8 gennaio 2013

Non chiamatelo conflitto di interessi


In un mio post sulle “giunte a geometria variabile" criticavo l’assoluta mancanza di trasparenza di un’amministrazione in cui un assessore si dimette senza che nessuno lo venga a sapere. Poco dopo la pubblicazione ho ricevuto risposta proprio dall’interessato, il dimissionario Mirko Ulsi, che ha tenuto a precisare che “la lettera di dimissioni è stata presentata da me negli uffici preposti e messi al corrente di tutto chi di dovere”. La visione della democrazia sembra la stessa di Alfredo Galli. L’unico referente è il “sindaco-padrone” e Mirko Ulsi non si è sentito in dovere di comunicare ai cittadini la sua scelta e le sue ragioni. Spero che Mirko sia in buona fede - e forse per questo ha comunque preferito dimettersi - ma vorrei che fosse chiaro che in questo caso, oltre alla dignità politica di una persona e al rispetto della cittadinanza, sono in gioco questioni assai delicate. Se Alfredo Galli torna a gestire in prima persona anche formalmente (di fatto è sempre stato così) una materia importante e delicata come l’urbanistica, si evidenzia ancora di più il macroscopico e scandaloso conflitto di interessi che, per compiacere costruttori e speculatori, sta sistematicamente trasfigurando Labico. Del resto, ormai, non deve essere facile, neppure per Galli, trovare qualcuno sufficientemente ingenuo da prendere una finta delega su una materia nella quale le decisioni si prendono altrove.

