e occuparsi di un aspetto senza tener conto dell’altro costituisce un errore metodologico che giudico piuttosto grave. Errore che nasce anche da una pessima legge dello Stato – la famigerata legge obiettivo – che, con l’intento di ridurre “lacci e lacciuoli” della burocrazia, intendeva accelerare la realizzazione delle opere pubbliche, infischiandosene delle conseguenze sui territori e sulle popolazioni. Più volte ho espresso le mie forti perplessità sulla realizzazione di una bretella di collegamento tra l’asse del corridoio tirrenico e il nodo viario della Roma-Napoli. Le mie considerazioni partono da lontano e quindi dagli aspetti della macroprogrammazione delle infrastrutture, che spesso non tiene adeguatamente conto di tutte le componenti. In particolare non si è tenuto conto – per la bretella Cisterna- Valmontone – delle linee di indirizzo in materia di programmazione infrastrutturale che - a livello comunitario, attraverso il libro bianco sulla mobilità e sui trasporti, e a livello internazionale, attraverso il protocollo di Kyoto e i molti provvedimenti attuativi, tra cui una legge dello Stato - indicano in modo molto chiaro la strada da seguire. Questa strada è il riequilibrio modale tra gomma e ferro (e l’Italia è tra i primi paesi del mondo a far viaggiare le merci su gomma) e la drastica riduzione delle distanze da far percorrere alle merci (attraverso una revisione dei nostri modelli di vita e di consumo, ormai insostenibili alla luce della crescente scarsità delle fonti non rinnovabili). Realizzare quindi un’opera che va in tutta evidenza nella direzione opposta significa consumare inutilmente risorse e territorio, che potrebbero trovare un’utilizzazione di gran lunga più valida.

Le considerazioni da fare sul secondo livello, ossia sul piano territoriale locale, pur tenendo conto di parametri differenti, portano comunque ad una valutazione fortemente negativa dell’opera. Perché le conseguenze per il territorio e la collettività sono tutt’altro che positive, al di là di quello che affermano i sostenitori dell’opera e mente chi sostiene che si avrà una riduzione del carico veicolare sulle nostre strade, soprattutto se è la stessa persona che afferma di voler realizzare uno degli interporti più grandi d’Italia nel nostro piccolissimo territorio. Chiunque abbia visto una qualunque analisi del rapporto causa-effetto della realizzazione di interventi infrastrutturali di questo tipo – definiti “attrattori di traffico” – sa bene che l’effetto è quello di un moltiplicatore della domanda di mobilità e che l’aumento degli spostamenti lungo un qualunque asse viario determina, come conseguenza indiretta, un proporzionale aumento degli spostamenti lungo la viabilità di connessione. E la presunta “ricchezza” che porterà l’opera sarà la ricchezza tipica del modello di sviluppo labicano, ricchezza per pochi (in questo caso il sistema trasportistico su gomma nel suo insieme e quei pochi che lucreranno sulla realizzazione delle strutture di servizio individuate sul territorio) e conseguenze negative per molti che, tanto per cambiare sarà la collettività labicana. Poi perché stupirsi se si fa di tutto per impedire che di queste cose si parli pubblicamente?

22 settembre 2007

La sinistra, il lavoro e il diritto alla salute

Ecco la versione integrale (pubblicata su Cambiare e Vivere Labico News del 22 settembre 2007) della mia risposta ad una lettera pubblicata dal quotidiano Cinque nella quale si affrontavano diverse questioni riguardanti l’operato dell’opposizione labicana.


