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26 luglio 2014

#avevaragionesilvio

Che il nostro Paese stia vivendo un momento difficile, sul piano economico e sociale, mi sembra un dato difficilmente contestabile. Che questa difficoltà si superi con delle non meglio precisate riforme è possibile, ma tutt’altro che certo, anche perché – spesso – le riforme con cui si vorrebbe rilanciare l’economia, hanno il non trascurabile effetto collaterale di ridurre diritti e tutele. Che poi le riforme “necessarie” per risollevare le sorti dell’Italia siano quelle costituzionali è davvero tutto da dimostrare. Al di là della sua reale efficacia, lo spirito riformista sembra essere, chissà perché, un’intramontabile arma di seduzione di massa, brandita ogni volta con entusiasmo e convinzione e molte forze politiche e coalizioni hanno promesso ricette salvifiche basate su nuovi e più funzionali assetti del nostro sistema costituzionale. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’attuale presidente del consiglio, Matteo Renzi, che sta spingendo la sua proposta di riforma costituzionale con una veemenza davvero incomprensibile. Sia per il discutibile contenuto della proposta, sia per il metodo con cui si sta procedendo: si usa la forza dei numeri, con una propensione al dialogo vicina allo zero e giustificando l’esigenza con affermazioni del tutto prive di fondamento. In questi giorni ho spesso sentito frasi del tipo “E’ il paese che ce lo chiede”. “Gli italiani stanno aspettando le riforme” e via discorrendo. A fare queste affermazioni non è il Presidente del Consiglio nominato a seguito di una indiscussa vittoria alle elezioni, alle quali la sua coalizione aveva portato un programma di governo che conteneva esattamente “questa” proposta di riforma costituzionale. Premesso che anche così io avrei le mie perplessità - ché le regole non le può scrivere una parte (ancorché vincitrice alle elezioni), ma devono essere ampiamente condivise (soprattutto in considerazione del fatto che le regole devono essere un elemento di garanzia per tutti) - l’attuale presidente del Consiglio “non” ha vinto le elezioni (ad essere precisi era uscito anche sconfitto alle primarie). Non le ha vinte il suo partito e non le ha vinte la sua coalizione. In più la sua coalizione non è compattamente in maggioranza, ma una parte (segnatamente SEL) è all’opposizione e contesta questa proposta di riforma. Il suo partito ha condotto una battaglia elettorale contro una coalizione (PDL), una parte della quale è entrata in maggioranza (quindi con buona pace delle proposte programmatiche di entrambi) e tutti, dico tutti, risultano eletti in forza di una legge elettorale dichiarata incostituzionale e con una ripartizione dei seggi alterata dal premio di maggioranza. Né l’ampia e indiscussa affermazione del PD alle elezioni europee può diventare il passepartout per fare qualunque cosa. Lo stesso Renzi aveva dichiarato – correttamente - che le europee non avevano una relazione diretta con la politica nazionale e che, in caso di insuccesso, avrebbe mantenuto la guida del governo.  Sicuramente il governo è stato rafforzato dall’ottimo risultato, ma questo non solo non lo rende onnipotente, ma non sana certo i numerosi vizi che ne hanno caratterizzato la genesi. In una situazione di questo tipo sarebbe comprensibile solo una riforma che metta d’accordo l’80 per cento del Parlamento. Non certo una riforma che si basa su un accordo segreto con un alleato quantomeno “imbarazzante” e che trova una ferma opposizione sia in una parte significativa dell’emiciclo, sia nel Paese (checché ne dicano Renzi e, purtroppo, i troppi media sensibili al potere).
Sempre a proposito del metodo, non dobbiamo dimenticare la precedente proposta di modifica costituzionale, che dieci anni fa un Berlusconi in gran spolvero (e corroborato da una solida maggioranza) impose con la forza al Parlamento, attirandosi le accuse e le critiche degli stessi che adesso usano le medesime armi per far passare le proprie scelte. Con la piccola differenza che Berlusconi le elezioni politiche le aveva vinte sul serio. Solo il referendum popolare permise la cancellazione di quella modifica costituzionale, così tanto criticata dall’allora centrosinistra. Quando Ciampi firmò la legge il coordinatore della segreteria DS, Vannino Chiti, dichiarò "Il fatto che il presidente della Repubblica abbia controfirmato la legge elettorale voluta dalla destra nulla toglie né alle critiche né ai rilievi che il centrosinistra ha sollevato né alle critiche severe di metodo" aggiungendo che "La destra, calpestando ogni regola di rapporto con l'opposizione si è confezionata una legge non pensando all'Italia ma ai suoi ristretti interessi".
Ma la critica era anche nel merito e se quella di Berlusconi era un attentato e quella di Renzi è la panacea di tutti i mali c’è qualcosa che non quadra. Perché, in tal caso, qualcuno deve avere cambiato idea, visto che adesso gli avversari dell’epoca sembrano andare d’amore e d’accordo. Proviamo a vedere alcuni punti della proposta, magari confrontandoli con quella di Berlusconi.
La prima differenza è all’articolo 55. Mentre Berlusconi riduceva il numero dei parlamentari in entrambi i rami del Parlamento - in ossequio alla bufala sui costi della politica, mentre la progressiva riduzione degli eletti è  soprattutto un taglio alla rappresentanza ed alla democrazia – lasciandoli entrambi elettivi, Renzi trasforma il Senato in un organo di rappresentanza di secondo livello, con l’evidente obiettivo di ridurre la rappresentanza diretta dei cittadini ed aumentare il potere degli eletti nelle autonomie locali (il suo ambito naturale di riferimento).  La logica è quella di avere pochi eletti con molte leve del potere e minori meccanismi di controllo. I doppi incarichi sono da sempre una delle più preoccupanti forme di inefficienza e creano sgradevoli cortocircuiti e conflitti di interesse. Chi svolge con scrupolo il proprio ruolo di eletto, anche se è un semplice consigliere comunale, non ha molto tempo per dedicarsi ad altro e una vera importante riforma sarebbe proprio quella di impedire i doppi incarichi. La riforma di Berlusconi prevedeva delle limitazioni, quella di Renzi, no.
Renzi lascia inalterato il numero dei deputati, mentre Berlusconi li avrebbe ridotti da 630 a 518. Come ho detto non mi entusiasma il principio, ma, sotto questo aspetto, quella riforma era più coerente. E addirittura riduceva l’età di eleggibilità a 21 anni. Un altro aspetto non disprezzabile della riforma berlusconiana era l’introduzione di una maggioranza qualificata per le modifiche regolamentari, proprio per evitare i colpi di mano di maggioranze prepotenti (ed è quello che dovrebbero pensare tutti quelli che si ritrovano ad avere in mano le leve del comando: una contrazione dei principi democratici potrebbe in futuro penalizzarli).
Per il resto, con modalità e meccanismi differenti, entrambe le riforme costituzionali puntano non tanto (o almeno non solo) alla governabilità – anche comprimendo i diritti dell’opposizione -, ma ad un quadro istituzionale verticistico in cui sempre meno persone decidono per tutti, il Parlamento viene ridotto ad un organo di ratifica delle decisioni assunte dal Governo e lo spazio per il dissenso (anche quello interno a partiti e coalizioni) e sempre più ristretto e soggetto a facili ricatti. Questo anche grazie ad una proposta di legge elettorale terribilmente simile a quella dichiarata incostituzionale che permette alle segreterie dei partiti di decidere i parlamentari.

Sappiamo che in politica si cambiano con una certa disinvoltura coalizioni ed alleanze e, con loro, si cambiano o, meglio, si ammorbidiscono idee e convinzioni. E il ventennio berlusconiano ci ha regalato un lento quanto inesorabile avvicinamento dei due schieramenti avversi e distanze che un tempo sembravano siderali adesso si sono praticamente annullate. Mi piacerebbe sentire solo qualcuno dei leader che dieci anni fa (un’era geologica in politica, mi rendo conto) tuonava contro la riforma costituzionale di Berlusconi (tra cui lo stesso Renzi, come evidenzia il Fatto di oggi) dire: "scusate, abbiamo sbagliato, in fondo le riforme di Berlusconi (e lo stesso Berlusconi) non erano poi così male", magari con un bell’hashtag: #avevaragionesilvio.