29 dicembre 2012

Equilibrismi di bilancio


L’esercizio del diritto di critica infastidisce molto il nostro sindaco e immagino che non apprezzerà troppo questo mio articolo. Già in passato l’avere espresso perplessità sul suo operato di amministratore mi è costato un causa al tribunale di Velletri. Non mi limiterò dunque a dire quello che penso del nostro primo cittadino e del suo modo di amministrare, ma farò alcune considerazioni basate sulle sue affermazioni e sulle azioni conseguenti. Penso – ad esempio – alla solenne promessa di riduzione dell’IMU in campagna elettorale. Promessa prontamente disattesa. Penso ai continui impegni di rispettare norme e statuto comunale in tema di convocazione delle commissioni, revisione dello statuto, risposta alle interrogazioni consiliari e calendarizzazione delle mozioni. Tutta roba che non dovrebbe essere (come lui pensa) frutto della sua gentile concessione, ma un vero e proprio dovere istituzionale. Niente da fare. Lui continua ad essere convinto di essere il padrone del paese e nulla glielo toglie dalla testa, nemmeno il devastante calo di consensi registrato nell’ultima consiliatura. A Labico meno di un terzo degli elettori ha votato per la sua lista (in pratica quando gira per strada sa che, su 10 persone che incontra, 7 non lo hanno votato, sarà per questo che è spesso di cattivo umore). E questo prima che si rimettesse nuovamente sulla poltrona di primo cittadino. Da maggio in poi non ne ha fatta una buona. E’ riuscito ad aumentare in modo punitivo ogni tassa e tariffa di competenza comunale, a fronte di una pessima qualità ed efficienza dei servizi. Nei giorni scorsi ai cittadini è arrivata la TARSU ed è stata una nuova stangata, che ha sancito il totale fallimento della raccolta porta a porta. Della quale si ostina a negare dati che dovrebbero essere pubblici, ma che lui si guarda bene dal divulgare, forse per la vergogna. E’ già riuscito a perdere un pezzo della giunta comunale. Ancora una volta nel silenzio più totale, senza darne alcuna comunicazione in consiglio, in totale spregio delle normali regole di trasparenza, di democrazia e di rispetto per l’organo sovrano dell’amministrazione comunale. Continua a negare il permesso di fare le riprese video dei consigli comunali, abusando in modo ignobile del proprio potere e ledendo vergognosamente i diritti dei cittadini che vorrebbero essere informati sull’attività dell’amministrazione.  Dopo l’esilarante giustificazione dello “statuto dei lavoratori”, l’ultima motivazione è la mancanza di un regolamento, che lui ovviamente non proporrà mai (ma che si impegna ad approvare).  Del resto bisogna capirlo. Meno gente viene a sapere cosa viene detto in consiglio comunale e meglio è per lui e per la sua calante credibilità. L’ultimo consiglio comunale è servito ad approvare gli equilibri di bilancio. Un documento contabile che avremmo dovuto approvare entro la fine di novembre, ma che Galli – convinto che a rispettare le leggi debbano essere solo gli altri – ha portato all’esame del consiglio solo il 27 dicembre, dopo il richiamo della prefettura. Anche in questo caso la recalcitranza  è comprensibile e l’idea di approvarlo tra Natale e Capodanno con i cittadini distratti dalle feste natalizie gli deve essere sembrata geniale. La relazione, infatti, è l’ennesima riprova del disastro di un’amministrazione incapace e incompetente.  E’ a causa loro che ci troviamo con un debito di quasi quattro milioni di euro (in pratica l’intero bilancio comunale) e Galli continua a comportarsi come se si trattasse di un banale imprevisto. Invece era tutto prevedibile e, soprattutto, prevenibile. L’inadeguatezza del depuratore è dipesa dall’incapacità programmatoria degli ultimi vent’anni (chissà chi amministrava il paese) e dalla commissione di reati contro l’ambiente e la salute, per i quali sono indagati anche amministratori comunali. Ma a pagare, secondo Galli, dovranno essere i cittadini. E l’ha messo nero su bianco sulla delibera che prevede la svendita di pezzi del nostro patrimonio e approvata con deprimente prontezza e avvilente silenzio da tutti i consiglieri comunali di maggioranza: Giorgio Scaccia, Nadia Ricci, Luciano Galli, Mirko Ulsi e Adriano Paoletti. In compenso l’ineffabile Alfredo Galli ha dato – se mai ce ne fosse bisogno – un’ulteriore prova della sua scarsissima affidabilità, etica e politica. Quando Spezzano ha fatto notare la presenza della lunga lista di debiti contratti con gli autotrasportatori per un totale di 3,7 milioni di euro, Galli ha detto che non significava niente e che mica è detto che questi soldi verranno dati a chi ha svolto il servizio. Era già successo in precedenza. L’ardita tesi di Galli è la seguente: l’atto amministrativo con cui l’ente locale si impegna ad onorare una determinata spesa non significa che poi quei soldi verranno spesi sul serio. Quindi nessun documento approvato dalla giunta o dal consiglio (gli unici a cui i comuni cittadini possono accedere) ha alcun valore. Lui può, in qualunque momento, decidere di bloccare l’erogazione delle risorse (in barba alla competenza e responsabilità dei dirigenti). Un delirio di onnipotenza sconcertante e preoccupante, ma anche una manifesta propensione a mentire. Se Galli stesso, infatti, dichiara non attendibili gli atti da lui stesso sottoscritti, ammette implicitamente di essere un bugiardo. Il problema è che, ormai, l’hanno capito tutti. E, a parte chi pensa di trarne un beneficio personale, non credo saranno in molti a rinnovargli la fiducia alle prossime elezioni. Ma l’attaccamento alla poltrona è troppo forte per ammettere la disfatta politica e Galli cerca di vivere, anzi di vivacchiare, o meglio sopravvivere, alla giornata. Approvando alla bell’e meglio gli atti di cui proprio non può fare a meno e limitandosi al  rispetto minimo sindacale delle regole democratiche. Questa volta si è trattato degli equilibri di bilancio, che vista la precarietà, andrebbero denominati equilibrismi.