“Ho letto con molta attenzione la lettera-articolo di critica all’operato dell’opposizione nel consiglio comunale di Labico e credo meriti una risposta.
Il riferimento alla categoria della “sinistra” mi è sembrato piuttosto temerario visto che tra le righe si intuisce che l’iniziale appartenenza ideologica alla sinistra dell’autore si è via via affievolita per transitare in tutta evidenza verso altri lidi. Niente di male: personaggi autorevoli come Bondi e Ferrara hanno fatto la medesima scelta con grande convinzione. Ma la temerarietà sta soprattutto nella sostanziale confusione con cui si fa riferimento alla sinistra, che, non solo non può essere “interpretata” a seconda delle convenienze, ma che - mentre il mio detrattore era alla ricerca di nuovi punti di riferimento politicoideologici - ha avviato un difficile percorso di analisi e di ricerca dei propri valori e dei propri principi. Possiamo dire che è maturata. Possiamo dire che è cresciuta. Così come è maturata e cresciuta l’intera società e lo stesso si può dire per la coscienza civica di molti (anche se forse non di tutti). Sono cresciute le conoscenze e le competenze ed è aumentata la consapevolezza degli effetti sulla salute e sull’ambiente di molte attività antropiche. Il riferimento ai costumi, alle usanze e alle consuetudini di 50 o 100 anni fa potrebbe risultare fuorviante. In un passato non troppo lontano si usava il carbone per il riscaldamento domestico e nessuno se ne preoccupava. Peccato però che fossero molto diffuse patologie respiratorie e l’insorgenza di gravi e mortali malattie, delle quali è stato poi accertato il nesso di causalità con l’inalazione delle polveri di carbone. I dirigenti Enimont ostentavano sicurezza e tranquillità a proposito delle emissioni inquinanti del petrolchimico di Marghera. Sono morte 157 persone per l’esposizione ai vapori di cloruro di vinile monomero. In Puglia la Fibronit ha dovuto chiudere, dopo che la sua attività di lavorazione dell’amianto aveva causato 380 morti, tra lavoratori ed abitanti della zona, per mesotelioma pleurico. Il progresso non si misura solo dalla capacità di inventare e costruire nuovi prodotti e nuovi materiali, ma anche da come si riesce a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze produttive e quelle – a mio avviso decisamente più importanti, ma io ho il difetto di essere di sinistra – della salute dei cittadini. Anche a Labico le cose sono cambiate negli anni. Fino a qualche decina di anni fa, in prossimità delle abitazioni venivano allevati suini e bovini. Poi un giorno si è pensato che, alla luce di una mutata sensibilità sociale, alcune attività (peraltro non particolarmente nocive, ma semplicemente “fastidiose”) erano incompatibili con il rinnovato modo di vedere la qualità della vita. Alcune norme di tutela ambientale e sanitaria sono sicuramente più recenti della bottega del fabbro ferraio e anche dell’Enichem o della Fibronit, ma ciò non toglie che non siano state frutto di attente valutazioni e scelte, con il chiaro obiettivo di tutelare i cittadini. E dovrà quindi essere l’Enichem ad adeguarsi non viceversa. Vorrei sottolineare che, quando si parla con una corretta impostazione “di sinistra”, il valore da difendere non è il “lavoro”, in se, ma il lavoratore in quanto individuo ed è anche a sua tutela che sono state varate norme come il testo unico per la sicurezza dei lavoratori (d.lgs. 626/94) del quale abbiamo chiesto il rispetto con la nostra interrogazione.