6 febbraio 2014

Una politica da stadio

Mi pare che in questo momento ci sia un clima politico da stadio, con le opposte tifoserie incapaci di dare valutazioni, non dico imparziali, ma accompagnate da un minimo di buonsenso. E quando l’arbitro assegna un rigore o una punizione la sua scelta sarà giudicata quasi esclusivamente in base a chi viene avvantaggiato o penalizzato. Un clima analogo c’è stato al momento dell’ingresso in politica di Berlusconi. Un clima probabilmente giustificato da enormi differenze di contenuto: la maggioranza berlusconiana era portatrice di una cultura e di un modello di sviluppo decisamente in contrasto con una visione “progressista” (anche se in senso ampio, per carità). Questo diede vita a scontri verbali – e non solo – durissimi. E blog e forum non erano certo teneri nei commenti nei confronti degli avversari e gli insulti abbondavano. Per non parlare delle interviste fatte durante le manifestazioni. I media più vicini ad una coalizione andavano a solleticare gli istinti peggiori dei sostenitori dell’avversario e viceversa. Alla fine il conto era pari (o quasi, visto che almeno per le TV Berlusconi godeva di un certo vantaggio).
Adesso le cose sono cambiate. I nemici di un tempo sembrano essere molto meno distanti, mentre sembra che il vero “pericolo” sia un soggetto politico terzo, pieno di contraddizioni e difetti, ma che – su molti temi – potrebbe essere un interlocutore importante.  Adesso, forse, si sta smarrendo il senso delle proporzioni e, in questo, i media hanno una responsabilità enorme, soprattutto quando fanno – o pensano di fare – informazione. Pensiamo alle vicende che hanno costellato i talk show e le prime pagine dei giornali della scorsa settimana. Le notizie a cui – spesso – è stato dato più risalto sono state: la “rissa” nell’aula del Parlamento, l’epiteto ingiurioso di un deputato grillino ad alcune deputate PD, l’aggressione web alla Boldrini e un libro di Augias dato alle fiamme. Che mi ricordi sono successe altre cose a cui non sembra si sia data moltissima importanza: la “tagliola” operata per la prima volta alla Camera dei deputati o la legittimazione di un voto irregolare in commissione Affari Costituzionali, temi davvero rilevanti per una democrazia, mentre sono stati additati come “eversori” coloro i quali – in modo scomposto, goffo e indubbiamente censurabile – hanno cercato di contestare l’uso spigliato del potere della maggioranza (e di “tirannia della maggioranza”, per citare il filosofo Alexis de Tocqueville, si è parlato altre volte in passato). Vorrei però soffermarmi su quanto conta il “peso” che l’informazione riesce a dare ai singoli fatti, ognuno dei quali dovrebbe essere valutato nella specifica circostanza. Pensiamo alla volgarissima insinuazione fatta da Massimo De Rosa nei confronti delle deputate PD. Un insulto sciocco e gratuito e che merita una critica ferma e senza appello. Per quelle parole De Rosa ha fatto benissimo a scusarsi. Ma è davvero una colpa talmente grave da meritare le aperture dei tg e le prime pagine dei giornali? E’ questa l’eversione di cui vengono accusati i cinque stelle? O il termine “eversivo” viene usato con una disinvoltura tale da snaturarne completamente il significato? Oppure eversive sono state le scomposte reazioni dei deputati cinque stelle di fronte alla scelta della Boldrini di dare legittimità ad un voto irregolare avvenuto in commissione Affari Costituzionali e di strozzare il dibattito parlamentare, quella sì decisamente grave, come ebbe a dire il capogruppo del PD nel 2009 che la definì la “fine della democrazia parlamentare” (salvo poi, evidentemente, cambiare idea alla legislatura successiva). A mia memoria negli ultimi anni ad esprimere atteggiamenti eversivi – ossia volti al capovolgimento di quel complesso di principi ed istituti nei quali si esprime la forma democratica dello Stato - è stato (fatte salve alcune pagliacciate della Lega, che non sono mai state prese sul serio) un solo uomo politico: Silvio Berlusconi, autore di attacchi senza precedenti ad uno dei tre poteri dello Stato, quello della magistratura. E solo un’attenta architettura costituzionale ne ha frenato i tentativi di indebolimento e smantellamento. Berlusconi, però, per insondabili motivi, non solo non viene più considerato un pericolo per la democrazia, ma diviene persino un alleato di governo e il coestensore di una legge elettorale (peraltro palesemente incostituzionale fin dal primo comma). Tutto questo per i giornali e le TV sembra non contare nulla. La “notizia” è un alterco da bar tra deputati, del quale si riportano solo le frasi offensive di una delle parti. Ci siamo chiesti, almeno, quale fosse il contesto? Perché un conto è il ceffone ammollato dal questore della Camera ad una deputata al termine della seduta o l’invito allusivo a trovarsi un fidanzato fatto durante un intervento in aula (dallo stesso deputato autore in un recente passato di minacce di morte nei confronti di colleghi) e un altro conto è la discussione in ambito che non può certo essere definito pubblico (i locali di una commissione parlamentare, a lavori chiusi). Non a caso le querele depositate fanno riferimento all’articolo 594 del codice penale sull’ingiuria e non al 595 che parla di diffamazione. La cosa più divertente è che un certo tipo di sgradevoli allusioni sono all’ordine del giorno, non solo in politica, ma in tutti i luoghi dove c’è la possibilità di ambire a ruoli, stipendi o incarichi di maggior prestigio. Nelle aziende, nelle università, nei ministeri. E anche le donne talvolta non sono troppo tenere nei confronti delle colleghe che riescono ad ottenere rapidi avanzamenti di carriera. Per non parlare dell’ironia della sinistra (e, seppur con grande prudenza, anche a destra) sui “meriti” di un’intera generazione di donne della politica berlusconiana: dalla Minetti alla Gelmini e alla Carfagna (vedi la striscia di Disegni). L’anomalia sta tutta in questa diversa valutazione delle circostanze a seconda del ruolo. Fino ad ora, nessuno escluso, al momento di stare all’opposizione ha censurato l’eccessivo ricorso ai decreti-legge, ha usato tutte le forme di ostruzionismo possibili e immaginabili, non rinunciando a qualche azione teatrale, con cartelli, volantini, gesti, urla. Ogni tanto sono volati insulti, spintoni e anche qualche sberla. Una volta in maggioranza le azioni e i gesti di contestazione diventano esecrabili, i decreti-legge l’unica scelta possibile e l’ostruzionismo un incomprensibile impedimento all’azione di governo.

Per quanto riguarda gli insulti alla Boldrini e il libro bruciato sono una “non notizia”. Gli idioti sono una categoria molto ben rappresentata in tutti gli schieramenti e dubito possa esistere un qualunque soggetto (partito, associazione, movimento) che possa permettersi il lusso di aprire qualche forum senza correre il rischio che partano insulti e invettive nei confronti degli “altri”. Persino il mondo pacifista era stato accusato in passato di essere vicino ai violenti, perché magari qualche manifestante o qualche blogger esprimeva parole non proprio galanti nei confronti dei gentiluomini in giacca e cravatta che decidevano di far bombardare città e villaggi in nome della democrazia. Anche in quelle circostanze si assisteva ad uno straordinario mutamento di prospettiva: l’evento – criticabilissimo – dell’insulto al ministro o al sottosegretario di turno (magari formulato da un anonimo utente di un forum) diventava il fatto grave e la morte di centinaia di uomini, donne e bambini, una mera notizia di cronaca, omettendo accortamente ogni nesso causale tra quegli omicidi e i mandanti. L’accostamento forse non è pertinente, ma ha il solo scopo di sottolineare quanto l’informazione possa – volendo, e troppo spesso vuole – deviare l’attenzione verso questioni secondarie, se non marginali. Bisognerebbe puntare ad un’informazione che si preoccupi seriamente di una politica che privilegia le banche rispetto ai cittadini, di una politica che tende a mutare le regole in funzione dell’esigenza di mantenere il proprio potere, di una politica che non si rende conto (o, meglio, fa finta di non rendersi conto) delle devastazioni causate non dalle avversità atmosferiche, ma dalla disastrosa pianificazione territoriale, di una politica incapace di una corretta gestione dei rifiuti, ma complice di gigantesche frodi a danno della collettività, della salute e dell’ambiente. Servirebbe un’informazione così. Un’informazione che releghi gli insulti da osteria tra deputati dei vari schieramenti (ché le offese in questi casi vanno in entrambe le direzioni) in un trafiletto a pagina 8, a fianco della notizia sulla coppia che mette per sbaglio il filmino hard sul web.