26 dicembre 2012

Il "pacco" di Natale


La strenna natalizia dei nostri amministratori non è, come si potrebbe pensare, la seconda rata dell’IMU, ossia il ripristino di un imposta sugli immobili voluto dal governo Monti per sanare i conti pubblici e che Galli aveva promesso – in campagna elettorale – di ridurre al minimo (e invece ha alzato quasi al massimo). Non è neppure la TARSU che ci avevano promesso sarebbe stata ridotta e che è invece schizzata alle stelle, probabilmente anche a causa del fallimento della raccolta porta a porta (i cui dati sono rigorosamente top secret). No, la strenna natalizia è ancora peggio degli altri due "regali" dei nostri amministratori ed è ben nascosta dietro un documento contabile denominato “verifica degli equilibri di bilancio”, previsto dalla normativa vigente e che serve a monitorare lo stato dei conti dell’amministrazione. La norma prevede che questa verifica debba essere fatta almeno una volta all’anno (ma di più con amministratori come i nostri non è neppure immaginabile) entro il 30 settembre. Quest’anno c’è stata una proroga e il termine è slittato al 30 novembre. Con due mesi in più a disposizione ci si sarebbe aspettato che i tempi venissero rispettati. Invece – neanche a dirlo – i nostri ineffabili amministratori non sono riusciti nell’arduo compito e si sono fatti richiamare dal prefetto che ha indicato un nuovo termine per l’approvazione. Ovviamente è saltato anche quello e il nostro comune (che, in teoria, potrebbe essere destinatario di un provvedimento di scioglimento) si appresta a votare degli equilibri di bilancio che – considerati i tempi – assomigliano molto ad un rendiconto.
La prima cosa che salta agli occhi è l’enorme divario tra il quadro contabile della previsione di bilancio (sostanzialmente confermata dall’assestamento) e la situazione fotografata con la verifica degli equilibri. L’importo complessivo si riduce di oltre il 40 per cento. Si passa infatti da 9,7 milioni di euro a 5,7 milioni di euro nella fase di accertamento. In compenso, nonostante pochi giorni separino la data di approvazione degli equilibri dall’ultimo giorno dell’esercizio finanziario, la stima finale è un po’ più ottimistica: 6,5 milioni di euro. In pratica la maggioranza è convinta di reperire 800mila euro tra natale e capodanno (e non è una metafora).
La conseguenza (speculare) di questa drastica riduzione di risorse disponibili si riverbera sugli investimenti. Le famose opere pubbliche, il cui elenco viene tramandato di consiliatura in consiliatura, rimangono così a svolgere una funzione ornamentale dei programmi elettorali della maggioranza. I settori che pagano il prezzo più alto all’assoluta mancanza di capacità programmatoria dei nostri amministratori sono quelli delle infrastrutture e della gestione del territorio e dell’ambiente per i quali risultano impegnati rispettivamente il 2,7 e l’8,8 per cento dell’assestamento. Un altro fallimento.
Basterebbe questo per classificare negativamente il bilancio e chi se ne assumerà la responsabilità politica di fronte ai cittadini. Galli, invece, ci tiene a dimostrare che al peggio non c’è mai fine e inserisce, finalmente, i primi dati ufficiali sulla questione dei depuratori. Aveva fatto finta di niente nei due precedenti documenti contabili, ma stavolta non è proprio riuscito ad ignorare la questione. E così, ci ritroviamo la bellezza di 3,7 milioni di euro di “gestione straordinaria”, per la quale si dovrà aprire una procedura di riconoscimento di debiti fuori bilancio. Un buco enorme in un quadro finanziario come quello di Labico. L’ordine di grandezza è lo stesso dell’intero ammontare delle spese correnti.
Il vero problema è che a nessuno degli amministratori viene in mente che il danno economico è stato causato da probabili responsabilità (politiche, amministrative e penali) nella programmazione, realizzazione, affidamento e gestione degli impianti di depurazione. E che, in diritto, chi è causa di un danno ne deve sostenere gli eventuali costi. Per i nostri amministratori, invece, è normale che un danno causato da terzi venga ripagato dagli stessi cittadini che non solo non hanno alcuna responsabilità, ma che stanno vivendo anche il disagio conseguente a quel danno.
La “soluzione” individuata da Alfredo Galli e dalla sua maggioranza è molto semplice. Si vende un pezzo di patrimonio pubblico (probabilmente dei locali a Palazzo Giuliani, ma non si preoccupa certo di spiegarlo) per circa 200mila euro, si spostano due tranche del debito (per un totale di 624mila euro) nelle annualità successive (2013 e 2014) e, in appena cinque nebulosissime righe ci informano che – probabilmente – intendono regalare opere e infrastrutture del servizio idrico ad ACEA per un valore di 2,6 milioni di euro. E ACEA, che non è esattamente l'Opera Pia Misericordiosa delle Carmelitane scalze, a chi andrà a bussare cassa per recuperare il sostanzioso investimento? Alla porta di Alfredo Galli e Giorgio Scaccia o alla porta di tutti i cittadini labicani con un bell’aumento di tutte le tariffe idriche? E perché sul documento contabile si parola di un “trasferimento in itinere” di beni pubblici senza che nessuno ne sia a conoscenza?
Ma le anomalie non finiscono qui. Dalla lettura della relazione sugli equilibri di bilancio sembra che il riconoscimento dei debiti fuori bilancio avvenga in modo automatico per il loro inserimento nel quadro contabile. In realtà – ed è la stessa relazione ad evidenziarlo – il riconoscimento deve avvenire con deliberazione apposita, contestuale a quella di verifica degli equilibri. Perché non è stata predisposta la delibera “ad hoc”, come indicato dalla stessa relazione? Forse perché mancano i requisiti che la legge stabilisce per il riconoscimento dei debiti? Del resto la normativa in merito parla chiaro e indica un sentiero piuttosto stretto per riconoscere la legittimità dei debiti fuori bilancio. Già in passato i nostri amministratori avevano fatto una forzatura inserendo come debiti fuori bilancio spese causate dalla loro incapacità e che non avevano portato – come stabilisce la legge – “utilità ed arricchimento per l’ente”. Anche in questo caso ci sembra che vi sia ben poca utilità e gli unici ad arricchirsi sono gli autotrasportatori.
Insomma, ancora una volta ci arriverà il conto per i pasticci combinati da Galli e compagnia nell’allegra gestione della pubblica amministrazione. Ancora una volta ci sono molte criticità che potrebbero portare la magistratura contabile ad accertare gravi responsabilità per danno erariale. E chi, giovedì 27 dicembre, voterà per la scandalosa delibera che Galli e Scaccia proporranno in consiglio, si assumerà una grossa responsabilità, politica e amministrativa. A cominciare dal punto quattro della premessa della delibera, secondo il quale “nel corso dell'esercizio si sono verificate delle esigenze straordinarie di spesa non conoscibili o non definibili con precisione in sede di costruzione del bilancio di previsione e dei suoi allegati”. Ebbene, quando è stato fatto il bilancio di previsione sapevano anche i sassi che avremmo dovuto sostenere costi per almeno 2-3 milioni di euro (lo diceva la stessa relazione al bilancio, bastava leggerla). Negare anche l’evidenza non solo è un insulto al buon senso, ma è anche un vero e proprio falso. Tra l’altro in un atto pubblico. I consiglieri di maggioranza che voteranno a favore di quella delibera condivideranno anche quel punto. E non faranno certo una bella figura. Noi, più che metterli sull’avviso, non possiamo fare. Ah, dimenticavano: Buon Natale.