In ogni caso, per tornare all’interrogazione posta dal gruppo consiliare Cambiare e Vivere Labico, la questione è molto semplice e qualunque amministratore che abbia a cuore il benessere collettivo la dovrebbe affrontare facendo una valutazione complessiva. Da un lato ci sono le esigenze – legittime – di chi svolge un’attività produttiva e dall’altro ci sono i diritti dei cittadini alla salute e al benessere. La questione nella lettera è malposta: non ci sono diritti dei lavoratori contro diritti dei cittadini. C’è un interesse economico produttivo che potrebbe agevolmente trovare una più ragionevole collocazione e c’è un diritto, quello sì, inalienabile e garantito dall’articolo 32 del nostro dettato costituzionale, alla salute. Tra gli abitanti della zona si è registrata una preoccupante presenza di patologie attribuibili all’attività in questione. E’ evidente che non c’è uno studio epidemiologico, ma quello che una volta si chiamava buonsenso e che la normativa comunitaria definisce “principio di cautela” suggerisce di prendere provvedimenti per ridurre i fattori di rischio.
L’opposizione ha semplicemente posto la questione al sindaco. Prima in consiglio comunale, poi, in assenza di segnali di attenzione, ha chiesto formalmente al Sindaco di prendere una posizione (ed è lui ad avere la responsabilità delle scelte che l’amministrazione adotta) ed ha contestualmente chiesto agli organismi di controllo di esprimere le proprie valutazioni in merito. Qualora l’inerzia del sindaco dovesse proseguire saranno loro ad occuparsene. Sempre nell’interesse dei cittadini.
Riguardo ad altre parti della lettera non proprio attinenti alla questione replico molto brevemente. 1. Non si capisce perché si debba attribuire al sottoscritto la responsabilità per violazioni di cui è a conoscenza l’autore della lettera: è suo dovere di cittadino denunciare eventuali abusi o illegalità. Se ha bisogno del nostro sostegno noi siamo pronti a fare la nostra parte. 2. Sui posti “riservati” mi sembra chiaro che io li avrei eliminati senza mezzi termini, ma anche qui è inutile farmi il processo alle intenzioni. Chi può decidere se mantenere o no il privilegio è il sindaco: è il suo operato che si deve eventualmente giudicare.
Infine vorrei ringraziare l’autore della lettera per aver dato uno spunto ad un dibattito pubblico che, purtroppo, in consiglio comunale non si è ancora riusciti ad avviare.
Ho ragione di pensare che i “motivi affettivi” alla base del suo intervento non siano scomparsi e li ritengo più che comprensibili, ma credo sia innegabile che possono minare l’autonomia del giudizio. Da parte mia – e di tutta l’opposizione consiliare - rivendico di agire nell’interesse della collettività e dubito che si possano trovare argomenti per affermare il contrario.”