27 gennaio 2014

Presto, mi dia una riforma elettorale

C’è bisogno di riforme… Sono almeno 20 anni che la soluzione ai cosiddetti “problemi del paese” viene individuata in questa parolina magica: “riforme”. Bisogna riformare lo Stato, la Costituzione, la legge elettorale. Le cause dei mali sembra che siano sempre da attribuire a un qualcosa di impalpabile, indefinito, impersonale, di cui nessuno ha una precisa responsabilità. Un comodo capro espiatorio che serve a distogliere l’attenzione dalle vere questioni: l’inadeguatezza del ceto politico e la “colpa” di chi quel ceto politico sceglie, ossia noi cittadini-elettori, talvolta distratti e superficiali quando decidiamo a chi affidare la gestione della cosa pubblica. Prendersela col sistema elettorale, con la forma di Governo, con l’organizzazione degli enti territoriali è il solito modo, tutto italiano, di scaricare coscienze e responsabilità. Il paradosso è che spesso le soluzioni che si propongono (e che spesso, infatti, non risolvono un bel nulla) fanno l’esatto contrario di ciò che viene sbandierato come scelta irrinunciabile. E così facendo ci ritroviamo ad affrontare continue riforme, che spesso servono solo a creare confusione, ma che poi – all’atto pratico – sono di ben poca utilità, se non addirittura dannose. Ad esempio, dopo decine di anni di onesta carriera, la legge elettorale del 1957 – basata su un meccanismo proporzionale “puro” e con l’indicazione della preferenza - è stata rottamata in nome di due principi considerati irrinunciabili: quella della governabilità e quello di poter scegliere il proprio candidato (come se prima non fosse possibile). Correva l’anno 1992 e la prima repubblica veniva sommersa dagli scandali di tangentopoli. La soluzione fu presto trovata: è tutta colpa della legge elettorale, cambiamola, andiamo a votare e il nuovo Parlamento sarà lindo e specchiato come non mai. Si passò in fretta e furia ad un sistema anomalo, con collegi uninominali a turno unico e il 25 per cento dei deputati eletti in liste proporzionali bloccate. I risultati sono ben noti. Non si ebbe certo la governabilità (la prima legislatura – 1994-1996 - durò appena due anni e quella successiva fu un continuo avvicendarsi di governi e maggioranze) e la scelta del proprio eletto era circoscritta ai pochi candidati decisi dalle segreterie delle coalizioni politiche, magari paracadutati in zone di cui ignoravano persino l’esatta collocazione geografica.
Dopo qualche anno si decise di tornare al proporzionale, riuscendo però a snaturarne completamente il senso. Con le liste bloccate le segreterie di partito si sono arrogate il diritto di scegliere direttamente i propri eletti, con il premio di maggioranza si è alterato completamente il principio di proporzionalità della rappresentanza e con le soglie si è, da un lato, imposto un obbligo di alleanze che si sono rivelate spesso di comodo e prive della necessaria condivisione programmatica, dall’altro è stata sottratta la rappresentanza politica a milioni di italiani (ad esempio la sinistra e l’ambientalismo spazzati via da un calcolo cinico dell’allora segretario del PD, Veltroni). Un sistema elettorale criticato da molti, ma che ha fatto molto comodo a chi manovrava i fili e non c’è da stupirsi se il Parlamento non aveva mai affrontato seriamente la sua revisione fino alla sentenza della Corte Costituzionale che ne dichiarava la sostanziale incostituzionalità.
Adesso – è la parola d’ordine - si cambia. Ma come si cambia? La sensazione è che tutte le volte che il legislatore è chiamato a modificare le “regole” riesca a peggiorare le cose, magari con il convinto appoggio di un’opinione pubblica abilmente suggestionata. Penso ad alcune innovazioni giustificate con l’esigenza di “ridurre i costi della politica”. E guai a sostenere che il principio – di per sé ampiamente condivisibile – rischia una strumentalizzazione pericolosa e profondamente antidemocratica. Penso alla riduzione del numero degli eletti, che, insieme alle norme per azzerare la rappresentanza dei piccoli, costituisce lo strumento perfetto per dare un potere enorme a chi ricopre un incarico pubblico. E’ noto che partecipazione e delega devono trovare un ragionevole punto di equilibrio per far sì che vi sia un’adeguata rappresentanza della stragrande maggioranza dei cittadini. La democrazia costa e pensare di ridurre gli sprechi tagliando sulla democrazia è un errore gravissimo. La presenza di un’opposizione vigile potrà essere un’arma efficacissima per evitare che chi amministra faccia scelte sbagliate e dispendiose. E sarò ben contento, come cittadino, di avere un sistema amministrativo e di governo che non consenta a nessuno – nemmeno se vicino a me ideologicamente e politicamente – di decidere pressoché in solitudine. E’ già successo con la truffa della riduzione del numero dei consiglieri comunali. Qualcuno pensa davvero che l’operazione – tutta mediatica – abbia prodotto dei risultati apprezzabili in termini di risparmio? O non c’è forse il rischio che, con consigli comunali ridotti a consigli di amministrazione, da qualche parte ci siano appalti, opere pubbliche e sprechi a vario titolo per i quali l’azione di controllo si sia gravemente indebolita?
Per non parlare della “soppressione” (o presunta tale) di organi o enti giudicati “inutili”. Pensiamo alle province, sulla cui effettiva utilità non mi soffermo, ma la cui trasformazione in organi elettivi di secondo grado non ne ha certo eliminato la struttura (che è il vero costo, ma che altrimenti andrebbe comunque trasferito ad altro organo) e la sua gestione viene “spartita” tra le forze politiche più influenti (ovviamente con doppio incarico e rafforzamento di quel potere territoriale occulto di cui si nutrono le forme peggiori del clientelismo). In modo analogo si propone di trasformare il Senato in un organo appannaggio delle regioni. Anche in questo caso doppi incarichi e personaggi politici che diventano sempre più influenti.

Ma per tornare alla legge elettorale, frutto dell’accordo tra Renzi e Berlusconi (e già questo la dovrebbe dire lunga sulla qualità del prodotto), sembra persino peggio del cosiddetto Porcellum che vorrebbe sostituire. Come al solito è figlia di un vecchio vizio della politica italiana, quello di cucire le leggi su misura per chi le scrive e non di una loro astratta funzionalità. E così le soglie si individuano sulla base dei sondaggi (e quindi Forza Italia vuole una soglia per far fuori il nuovo centrodestra, così come Italia dei Valori accolse di buon grado l’innalzamento della soglia per le europee per cannibalizzare i principali “competitor” a sinistra del PD) e i premi di maggioranza si basano sull’esigenza di colmare con una distorsione della rappresentatività la mancanza di consenso. Insomma, anziché trovare un modo per costruire un’alleanza basata su accordi programmatici (anche da far nascere in Parlamento, come prevede la nostra forma di governo), si preferisce “scippare” ad una legittima rappresentanza parlamentare (con soglie e premio di maggioranza) il numero di seggi necessario a raggiungere una maggioranza parlamentare. Si tratta dell’ennesima “legge truffa”, che aumenterà la disaffezione dei cittadini verso le istituzioni. Magari, alle prossime elezioni, assisteremo agli show di politici che si stracceranno pubblicamente le vesti per il preoccupante calo di affluenza alle urne. Una preoccupazione ovviamente simulata. Quello che preoccupa molti politici non è l’astensionismo, ma la gente che vota, soprattutto se usa il cervello quando entra nella cabina elettorale.

30 aprile 2013

E' nato il nuovo governo e Silvio c'è.