Maurizio Spezzano e Tullio Berlenghi

19 dicembre 2012

Giunte a geometria variabile


E’ chiaro il motivo per il quale il nostro sindaco, Alfredo Galli, è così ostile alla trasparenza e usa tutte le armi, al limite del lecito, per rendere la vita difficile a chi cerca di capire come funziona la macchina amministrativa. Magari – ad esempio – inventandosi le scuse più miserabili per proibire la registrazione delle sedute del consiglio comunale. Un po’ più complicato impedire la pubblicazione degli atti di giunta e di consiglio, anche se – bisogna riconoscere – fa di tutto perché avvenga il più tardi possibile e con atti che contengano il minimo indispensabile. Però, anche con queste limitazioni, è sempre molto istruttivo dare un’occhiata al nostro albo pretorio on line.
In questi giorni sono state pubblicate due delibere, la n. 84 e la n. 85 del 2012. L’ultima delibera pubblicata risaliva a novembre ed era la n. 82. E la n. 83? Non se ne sa nulla. In teoria potrebbe esistere e produrre effetti giuridici, senza che nessuno lo sappia. Qualche maligno potrebbe pensare che in questo modo si potrebbero nascondere imbrogli grandi e piccoli. Noi, ovviamente, non lo pensiamo, però saremmo più tranquilli se vedessimo la normale e corretta pubblicazione delle delibere man mano che vengono approvate e non “congelate” in attesa di non si sa bene cosa.



La numero 82 aveva una giunta composta da quattro persone. Galli, Scaccia, Ricci e l’onniassente Mirko Ulsi, il primo degli eletti della maggioranza, ma con imbarazzante tasso di partecipazione alle riunioni di giunta. Circola una fantasiosa voce secondo la quale l’obiettivo del giovane assessore sarebbe stato quello di ottenere – grazie alla carica istituzionale – il trasferimento in zona, ottenuto il quale si sarebbe dimesso da assessore per lasciare spazio ad altri. Un simile scenario sarebbe talmente desolante ed umiliante (anche per chi ne dovesse divenire complice) da renderlo del tutto incredibile. Resta il fatto che la giunta, da novembre a dicembre, si è improvvisamente contratta, come dimostra la delibera n. 84. Da quattro è passata a tre. Senza che nessuno si degnasse di comunicare questo cambiamento. Ulsi non è più “assente”, semplicemente non è più in giunta. E nessuno lo ha sostituito. C’è un assessorato vacante? Galli ha preso l’interim dell’urbanistica? Ossia ha ufficializzato il governo della materia di cui si occupa da sempre, anche se ha sempre preferito affidarlo formalmente ad altri? Il plenum della giunta è stato ridotto da quattro a tre senza dir nulla a nessuno? C’è uno straccio di atto di dimissioni? Di revoca dell’incarico? Di un qualunque accidente che faccia capire cosa succede nelle stanze del Palazzo? No. Nulla di nulla. In compenso bastano tre persone a ratificare lo sperpero di 12500 euro pubblici, senza capire chi ha intascato quanto. L’unica, amara, considerazione è che le iniziative organizzate dalle associazioni, a costi decisamente più bassi, sono state di gran lunga più vitali e partecipate del famigerato incantesimo della notte di mezza estate, con tanto – come recita la delibera – di “ricco buffet”. Non oso chiedere chi si è seduto intorno al tavolo apparecchiato con il “ricco buffet”.