19 settembre 2007

L'ambientalismo scomodo

L’ambiente è diventato scomodo. L’ambientalismo ha smesso i panni della moda un po’ stravagante, ma in fondo innocua ed è diventato un ostacolo per i sostenitori di un modello economico non solo superato, ma decisamente pericoloso. E così, da qualche anno, è partita l’offensiva “antiambientalista” con il chiaro obiettivo di screditare le tesi dell’ambientalismo, sia che abbiano basi etiche, sia che siano supportate da dati scientifici.
Intanto bisognerebbe fare un primo passaggio e mettere in evidenza la distinzione tra un ambientalismo etico, che prescinde dalle considerazioni di carattere socio-economico, e che ritiene giusta una tutela dell’ecosistema in quanto tale. Per il suo intrinseco valore, non certo misurabile con le unità di conto a cui siamo abituati, ma non per questo di minor pregio. Molti valori col passare degli anni hanno conquistato un posto negli ordinamenti giuridici perché ritenuti meritevoli di salvaguardia. Si è cominciati con la vita umana e, man mano che la sensibilità sociale è cresciuta, il bisogno di tutela si è esteso sempre di più, fino a ricomprendere il pudore o i beni culturali. Su questo aspetto c’è poco da discutere - infatti c’è chi pensa che i beni culturali non siano meritevoli di tutela, soprattutto se non sono “economicamente rilevanti” – e si tratta semplicemente di stabilire quale sia il livello di sensibilità di un popolo e predisporre leggi che siano in linea con quella sensibilità.
Un po’ più delicata è la questione sugli aspetti economici e scientifici delle questioni ambientali. Le dottrine economiche arrivano sempre in colpevole ritardo rispetto alle istanze sociali e questo ha permesso per lungo tempo al settore produttivo di non tenere conto dei “costi esterni” legati alla propria attività. I costi esterni sono le conseguenze negative che un’attività comporta per la collettività. In passato essi sono sempre stati sopportati dai cittadini o semplicemente vivendo il disagio (o il rischio per la salute), oppure attraverso l’intervento economico dello Stato per ridimensionare i danni. In seguito sono state introdotte norme più severe che impongono alle aziende di farsi carico di almeno una parte di quei costi. Questo per quanto riguarda un’impostazione strettamente economicista. Un’impostazione che – comprensibilmente, sotto questa tipologia di approccio – non giustifica stanziamenti elevati per intervenire su qualcosa che viene considerato semplicemente un fattore di rischio e sulle cui possibili conseguenze non vi è una visione unanime da parte del mondo scientifico. L’approccio è ovviamente molto cinico ed è lo stesso che ebbe l’Enimont quando si cominciavano a prendere in considerazione i possibili rischi legati alla produzione industriale: per loro non c’era una valutazione del rischio che giustificasse costosi interventi di messa in sicurezza, che incidevano sul profitto dell’azienda. Le drammatiche conseguenze di questo atteggiamento irresponsabile in termini di malattie e di vite umane sono ben note e dovrebbero far riflettere su quanto possa essere miope l’atteggiamento del mondo economico sulle questioni legate alla salute e all’ambiente.
Altre considerazioni vanno fatte sotto l’aspetto scientifico. Sotto questo profilo intanto desta stupore questa spaccatura del mondo accademico su cause e possibili conseguenze dei cambiamenti climatici. Nessuno pensa che la climatologia sia una scienza esatta, ma viene il sospetto che l’interpretazione dei dati venga stirata da una parte o dall’altra a seconda di quale strategia energetica si voglia avvantaggiare. Così è evidente che chi è legato economicamente all’uso del carbone nutre simpatia per i negazionisti e chi ha interessi nella produzione nucleare apprezza la tesi di chi sostanzialmente conferma le preoccupazioni delle più autorevoli comunità scientifiche sui cambiamenti climatici, ma che considerail nucleare una sicura forma di produzione alternativa. I “catastrofisti” sarebbero supportati dalle grandi lobby dell’eolico, del fotovoltaico e delle associazioni ambientaliste. Analisi suggestiva, ma che non tiene conto di un dato: come mai potentati economici come quelli legati all’estrazione dei combustibili fossili (in grado di dar vita a conflitti armati per il controllo politico-economico delle zone strategiche del globo) riuscirebbero a portare dalla loro parte un modesto numero di studiosi, mentre le non proprio facoltose associazioni ambientaliste riescano ad avere nel proprio libro paga i più autorevoli esponenti del mondo scientifico e siano finanche riusciti a portare dalla loro addirittura l’Office of Net Assessment del Pentagono, che non è esattamente l’ufficio studi di Greenpeace? Varrebbe la pena rifletterci e non continuare a ballare allegramente e inconsapevolmente, proprio come i passeggeri del Titanic la notte del 15 aprile del 1912.