C’è qualcosa che non torna nella nascita del governo Letta. Per carità, si è tentato di indorare la pillola con qualche nome spendibile e cercando di ridurre al minimo gli indigeribili, ma questo rende ancora più pungente una certa sensazione di disagio. Il rischio è che, per molti elettori di sinistra, siano venute meno le condizioni di “fiducia” in quella che rappresentava – pur con innegabili criticità – la principale forza politica dell’area del centrosinistra. Nel quadro politico che si è determinato negli ultimi vent’anni non erano molte le questioni sulle quali si dava per scontata la posizione del Partito Democratico. In molti ambiti si è dovuto assistere ad arretramenti (o almeno giudicati tali): sulla politica economica, sul mercato del lavoro, sulla tutela del territorio, sui diritti, sulla sanità e persino sulla giustizia. Su una cosa però una certa fascia dell’elettorato che ha voluto comunque – nonostante tutto… - dare la propria fiducia al PD era convinta di non avere nulla da temere: l’esigenza di superare una volta per tutte l’emergenza democratica causata dalla presenza di Silvio Berlusconi in politica. E’ dal 1994 che c’è un intero paese ostaggio delle pretese private e personali di un uomo che è riuscito a declassare Parlamento e Governo (ossia due dei tre poteri dello Stato) a sue dependances, disposte a mutare programmi e calendari in funzione dei propri bisogni. Ci siamo dimenticati le leggi “ad personam” che il Parlamento è stato costretto a votare e i decreti “ad personam” che il suo governo ha varato in fretta e furia? Abbiamo già rimosso il baratro istituzionale, economico e di credibilità in cui ci ha portato Berlusconi e, soprattutto, la drammatica degenerazione etica e culturale rappresentata dal berlusconismo? In un paese che sembra capace di digerire qualunque cosa e grazie a media molto potenti e abili nell’indirizzare le opinioni, il problema sembra essere diventato quello che si definisce “antiberlusconismo”, dando una connotazione implicitamente negativa alla semplice voglia di legalità, di rispetto delle istituzioni, di affermazione dei principi della democrazia. Assistiamo ad uno straordinario ribaltamento della realtà e della logica. Dopo aver costretto i propri elettori ad accettare scelte discutibili, alleanze incomprensibili, continue rinunce identitarie, proprio perché altrimenti l’alternativa era “Berlusconi”, brandito come spauracchio per costringere a digerire qualunque cosa, ecco che, improvvisamente, la prospettiva cambia. Quello che non va assolutamente bene è essere “anti”. Come se fosse un vezzo, un capriccio, un impuntamento infantile. Ci si rifiuta di capire che il problema, per i cittadini di sinistra, ma anche semplicemente per tutti i cittadini che credono e rispettano i valori fondanti della nostra Costituzione, non si può circoscrivere alla pur ingombrante figura di Berlusconi, ma alla devastazione culturale e politica che è stato capace di determinare nel nostro paese. Non ho né il tempo, né la voglia di fare l’ennesimo elenco delle aberrazioni a cui abbiamo dovuto assistere impotenti negli ultimi vent’anni. Io ricordo tutto abbastanza bene. Chi ha dimenticato o sta facendo finta di essersene dimenticato non si illuda troppo: è vero che spesso il cittadino-consumatore-elettore ha la memoria corta e che, qualche volta, è anche un po’ ingenuo. Spesso, non sempre. Qualche volta, non sempre. La prossima volta potrebbe essere un po’ meno ingenuo e ricordarsi tutto. In quel caso ci sarà da divertirsi.

8 marzo 2013

Sistemi elettorali e meccanismi istituzionali. Paradossi, finzioni e imbrogli.


Costruire una buona legge elettorale non è semplice. L’idea è quella di costruire un impianto che sia in grado di garantire alcuni principi fondanti di un sistema democratico efficiente: tra questi, in particolare, rappresentanza e governabilità. In realtà solo il primo – la rappresentanza – è strettamente connesso alla democrazia. Il secondo potrebbe vivere tranquillamente anche in regimi autoritari (anzi è proprio in quelli che non soffre particolari problemi). Tra i due – se si vuole salvaguardare la democrazia – la priorità deve essere data, senza se e senza ma, alla rappresentanza. Rappresentanza che, invece, viene sempre più penalizzata e spesso proprio con motivazioni apparentemente condivisibili. Ho già avuto modo di esprimermi sulla sesquipedale sciocchezza – sposata demagogicamente ormai da tutti, da Grillo a Berlusconi, da Bersani a Monti – sull’esigenza di ridurre gli sprechi attraverso il taglio del numero degli eletti, in una continua lotta al ribasso, come in un suk arabo. “600 sono troppi? Facciamo la metà: 300”. Ma un altro potrà dire “300? Esagerato. Ne bastano 200”. “Perché non 100, allora?” Dirà prontamente qualcun altro. In una perenne rincorsa populista al taglio della casta. Maturando, più o meno consapevolmente, la convinzione che i politici (e la politica) siano un inutile spreco di soldi pubblici. E che per risolvere i problemi è sufficiente eliminarne la maggior parte. Per carità. Purtroppo di politici inutili e che spesso costano tanto alla collettività, amministrando male e talvolta distraendo fondi pubblici, ne abbiamo avuti sin troppi. Ma siamo certi che la mera riduzione numerica risolva il problema? Il mio sospetto è che a salvarsi dalla sforbiciata siano più facilmente quelli che praticano la politica meno “nobile”. Quella clientelare, quella affaristica, quella degli accordi sottobanco. Un tipo di politica che riesce ad incanalare agevolmente decine di migliaia di voti, frutto di favori, promesse, clientele. Sono quelli disposti ad investire centinaia di migliaia di euro per andarne a percepire molti meno (si pensi alle monumentali campagne elettorali per diventare consiglieri comunali a Roma). Per quale motivo? Spirito di servizio? E se fosse davvero così – e ho i miei dubbi – non sarebbe comunque una politica riservata a pochi benestanti? Spero che i partiti riflettano prima di proseguire questa crociata per ridurre il numero degli eletti, senza tenere conto che è di un altro tipo di cura che ha bisogno il nostro sistema istituzionale, a cominciare dal rigido divieto di doppi incarichi. Perché dovrei preoccuparmi di avere troppi consiglieri comunali e non dell’enorme peso politico che avrà un sindaco eletto consigliere regionale o parlamentare? Per non parlare delle candidature multiple o in presenza di altri incarichi istituzionali? Perché non proibire tassativamente tutte queste forme di condizionamento degli equilibri politici?
Per quanto riguarda il rapporto tra governabilità e rappresentanza, bisognerebbe ammettere – finalmente – il totale fallimento di una legge nata con l’obiettivo di dare governabilità, anche a scapito della rappresentanza. La governabilità a quanto pare non è riuscita a garantirla. Non ci è riuscita nel 2006 con la nascita di un debolissimo governo Prodi. E addirittura neppure nel 2008, nonostante la straordinaria affermazione di Berlusconi, che però si è dovuto dimettere nel 2011, lasciando spazio al governo tecnico di Monti. Infine nel 2013, con un ramo del Parlamento saldamente in mano alla coalizione del centro sinistra, ma col Senato diviso in tre. E, a fronte di questa ingovernabilità, quanto è stato alterato il principio della rappresentanza? Vediamolo attraverso i numeri della Camera. I partiti del centro sinistra riescono ad aggiudicarsi un deputato ogni 30mila voti, pari allo 0,08 per cento dei voti. Addirittura al Centro Democratico sono bastati meno di 28mila voti per ognuno dei sei deputati ottenuti con uno striminzito 0,5 per cento su base nazionale. E’ andata decisamente peggio all’opposizione. Pdl, Grillo e gli altri, infatti, per avere un deputato hanno dovuto racimolare tra i 73mila e gli 80 mila voti, con percentuali dello 0,22 e 0,23 per cento. La Destra, con 220mila voti e lo 0,6 per cento, pur essendo in una coalizione che ha preso quasi gli stessi voti della coalizione vincente, non è riuscita ad avere neppure un deputato.
I più penalizzati sono stati quelli che, non facendo parte di raggruppamenti che hanno superato la soglia dell’otto per cento, si sono visti negare la rappresentanza anche in presenza di valori percentuali interi. Fare per fermare il declino ha preso 380mila voti, pari all’1,1 per cento (l’equivalente di 13 deputati per una forza di centrosinistra e di 4 o 5 deputati per una delle forze di opposizione). Il prezzo più altro l’ha pagato Rivoluzione Civile. Con 765mila voti e il 2,2 per cento non ha portato a casa neppure un eletto. Con gli stessi voti i parlamentari eletti sarebbero stati 27 in maggioranza e 10 all’opposizione. Certo, una piccola lesione del principio di rappresentanza. Ma vuoi mettere il vantaggio della governabilità?

Elezioni Camera dei deputati 2013. Rapporto voti/eletti delle forze politiche.

11 gennaio 2013

Ha vinto lui


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Ieri ho superato la ritrosia – causata dal loro evidente effetto allergizzante – ai talk show televisivi e mi sono visto la puntata di Servizio Pubblico con Berlusconi. Avevo la sensazione che la mossa di Berlusconi – che aveva sempre cercato di evitare o aggirare “veri” confronti televisivi – fosse quella della disperazione della squadra di calcio che, non avendo ormai nulla da perdere, manda tutti in attacco, portiere compreso. Difficile ribaltare il risultato e più probabile un passivo ancora più severo. Ed era quello che mi aspettavo, considerato anche l’evidente nervosismo dell’ex premier nelle precedenti apparizioni in tv. Quello è stato un mio errore di valutazione. Il nervosismo di Silvio nei vari incontri televisivi mi era sembrato un segnale di difficoltà piuttosto evidente. Invece no. Berlusconi era soprattutto infastidito dalla mancanza di cortigianeria di alcuni suoi interlocutori. E, in effetti, è stato sorprendente vedere gente come Bruno Vespa ricordarsi improvvisamente di essere un giornalista e formulare qualche domanda. Insomma la sensazione che, in fondo, gli anni di Berlusconismo che Montanelli aveva dichiarato necessari per la produzione degli anticorpi, sembravano iniziare a fare effetto: qualcosa stava finalmente cambiando. Anzi, temevo che la partita di ieri sarebbe diventata fin troppo facile e non credo che mi sarebbe piaciuto che Santoro e Travaglio infierissero su un Berlusconi ormai al tappeto.

Invece Berlusconi ha messo in pratica le sue doti migliori, quelle dell’affabulatore e del piazzista. Capace di reinterpretare a modo suo economia e diritto costituzionale, ma con quell’aria di chi la sa lunga che riesce a convincere molti. Anche nel 1994 diceva un sacco di stupidaggini e io pensavo – ingenuamente – che in pochi avrebbero potuto dare credito ad un simile venditore di fumo. Invece mi sbagliavo, e di grosso. L’arte imbonitoria di Berlusconi era (ed è) imbattibile. Lui era (ed è) abilissimo nel dire ciò che le persone vogliono sentirsi dire. Ovviamente le cose sono cambiate molto e ad alcuni suoi cavalli di battaglia (la novità, il non essere “politico” e anche in parte l’anticomunismo) sono un po’ triti, ma nel suo repertorio ha ancora armi formidabili, che magari non faranno breccia in molti, ma, per come riesce a proporle, intercetteranno probabilmente ancora consensi. Pensiamo alla patacca dell’IMU.  Chi si va a rileggere atti parlamentari e di governo per capire come stanno realmente le cose? Dal punto di vista pratico (che è quello che guardano in molti) l’ICI è stata levata dal Governo Berlusconi (ci ha vinto la campagna elettorale) e l’IMU è stata introdotta dal governo complottista Monti. Per quanto Travaglio sia stato bravissimo a snocciolare date e dati sulla schizofrenia di Berlusconi, non sembra riuscito a modificare un fatto incontrovertibile: Berlusconi vince le elezioni e – come promesso – abolisce l’ICI; Monti (senza essere eletto) scippa il Governo a Berlusconi e mette l’IMU. Fine delle trasmissioni. Il resto diventa irrilevante, questioni di lana caprina. Arrivano i distinguo, le note a margine, le glosse… “sì, ma voi l’avete votata”, “le dichiarazioni del febbraio 2012” e via dicendo… Berlusconi ostenta il suo eterno sorriso e costruisce abili gag con Santoro. Riesce persino ad essere simpatico nell’arena a lui più ostile. Qualche volta la “butta in caciara”. Come per la telefonata al summit internazionale, con l’imbarazzo della Merkel. Si sono persi 20 minuti di trasmissione per qualcosa di rilevanza politica davvero modesta. Le qualità di un primo ministro non si possono giudicare da un’evitabile scortesia istituzionale. Lui è stato abilissimo a raccontare che stava parlando con Erdogan per risolvere intricate questioni nell’interesse dell’Unione Europea. Puzzava di balla lontano un miglio, ma chi poteva smentirlo?
Dal suo punto di vista è stato sicuramente un successo. Non credo gli basterà a recuperare un distacco che sembra incolmabile, ma nel prossimo Parlamento avrà il suo peso. E, considerati i non troppo entusiasmanti precedenti, dubito che neppure la prossima maggioranza alternativa a Berlusconi avrà la forza e il coraggio di rimediare ai danni che quest’uomo ha fatto al nostro paese. Dal conflitto di interessi al falso in bilancio, dalla legge sulla tv alla giustizia, dalle norme ambientali alle grandi opere, dalla scuola pubblica alla sanità e alla tutela dei lavoratori. Tutte cose di cui ieri, chissà perché, non si è minimamente parlato.

26 settembre 2012

Prediche appassionate da pulpiti improbabili


E’ insopportabile questa corsa a smarcarsi da tutto e da tutti. A sentire le dichiarazioni di autorevoli esponenti politici c’è da rimanere sconcertati. Fanno un po’ tutti finta di non conoscersi. Parlano male gli uni degli altri. Le accuse e le invettive volano. I più furbi stanno zitti, sperando che nessuno li noti (e li butti nel calderone).  E nel frattempo si apre una ridicola gara a chi è (o almeno si sente) più puro degli altri. Ascoltare la Polverini in versione “grillina” a lanciare anatemi contro la malapolitica del “suo” consiglio regionale lascia esterrefatti. Per non parlare di Berlusconi che tuona contro gli usi impropri della poltica. O della Santanché che dà del maiale a Fiorito. No, dico, ci sarà un limite al ridicolo. Che si debba riformare la politica è chiaro ed evidente, ma che a farlo siano più o meno le stesse persone che hanno determinato quel sistema o, per convenienza, a quel sistema si sono facilmente adattate non è credibile. Ma il problema non si risolve certo sostituendo le prime file dei partiti – come Alfano sta proponendo – con un personale politico non diverso culturalmente, ma semplicemente iscritto alle liste di attesa del potere: le seconde file, i quadri, i portaborse, ossia gli stessi pronti a ricevere una dirigenza, una presidenza, un posto in qualche consiglio direttivo. Dove sarebbe il cambiamento? In realtà sarebbe come dare una mano di vernice fresca ad una parete ammuffita; nell’arco di breve tempo la muffa prenderebbe il sopravvento. Certo, gli impresentabili – e non sono pochi – è meglio che se ne stiano a casa, ma bisognerebbe avere il coraggio di cambiare molte cose. E non ci si può riuscire – realisticamente – in pochi mesi. Però sarebbe utile dare dei primi segnali. A cominciare dall’introduzione di incompatibilità vere tra ruoli. Cosa che non si è mai voluta fare concretamente, perché la forza della casta dipende molto dalla capacità di accaparrarsi incarichi di vario tipo. Consiglieri regionali o deputati non dovrebbero poter fare i sindaci o gli assessori comunali. Invece, con la scusa di riformare la politica in nome del taglio dei costi, alcuni doppi incarichi si “impongono” con legge. E’ il caso della provincia, i cui consiglieri potranno essere eletti solo tra i consiglieri comunali. Io diffido di quelli che sono contro il sistema solo perché sono fuori dal sistema. Non ho nessuna garanzia che, una volta dentro, si comporteranno meglio. Lo dimostrano i leghisti che esibivano il cappio contro la corruzione e che hanno sperperato in modo ignobile i soldi del partito (in modo forse lecito, ma comunque vergognoso). Lo dimostra Fiorito che ha dichiarato di essere stato uno di quelli che lanciavano le monetine a Craxi. Fiorito, all’epoca, era dunque un “moralizzatore” della politica. Per non parlare del direttore delle poste “pusher” che, poco prima di essere arrestato, twittava veleno contro la casta e la corruzione. Non lasciamoci abbindolare da chi urla di più la propria indignazione, come sta facendo, ancora adesso, proprio Renata Polverini, che continua ad accusare tutto e tutti, come se non fosse stata al vertice di un sistema marcio, del quale – nella migliore delle ipotesi – non è stata capace di accorgersi. In nessuno dei due casi, connivenza o inconsapevolezza, può essere giustificata. Nel primo per ovvie ragioni e nel secondo perché denota inattitudine a svolgere un ruolo così importante.
Allora bisogna provare a ricominciare, ma proponendo un mutamento concreto, mentre la sensazione è che partiti e raggruppamenti stiano ragionando con i soliti, triti e consunti, schemi della politica: candidature, alleanze, accordi, assessorati, controllo del potere. Se queste sono le premesse non cambierà molto e chi ha bisogno dei “favori” della politica dovrà solo cambiare referente. Voglio sperare che chi si candiderà alle prossime elezioni sia portatore di una proposta differente, basata ovviamente sui contenuti – e io auspico politiche di tutela del territorio, di lotta alle diseguaglianze sociali, di interventi decisi sulla mobilità sostenibile, di revisione del modello di sviluppo, ecc. – ma, in primo luogo, su meccanismi che consentano di ridurre le barriere tra il palazzo e i cittadini. E la prima operazione deve essere quella della trasparenza. Una trasparenza vera, con la pubblicazione di tutti gli atti e la rendicontazione analitica di tutte le voci di spesa. Per tutti gli organi e gli enti istituzionali. Poi serve un’anagrafe degli eletti (i primi a proporla, e ad attuarla, sono stati i Radicali), che dovranno rendere conto del loro operato ai cittadini e informali su ogni possibile conflitto di interessi che li riguardi. Saranno in molti a non volerlo fare. E qualche furbo lo prometterà, ma poi si dimenticherà l’impegno assunto. Bisognerebbe che, a ricordarlo, ci siano i cittadini, che dovranno essere un po’ più vigili e dinamici che in passato. Meglio esercitare un controllo costante durante il mandato che lasciarsi andare a meste quanto inutili lamentele postume.