2 maggio 2006

Riflessioni ad alta velocità…


TAV. NOTAV. Prodi o Berlusconi. Destra o sinistra. Procreazione assistita sì, procreazione assistita no. Franzoni colpevole o Franzoni innocente. Centro-destra o centro-sinistra (e, nel centro*sinistra trattino sì o trattino no). Amnistia sì, amnistia no. E poi, andando indietro nel tempo, Nucleare si nucleare no. Divorzio sì, divorzio no. Coppi o Bartali. Fino ad arrivare al primo referendum che ha diviso in due l’Italia: monarchia o repubblica.
Ci siamo abituati. Tutte le volte che una qualunque questione diventa di pubblico dominio e attiva un qualche dibattito collettivo, le ragioni sragionano, gli approfondimenti non approfondiscono, le analisi non analizzano, le valutazioni non valutano. Il “merito” non esiste più. Lo scontro diventa preconcetto, ideologico, avulso da ogni considerazione sul fatto in sé: o di qua, o di là, per dirla con una sgradevole quanto azzeccata locuzione del nostro ex (vivaddio) premier.
La realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità in val di Susa non si sottrae a questa logica delirante. Come è stato brillantemente fatto notare durante i giorni caldi della protesta, nessuno tra gli autorevoli (e non) commentatori che hanno descritto le proteste dei valsusini ha spiegato in modo chiaro le ragioni del sì e, tantomeno, le ragioni del no. Per chi fosse – se mai ci sia stato qualcuno – scevro da condizionamenti ideologici era davvero difficile farsi un’idea di chi avesse ragione, tenendo conto del celeberrimo monito manzoniano sulla non agevole separazione tra torto e ragione.
E così, anche la vicenda della TAV in Val di Susa è stata liquidata da gran parte dei media in modo piuttosto superficiale come la solita disputa tra ambientalisti-integralisti e modernisti-sviluppisti. Descrivendo – nella stragrande maggioranza dei casi – i primi come ottusi oppositori ad interventi non più differibili e i secondi come animati da un sano e razionale approccio alle esigenze di un paese moderno ed europeo.
Ma, nel merito, il silenzio rimane assordante. Eppure non è proprio difficile provare a spiegare le ragioni del no. Ragioni che perdono di credito quando ad esprimerle sono coloro i quali vengono penalizzati dal devastante impatto dell’opera – “non possiamo permetterci di anteporre gli interessi di pochi a quelli della collettività”, hanno prontamente sostenuto i ministri del passato governo (ma temo che sarà così anche per qualcuno del prossimo) – ma che invece hanno piena dignità e che andrebbero valutate con una certa attenzione.
Vorrei tralasciare le questioni che ritengo prioritarie, proprio per la soggettività che le caratterizza: le questioni ambientali. Normalmente infatti la controargomentazione rispetto alle preoccupazioni di tipo ambientale fa riferimento alla dottrina utilitaristica: l’importanza strategica dell’opera giustifica il prezzo da pagare in termini ambientali. Sempre e comunque.
E’ quindi il caso di valutare con più attenzione i reali benefici dell’opera, confrontandoli magari con i costi – ambientali, ma anche economici – per capire quanto sia davvero irrinunciabile la sua realizzazione.
I costi ambientali non sono facilmente misurabili (non con un’unità di misura che possa permettere confronti) e quindi conviene concentrarsi sul costo dell’opera. Si parla di 20 miliardi di euro. Una cifra pazzesca e, al contrario di quanto si dice, interamente a carico della collettività. La quale collettività dovrebbe quindi essere consapevole del fatto che 20 miliardi di euro destinati alla Torino-Lione sono 20 miliardi di euro sottratti ad una qualunque altro uso pubblico di interesse – davvero – generale.
Normalmente questa considerazione viene accolta con un atteggiamento che è una via di mezzo tra paternalistica rassegnazione e spocchiosa saccenteria. Perché preoccuparsi – che so – di asili nido o di assistenza sanitaria o dell’ammodernamento del “materiale rotabile” che coraggiosamente presta servizio a beneficio di chi il treno lo prende tutti i giorni, ossia i pendolari, significa avere una visione minimale delle questioni. Perché è riduttivo preoccuparsi di queste inezie, quando il progresso e la modernità passano per le “grandi opere”, attribuendo all’aggettivo “grandi” il primo – banale, forse scontato – dei significati, quello dimensionale. Un po’ come in quella vecchia pubblicità che giocava sulla sfumatura semantica tra “pennello grande” e “grande pennello”. Tra le due opzioni io, preferisco la seconda, e, per “grandi opere” intendo quelle opere che danno davvero un contributo alla qualità della vita, al benessere, alla solidarietà, ai diritti. E queste grandi – anche se piccole – opere sono proprio quelle che più facilmente trascurate dai “grandi politici”. Facciamole dunque queste piccole grandi opere. Proviamo ad investire sugli interventi che migliorano la nostra quotidianità. Se poi questo comporterà l’effetto collaterale di avere utilizzato le risorse finanziarie che si volevano destinare alla devastazione di una magnifica valle alpina, compromettendo la vita, la salute e la serenità di un’intera popolazione… Beh!, in tal caso, cercheremo di farcene una ragione.