10 novembre 2011

Saldi di fine governo





Sarà l’età, ma divento sempre più diffidente. L’operazione della “dismissione” dei terreni agricoli – si parla di un valore di sei miliardi di euro – mi preoccupa molto. Intanto perché queste operazioni di cassa sul modello di “pochi, maledetti e subito” attraverso la rinuncia al proprio patrimonio, ha tutta l’aria di un’operazione disperata, tipica di chi ha gestito i propri beni in modo irresponsabile e dissoluto. Non si tratta della svendita dell’argenteria di famiglia, a cui si può pensare di fare ricorso in un momento di estrema difficoltà. Perché l’argenteria ha un valore economico, ma non sostanziale. Fa parte del superfluo e, quando le cose non vanno benissimo, al superfluo si può – e si deve - rinunciare. La terra, invece, costituisce un valore essenziale. E la terra agricola rappresenta una piccola garanzia per noi, per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Tra le righe della norma che consente la dismissione dei terreni agricoli io leggo rischi enormi di speculazione. Da un lato il meccanismo della vendita diretta per i terreni al di sotto dei 400mila euro potrebbe agevolare operazioni non esattamente limpide. Dall’altro si esplicita tranquillamente la possibilità che quei terreni possano cambiare la propria destinazione urbanistica. Probabilmente qualcuno avrà già individuato quelli dove si può speculare meglio, magari con l’aiuto di amministrazioni compiacenti, che non è mai troppo difficile trovare. A dirlo adesso si rischia di essere tacciati per i soliti malpensanti dietrologi, sempre pronti a fare i processi alle intenzioni. Ora bisogna risanare i conti pubblici e non c’è tempo per preoccuparsi di ingiustificati sospetti. Eppure, proprio in questi drammatici giorni in cui le nostre città sono state flagellate dal maltempo, da molte autorevoli voci si è alzato il monito sull’eccessivo consumo di suolo, sull’abbandono dell’agricoltura (che non si risolve con speculazioni immobiliari) e sulle conseguenze di un cattivo governo del territorio sul rischio idrogeologico. Niente da fare. Bisogna fare cassa in fretta e non possiamo certo mettere le mani sugli stratosferici investimenti nel settore militare. Perché penalizzare il business degli armamenti, quando possiamo dare nuova linfa a quello del cemento?

5 novembre 2011

La banalità del male


Il commento del nostro premier alla seconda tragedia che, nel giro di pochi giorni, ha colpito la Liguria e il paese intero – se per qualcuno vale ancora un minimo di senso di solidarietà di una nazione – è francamente disarmante: è successo perché hanno costruito dove non si doveva.  Sarebbe anche una discreta sintesi, se ad esprimerla fosse stato un qualunque cittadino dotato semplicemente di un minimo di buonsenso. Tra le concause che determinano eventi come quelli appena registrati c’è, indubbiamente, l’inadeguatezza delle scelte di pianificazione urbanistica e di governo del territorio. E costruire troppo, male e in zone a rischio idrogeologico (per tacere di quello sismico) significa aumentare i fattori di rischio. Quello che sconcerta, quello che spaventa, quello che indigna profondamente è che a pronunciare queste parole sia stato il principale artefice della deregulation urbanistica in un paese che già – per cultura e vocazione – non è particolarmente incline a seguire regole che vengono spesso giudicate troppo rigide. E quanto entusiasmo aveva suscitato questo sorridente omuncolo che ha fatto della semplificazione – delle procedure, della regole, del linguaggio – la sua arma vincente. Non a caso sono passati senza troppi problemi due condoni edilizi nel giro di dieci anni, a cui si sono aggiunti, per completare il quadro, il progressivo allentamento delle norme in materia urbanistica e l’approvazione del “piano casa”, un’altra meravigliosa perla di disprezzo verso le regole della civile convivenza, salutata con irritante entusiasmo da molte amministrazioni regionali (che, in qualche caso, sono riuscite a peggiorarne l’impianto). E adesso, proprio dal suo pulpito, arriva il rimprovero sul mancato rispetto delle regole nello sviluppo edilizio. Una considerazione come un’altra, quasi ovvia. Banale, se vogliamo. La banalità del male. Un male che ci ha colpito 17 anni fa e dal quale ancora non siamo riusciti a guarire.

30 agosto 2011

Una manovra spuntata


Non è facile fare una manovra economica. L’operazione diventa ben più complessa e delicata quanto è in corso una crisi dell’economia mondiale. Se, poi, il governo a cui compete la stesura della manovra ha negato l’esistenza della crisi fino all’ultimo, la questione si complica ancora un po’. Piove sul bagnato, infine, se si pensa che la maggioranza che sostiene il governo è ridotta ai minimi termini e si tiene in piedi grazie ad un manipolo di parlamentari passato direttamente dal catalogo Vestro agli scranni della coalizione di governo.
Con queste premesse era difficile immaginare che fossero posti in essere interventi strutturali ed efficaci per il riordino dei conti pubblici ed il rilancio dell’economia, tenendo conto che – spesso – le due cose sono difficilmente conciliabili. Ben noto è, infatti, l’effetto depressivo delle misure di stabilizzazione della finanza pubblica. Si tratta di tagli alle spese, che si traducono facilmente in riduzione dei servizi ai cittadini, oppure di aumenti dell’imposizione fiscale. In entrambi i casi il risultato è quello di ridurre la propensione al consumo, con inevitabili conseguenze di rallentamento dell’economia. Non faccio parte della categoria degli sviluppisti e non credo nella crescita infinita (soprattutto se si basa sul consumo di risorse non riproducibili), ma proprio chi applica i parametri dell’economia classica sa bene quanto sia stretto il sentiero da seguire per rimettere in carreggiata il Paese.
La manovra è piena di contraddizioni, a cominciare dallo strumento utilizzato, quello della decretazione di urgenza. Uno strumento che ha senso per l’immediatezza delle misure (mentre molte entreranno in vigore in tempi lunghi), ma che dovrebbe dare vita ad un impianto suscettibile di pochi (e modesti) aggiustamenti, per non perdere efficacia e credibilità. Invece il provvedimento è stato un continuo work in progress sin dalla sua pubblicazione in gazzetta ufficiale, con incessanti ipotesi di modifiche, che ne stanno facendo perdere ogni parvenza di uniformità e coerenza.
Il risultato sarà lo svuotamento di un prodotto già piuttosto debole e privo, sin dall’inizio, del coraggio di intervenire sulle vere questioni importanti (e ragionevolmente applicabili). A cominciare dall’evasione fiscale, su cui non si vuole minimamente intervenire, e dal taglio delle vere voci di spesa superflue, come quelle relative agli armamenti. Un vero buco nero delle nostre casse, ma che nessuno ha mai avuto la forza di ridimensionare, nemmeno i governi di centrosinistra.
Preoccupa invece che ci sia questo trasversale e demagogico “attacco alla casta”, condivisibile in linea di principio, ma la cui applicazione sembra andare – paradossalmente – nella direzione del rafforzamento della casta stessa. Quando Calderoli parta di taglio di 50mila poltrone dà letteralmente i numeri. Che la democrazia sia un costo è cosa ben nota, ma è un costo come la sanità o la scuola. Ed è vero che sono tutti settori su cui la forbice governativa si accanisce con grande impegno, ma sono costi che una comunità virtuosa fa benissimo a sostenere. Tra l’altro se – in linea del tutto teorica – ridurre il numero dei deputati o dei consiglieri regionali porta qualche (trascurabile) risparmio, non ne porta affatto la riduzione dei consiglieri comunali della stragrande maggioranza dei comuni. Perché i 17 euro a seduta che percepisce ogni consigliere non sono certo una voce che manda in tilt il bilancio della pubblica amministrazione. Preoccupa invece che in tutti livelli di governo si crei una supercasta di pochissimi eletti, il cui potere effettivo aumenterebbe in modo esponenziale. Se proprio si vuole incassare quel risparmio, basterebbe quantificarlo e ridurre gli emolumenti ai singoli eletti in proporzione. Meglio avere 630 deputati pagati “appena” diecimila euro che 400 pagati quanto adesso, ma il cui peso politico aumenterebbe tantissimo. E chi è abituato a governare attraverso “campagne acquisti” ne trarrebbe indubbi vantaggi.
Ci vorrà ancora molto tempo perché la manovra assuma la sua forma definitiva. E’ facile immaginare cosa succederà. Chi potrà permettersi di fare pressione sull’esecutivo otterrà l’eliminazione o, almeno, il ridimensionamento delle parti che lo penalizzano. Così si riduce l’ingiustificato ulteriore taglio agli enti locali (un altro dei bersagli preferiti dei federalisti per caso che governano il paese), si eliminano i contributi di solidarietà per i redditi alti “dichiarati” (ché quelli non dichiarati sono intangibili), si rimanda la soppressione delle province e via dicendo. Le misure sostitutive sono ancora più incerte ed aleatorie e la debolezza della coalizione e i continui veti incrociati precludono ogni possibile ricorso a provvedimenti davvero efficaci. Il conto finale andrà, ancora una volta, ai ceti sociali più deboli. Con una nuova stretta al sistema pensionistico, con aumento del prelievo fiscale, diretto e indiretto, con la riduzione dei servizi al cittadino. Quando poi si fermerà la ruota dell’economia, saranno tutti pronti a gridare il proprio stupore.

18 maggio 2011

Amministrative 2011. Si volta pagina?


Uno dei principali problemi dell’analisi di un voto è quello di capire le ragioni del risultato elettorale. Ragioni che, gli interpreti degli schieramenti in campo, tendono ad attribuire a fattori completamente diversi a seconda del risultato. Anche perché non è facile capire quanto abbia pesato, nella scelta degli elettori, la qualità dell’amministrazione uscente. Spesso sono state bocciate ottime amministrazioni, così come talvolta mediocri compagini di governo sono state premiate dai propri cittadini. In certi casi è stato determinante un modello pulito e corretto, in altri è stato il voto clientelare a condizionare il risultato finale. E anche sulle scelte programmatiche nulla può essere dato per scontato: quanti “cementificatori” hanno avuto la benedizione dei propri elettori? In altre occasioni sono state le scelte di tutela del territorio e dell’ambiente a fare breccia nell’elettorato.  Per non parlare del condizionamento della politica nazionale. Mai come in questa circostanza la politica nazionale si è lanciata nell’arena delle amministrative. Personalmente nutro sempre qualche riserva sull’utilizzo dei “nomi forti” come specchietto per l’elettorato. Questo equivale, a mio avviso, a considerare gli elettori alla stregua delle allodole ed è un tantino offensivo. Non si può negare che non sempre gli elettori riescono a dimostrare una effettiva capacità di critica e di analisi e la superficialità con cui a volte votano li rendono facile preda degli imbonitori di mestiere. Questa volta, a quanto pare, i trucchetti del presidente del consiglio, ancorché ampiamente collaudati, non hanno sortito l’effetto sperato. E, come dicevo prima, non è facile capire perché. Una cosa è abbastanza certa: il suo proverbiale fascino questa volta ha fallito miseramente. Del resto solo un ingenuo – non me ne vogliano i 27mila milanesi – può pensare che abbia un senso dare la propria preferenza a qualcuno che in consiglio comunale non ci entrerà mai. Questo metodo, delle candidature “famose”, è purtroppo diffuso sia a destra che a sinistra. Serve ad aumentare i consensi. Pare. Perché pensiamo che gli elettori siano come i bambini (e Berlusconi questo l’ha detto senza mezzi termini), che si lasciano abbindolare dalla confezione colorata del prodotto. E una classe politica mediocre, anziché impegnarsi per avere un corpo elettorale maturo e responsabile, si lancia in questa sciatta rincorsa del consenso.
Un’altra mossa che non sembra aver prodotto il risultato sperato è quella di accattivarsi le simpatie di chi viola la legge. La promessa di fermare le demolizioni a Napoli è una delle più squallide trovate di un uomo  del tutto privo di ogni senso delle istituzioni, dello Stato, della legalità. A parte l’assoluta insensatezza di una sanatoria specifica per un determinato territorio. Perché gli abusi di Napoli sì e quelli di Bari o di Palermo no? E cosa ne pensano le persone che hanno scelto di rispettare la legge, che sono presumibilmente di più di quelle che non la rispettano? Quante sono le persone oneste a Napoli e in Italia? Perché dovrebbe ripagare – in termini di consenso – una politica che solletica gli istinti peggiori di ognuno di noi? Probabilmente ha funzionato fino ad ora. Ma siamo davvero certi che in un paese in cui ognuno è libero di violare le regole staremmo meglio? Gli abusi edilizi non sono solo quelli che ci permettono di avere una casa più grande a basso costo. Sono anche quelli che consentono al nostro vicino di costruire una palazzina che ci toglie la vista del sole. Sono anche quelli che costringono gli enti locali ad aumentare le spese per andare a portare i servizi a tutti quelli che non hanno rispettato gli strumenti urbanistici. E gli onesti pagano. Due volte. La prima perché hanno fatto le cose in regola (e pagato il dovuto). La seconda perché la disonestà degli altri finisce a carico dell’intera collettività. Non mi faccio troppe illusioni, perché troppe volte - negli ultimi 17 anni - ho sperato in una presa di coscienza da parte delle persone, però ho la speranza che questo voto possa rappresentare un primo passo di quella che Gianni Mattioli, nell’appassionato intervento con cui, in un’infreddolita piazza labicana, invitava a sostenere i referendum su acqua e nucleare, definiva una inevitabile “rivolta degli onesti” con cui dobbiamo riuscire a liberarci di una cultura di governo che troppi danni ha fatto all’Italia e agli italiani.

7 aprile 2011

Il processo breve, in breve.

Ancora una volta commetterò l’ingenuità di applicare i meccanismi della logica a qualcosa che di logica ne ha una sola, l’impunità assoluta di una determinata persona fisica. Tutto il resto sono vestiti che si cuciono addosso al principio (quello dell’impunità) per renderlo digeribile, sia sotto l’aspetto normativo che su quello della comunicazione. Questo secondo aspetto è il più facile da gestire, considerata la potenza di fuoco di cui dispone l’interessato e una certa accondiscendenza da parte sia di moltissimi “addetti ai lavori”, sia di una porzione rilevante dell’opinione pubblica.  L’aspetto normativo in effetti riguarda prevalentemente il rispetto del dettato costituzionale, che non sempre significa che una legge abbia una sua “logica”. Il fatto che venga esaminata e discussa da un paio di migliaia di persone tra parlamentari, consulenti, esperti, funzionari a vario livello, dovrebbe essere un elemento di garanzia sulla “tenuta” della norma. Discutibile o meno, ma in qualche misura “ragionevole”. Non è così per il cosiddetto processo breve, il quale, avendo come unico obiettivo il salvataggio di una persona da un processo, costituisce un semplice espediente per ottenere il risultato. Si sarebbe potuta fare anche vietando di processare gli ultrasettantenni o quelli più bassi di un metro e settanta. Si è pensato invece al processo breve. Che non è esattamente, come si potrebbe ingenuamente pensare, la riduzione dei tempi dei procedimenti penali (magari accorciando alcuni termini e potenziando gli uffici dei tribunali), ma semplicemente l’introduzione di una “mannaia” sul processo. Che a quel punto, se non è giunto ad un punto “utile”, muore lì. E sarà interesse di tutti gli imputati (e sarà più agevole per quelli più facoltosi) dilatare il più possibile tutti i tempi per giungere alla mannaia, prima della sentenza. I tempi dei processi si allungheranno inevitabilmente e sarà sempre più difficile rispettare il principio della certezza della pena. Immaginiamo cosa succederebbe se applicassimo la stessa logica ad un altro ambito di interesse pubblico (il rispetto della legge da parte di tutti, può sembrare strano, ma è un interesse della collettività) come, ad esempio, gli appalti. In questo caso si potrebbe stabilire che se la ditta che si è aggiudicata l’appalto non ha terminato i lavori entro un determinato tempo, i lavori si intendono comunque ultimati, anche se magari sono state fatte solo le fondamenta.
In questa bizzarra battaglia per porre un cittadino al di sopra della legge – legibus solutus, come gli antichi sovrani – si sta assistendo alla sagra del paradosso. In pratica il Governo della tolleranza zero per la criminalità è disposto a fare un enorme regalo ai criminali di ogni sorta, pur di raggiungere l’obiettivo. Un altro paradosso è nella denominazione che viene data alla legge (processo breve) che sembra una definizione orwelliana - come il ministero della pace, che si occupava della guerra – mentre è evidente che i processi si allungheranno, per poi non giungere a nessun risultato. E’ stata definita un’amnistia mascherata. Con la differenza che l’amnistia ha almeno il vantaggio di alleggerire il lavoro della magistratura, questo lo appesantirà. E qui viene un altro paradosso. Il Governo che più di ogni altro si ispira alla logica aziendale, alla produttività, alla visione manageriale, si inventa un simile guazzabuglio. Non stroncherà solo il processo Berlusconi, che è quello che si vuole, ma finiranno al macero le carte di tantissimi altri procedimenti, con buona pace di chi vorrebbe vivere in un paese in cui il rispetto della legalità è un valore. Mentre per questa destra becera diventa un valore solo se a delinquere sono i più disperati, quelli che, forse, hanno poche possibilità di scelta. Chi ruba tanto rimane impunito e spesso è anche premiato, come per tutti i provvedimenti a favore di evasori, abusivi e altre categorie di furbi.
Sempre a proposito di paradossi c’è la questione della responsabilità civile dei magistrati. Questione spinosa su cui non vorrei addentrarmi, perché la sua delicatezza impone la massima cautela. Però, se davvero dovesse valere il principio del “chi sbaglia paga”, che di per sé ha una sua logica, perché non introdurlo, in primo luogo, per manager e amministratori pubblici? Il mio sindaco, ad esempio, ha gestito in modo superficiale una vicenda relativa ad un pagamento di un lavoro commissionato ad una ditta. La ditta, con la quale era stato stipulato un preciso accordo, dopo aver fatto il lavoro ha chiesto di essere pagata. Per la precisa responsabilità del sindaco (e del vicesindaco) si è arrivati ad un contenzioso legale, che è costato molto di più dell’importo dei lavori. Quel “di più” chi l’ha pagato? Il sindaco e il vicesindaco? No, i cittadini. Eppure il guaio l’avevano combinato gli amministratori. Ma gli amministratori sono dei politici e la politica (che fa le leggi) sta bene attenta a non creare problemi alla propria categoria. Solo chi quelle leggi le deve applicare e far rispettare viene messo in condizioni non solo di lavorare male, ma anche di rischiare di pagare per i propri errori. D’altronde, se si dovesse introdurre la responsabilità civile retroattiva per i danni fatti da alcuni politici, a cominciare dall’attuale presidente del Consiglio, non avrebbe prezzo. Per tutto il resto c’è il rag. Spinelli.