Tullio Berlenghi

Articolo pubblicato sul sito di Avantipop

30 gennaio 2006

Abusivismo edilizio. Dalla parte della legge

Ho la strana e sgradevole sensazione che sulla questione dell’abusivismo edilizio venga utilizzata una chiave di lettura fuorviante, anche se figlia di una cultura dell’illegalità purtroppo molto diffusa.
Partiamo da un presupposto incontrovertibile: l’edificazione in assenza delle prescritte autorizzazioni e licenze edilizie è illegale e, come tale, punita dalla legge. Chi lo fa sa di commettere un abuso e di correre il rischio di vedersi bloccati i lavori. E’ altrettanto evidente che chi costruisce illegalmente punta su due fattori: la frequenza di provvedimenti di sanatoria varati da governi disposti a tutto pur di fare cassa e la facilità con cui la stragrande maggioranza delle amministrazioni comunali tende a chiudere un occhio (se non due) sugli abusi commessi sul proprio territorio; magari per la preoccupazione che eventuali interventi per il ripristino della legalità possano comportare un calo dei consensi. In pratica chi costruisce una casa abusiva ritiene – a buon ragione peraltro – che ci siano ottime probabilità di farla franca. Un po’ come l’automobilista che percorre indisturbato la corsia preferenziale mentre gli altri sono pazientemente in coda. Lo fa pensando che le probabilità che venga fermato (e multato) sono piuttosto basse, ma se ciò avviene si ritiene vittima di una profonda ingiustizia.
Molto raramente gli abusi edilizi sono veri abusi “di necessità”. La cosa più frequente è la vera e propria speculazione edilizia. Spesso e volentieri a carattere familiare, come, ad esempio, il padre che trasforma il vecchio tinello nella zona agricola in villetta bifamiliare per garantire un tetto ai propri due figli. Il proposito è senza dubbio lodevole: quello che non va è la scorciatoia del mancato rispetto delle regole di civile convivenza.
Ciò che preoccupa è la mancanza di percezione dell’illegalità per quanto riguarda gli abusi edilizi. Molti di coloro che edificano abusivamente non pensano di fare qualcosa di sbagliato. E le stesse persone che hanno costruito immobili successivamente sanati sono pronte a protestare quando nuovi abusi (fatti da altri) possano in qualche modo danneggiarli. C’è sovente un atteggiamento miope ed egoistico e manca sostanzialmente il senso della collettività, il rispetto delle regole e degli altri e l’intervento dell’autorità giudiziaria viene visto come una ingiusta ingerenza.
Il fenomeno dell’abusivismo edilizio però andrebbe analizzato nella sua complessità e non attraverso la lettura – parziale - del caso singolo, nei cui confronti spesso viene naturale e quasi comprensibile un atteggiamento giustificatorio. Il fenomeno va letto in misura più ampia soprattutto per le conseguenze che porta all’intero territorio e alla comunità che ne pagherà i costi. Serve cioè la consapevolezza che chi costruisce una casa abusiva contribuisce ad alterare profondamente l’equilibrio territoriale, sociale ed economico (quanta economia agricola è andata in fumo per le speculazioni edilizie), comporta inevitabili conseguenze ambientali e paesaggistiche, rende necessarie opere di urbanizzazione primaria e secondaria che verranno sostenute dall’intera collettività, concorre alla formazione del fenomeno della “residenzalità diffusa”, rendendo pressoché impossibile una programmazione urbanistica coerente ed omogenea.
L’adozione di provvedimenti di sanatoria poi realizza una profonda ingiustizia, poiché comporta una sorta di premio per chi ha violato la legge e, qualora l’amministrazione comunale decida di attuare un piano di recupero, rischia di penalizzare chi la legge l’ha rispettata, magari attraverso l’esproprio di terreni necessari a realizzare servizi e strutture di pertinenza della zona sanata (e quindi a beneficio dei “trasgressori”). Oltre al danno quindi la beffa. Non stupisce pertanto che anche chi non aveva costruito in passato decida di farlo, considerandolo un diritto dovuto, visto che “così fan tutti”. I sindaci in questo caso se ne lavano le mani e spetta alla magistratura l’ingrato compito di sanzionare gli abusi, sapendo comunque di dare vita ad un’iniquità. E, d’altronde, non sanzionarli sarebbe un’omissione. Neanche una nuova sanatoria risolverebbe il problema perché darebbe vita a nuove aspettative, in una spirale perversa da cui sembra difficile trovare una via d’uscita.
Purtroppo non c’è soluzione. Se non quella di partire dalla consapevolezza di aver avallato in questi anni tante ingiustizie e tante regalie ai furbi della prima (e della seconda e della terza) ora, facendo pagare lo scotto agli onesti e ai furbi della quarta ora. Il Governo Berlusconi dopo il varo di ogni sanatoria ha sempre dichiarato che dall’indomani le violazioni urbanistiche non sarebbero più state tollerate e che avrebbe dato alle amministrazioni gli strumenti adeguati per difendere il territorio. Invece ha adottato la tecnica “Prendi i soldi e scappa”, lasciando i comuni – ma non per questo incolpevoli – a gestire in piena solitudine un fenomeno che ha radici profonde nella forma mentis dell’arbitrarietà, così diffusa e così perniciosa. E all’inerzia – se non alla connivenza - dei comuni difficilmente potrà far fronte l’impegno e il coraggio della magistratura, il cui intervento, pur se impeccabile sotto il profilo giuridico, quando non cade nell’indifferenza, diventa impopolare. E mentre l’impopolarità si spiega con l’interesse leso, l’indifferenza spaventa molto di più, visto che è il sintomo di una seria patologia sociale: la mancanza di un sentimento di appartenenza ad un organizzazione sociale. In pratica: la mancanza di senso civico.

Alle colonne d'Ercole

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