25 agosto 2010

I (presunti) limiti dell'antiberlusconismo


 Da troppo tempo va avanti un dibattito logoro e stantio sulla presunta inopportunità dell’antiberlusconismo. I sostenitori della tesi affermano che gli attacchi personali al premier indeboliscono l’opposizione e compattano e rafforzano la maggioranza. Una delle motivazioni è che “si rischia di ripetere sempre le stesse cose”, quasi che denunciare il macroscopico conflitto di interessi e la sottoposizione di un organo costituzionale come il Parlamento alle esigenze personali del premier sia soggetto ad una scadenza come le mozzarelle. E come se la continuazione di uno stato di illegalità fosse quasi sanante dell’illegalità stessa. Cosa che – peraltro – in Italia succede frequentemente. Una volta che l’illegalità va avanti nel tempo viene tollerata dalla comunità. Non a caso la giustificazione più diffusa a situazioni di illecito è “ma l’ho sempre fatto”.
Dal versante opposto, invece, non ci si stanca mai di ripetere in forma ossessiva le critiche – talvolta nemmeno fondate – utilizzando le dinamiche del bombardamento pubblicitario attraverso slogan e frasi fatte. Ed è in questo modo che gli italiani si sono convinti di essere stati governati per decenni dai “comunisti”, che la magistratura è eversiva e che le tv e i giornali siano praticamente tutti al soldo della sinistra disfattista. Un tormentone che è stato ripetuto fino alla nausea è stato quello della mancanza di legittimità dei (pochi) governi di centrosinistra degli ultimi anni. La motivazione era che non avevano ottenuto la maggioranza dei voti. Non era sufficiente aver vinto le elezioni. Ci voleva – ad avviso dei baluardi della democrazia – anche un sostegno popolare matematicamente inoppugnabile. Ipotesi su cui si potrebbe anche essere disposti a ragionare (col rischio, però, di dover ripetere le elezioni svariate volte prima di ottenere un risultato “pieno”) a patto che valga sempre. Nessuno ha messo in dubbio la legittimità dell’ultimo governo Berlusconi che non è mai stato maggioranza nel paese (contare i voti per credere) e men che mai lo è adesso che ha perso pezzi importanti (quasi che i dissidenti non siano comunque espressione di un disagio di una parte dell’elettorato di centrodestra). Anche in questo caso però si applica il doppiopesismo. Gianfranco Fini si deve dimettere dall’incarico istituzionale, pur non essendo mai uscito dalla maggioranza, mentre nella scorsa legislatura abbiamo avuto gentucola come Sergio De Gregorio, eletto nel centrosinistra (Italia dei valori, per la precisione) che è diventato presidente di commissione grazie ai voti del centrodestra. In quel caso gli strali antiribaltone non si sono abbattuti sul voltagabbana di turno, che, anzi, è stato ricoperto di lodi e di apprezzamenti per il cambio di casacca.
E’ ricicciato persino Veltroni - l’alleato n. 1 di Berlusconi, il quale nel 2008, non pago di avergli spianato la strada alle politiche, ha pensato bene di dargli in omaggio anche la città di Roma -per indicarci la strada da seguire. No all’antiberlusconismo, ma battere Berlusconi con una proposta politica. Sarebbe quasi un’idea ragionevole se la proposta politica che viene avanzata non fosse una fotocopia sbiadita di quella del cavaliere, che ci si ostina ad inseguire sul suo terreno perdendo voti e credibilità.
Credo sia sbagliato il presupposto su cui si basa la critica all’antiberlusconismo. La mia – e quella di milioni di italiani – non è un’antipatia personale, non è un livore viscerale, quasi si trattasse di un vecchio rancore privato mai superato. Personalmente non ho proprio nulla contro mister B.: lo ritengo semplicemente inadeguato a guidare il Paese e pericoloso per la democrazia e le istituzioni. Non credo serva molto altro. Nel doloroso passaggio dal fascismo alla democrazia non si era “antimussoliniani”, ma più semplicemente “antifascisti” ed anche in quel caso si diede vita ad una larghissima maggioranza che servì a restituire al paese un ordinamento democratico, egualitario e rispettoso dei diritti fondamentali dei cittadini. Poi, affermati i principi irrinunciabili, si è potuto ripartire con le dinamiche caratteristiche di una democrazia, non del tutto impeccabili, ma sempre senza intaccare i valori fondanti della nostra Repubblica. Ecco, adesso quei valori sono in pericolo e, come allora, c’è bisogno di riaffermarli e tutelarli. Solo dopo si potrà tornare ad una “sana” dialettica politica per decidere come governare il Paese.

30 luglio 2010

Chi difende lo stato di diritto?


L’ultima volta che ho parlato di Fini in una mia nota è stato qualche anno fa e non sono stato troppo tenero. Per fortuna sono in pochi a leggere quello che scrivo. Giudicavo il comportamento dell’attuale terza carica dello Stato un po’ troppo remissivo nei confronti di Berlusconi e ironizzavo sulle durissime parole pronunciate nei confronti di Bossi e poi smentite dai fatti di una nuova alleanza elettorale. Sono abbastanza convinto che le mie considerazioni di allora fossero giustificate dal quadro politico, ma sono altrettanto convinto di dovermi ricredere su Gianfranco Fini, che ha dimostrato un’autonomia ed un’autorevolezza rare nella coalizione di cavalier serventi, che tanto piacciono al cavalier servito.
Non tesserò qui le lodi di Fini o di Granata (che, comunque, ha un’aria simpatica). Da antiberlusconiano convinto non credo nella politica dell’antiberlusconismo a tutti i costi e non credo che si possa arruolare la corrente finiana in una possibile grande alleanza contro il cavaliere. Penso che Fini rimanga un avversario politico. Continuo ad essere convinto che le posizioni della destra siano molto distanti dalle mie. Mi piacerebbe però avere come controparte politica “quel” tipo di destra. Una destra vera e che, come tale, dovrebbe essere dalla parte della giustizia e dei giudici. Una destra reale, che quando professa il liberismo lo fa  con convinzione, non tutelando i monopoli o gli oligopoli del sultano o dei suoi sodali. Una destra autentica, che quando parla di legalità, ritiene che i delinquenti vadano trattati come tali, anche e soprattutto se rubano miliardi, magari evadendo le tasse o truccando gli appalti. Una destra autorevole che, pur nelle differenze che la separano dalle mie idee, condivide e difende i valori fondanti del nostro ordinamento giuridico, a cominciare dalla Carta Costituzionale, vilipesa ignobilmente, per passare dalle Istituzioni – come parlamento e magistratura -, umiliate e offese, e per finire ai cittadini, presi volgarmente in giro. Senza contare l’informazione, una delle principali vittime del berlusconismo, cancellata completamente e sostituita da una rozza propaganda.
Fini continuerà ad essere “altro” da me e le mie idee continueranno ad essere profondamente diverse dalle sue. Però adesso credo di dovergli almeno un “grazie”, perché almeno in questi ultimi mesi, si è battuto per la difesa di uno stato di diritto faticosamente costruito oltre 60 anni fa e che adesso qualcuno sta cercando di scardinare.

Alle colonne d'Ercole

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La mia ultima avventura