30 novembre 2012

Un giorno in pretura


La frequentazione dei tribunali è molto istruttiva. L’ho scoperto solo di recente, da quando seguo la politica locale, ma sto recuperando un po’ del tempo perduto. Per questo devo ringraziare Alfredo Galli e il suo personalissimo modo di amministrare. Noto a tutti, ma che quasi nessuno ha mai avuto il coraggio di contrastare seriamente. Io l’ho fatto e questo mi ha portato a conoscere piuttosto bene la strada che separa Labico da Velletri, sede del tribunale – penale e civile – competente per il nostro territorio.

Qualche giorno fa sono stato, in qualità di parte civile, all’udienza del processo contro Alfredo Galli. Il reato contestato dal pubblico ministero, che ne aveva chiesto il rinvio a giudizio, è “abuso d’ufficio”. Una bazzecola. Un semplicissimo “reato contro la pubblica amministrazione”. Si parla di indebita distrazione di fondi pubblici. Robetta. Tra l’altro lui non è semplicemente indagato. E’ imputato. Per una cosa così, neppure il suo partito di riferimento – il PDL, notoriamente un partito molto “elastico” sulle vicende penali dei propri rappresentanti – potrebbe candidarlo, a sentire le ultime dichiarazioni del segretario Alfano. Invece lui non solo non ha fatto una piega, ma si è anche ricandidato come sindaco.
L’altro giorno, però, era particolarmente nervoso. Dall’esame dei testimoni e degli imputati sono emerse diverse incongruenze sulla vicenda.
Provo a ricostruire in modo sintetico i fatti. Nella scorsa consiliatura l’opposizione scopre, complice una piccola ingenuità nella redazione di una delibera, che da un paio d’anni l’amministrazione comunale “regalava” l’erogazione di cinque pasti ad una struttura privata. Senza uno straccio di atto amministrativo, senza alcunché ne dimostrasse l’interesse pubblico. Abbiamo sollevato la questione e la risposta è stata volgare e arrogante. Il succo era “comandiamo noi, punto”. Di fronte ad un simile atteggiamento abbiamo chiesto tutti gli atti e li abbiamo trasmessi alla magistratura, affidando a loro la valutazione sulla legittimità delle procedure. Il pubblico ministero ha subito individuato delle palesi irregolarità e ha avviato una serie di indagini, al termine delle quali il sindaco è stato rinviato a giudizio. Solo ieri, dopo circa due anni, c’è stata la prima udienza “interessante”. Sono stati ascoltati Scaccia, la responsabile della struttura e Galli. Il sindaco ha smentito alcune affermazioni di Scaccia, che ha sostanzialmente preso le distanze dalla procedura di assegnazione del patrocinio, decisamente molto disinvolta. La beneficiaria del patrocinio ha spiegato che, per ottenere l’erogazione dei pasti, è stato sufficiente un incontro nell’ufficio del sindaco. Galli ha chiamato il responsabile dell’ufficio e gli ha detto di fare avere cinque pasti al giorno alla struttura. Non c’è stato bisogno di altro. Un po’ insolito, vero? Sono comunque migliaia di euro di costi aggiuntivi per l’amministrazione comunale e Alfredo Galli - che all’epoca avrà avuto “appena” 25 anni di esperienza come amministratore tra consigliere, assessore, vicesindaco e sindaco – non si è posto il problema di rispettare le procedure di legge, non sì è chiesto se l’appalto prevedesse una simile possibilità, non ha pensato che, essendoci un impegno di spesa, era necessario quantomeno un visto di regolarità da parte dell’ufficio competente. Del resto, se non fosse stato per un’ingenuità, non se ne sarebbe saputo nulla. E ci si chiede: in quante altre occasioni il sindaco avrà disposto in modo così spigliato delle risorse pubbliche?
La strategia processuale viaggia su due binari: si sta cercando, da un lato, di sminuire la gravità della vicenda, e, dall’altro, di dimostrare la regolarità della procedura. E’ infatti comparso un documento, privo di numero di protocollo, che dovrebbe rappresentare l’atto amministrativo con cui il sindaco avrebbe dato le disposizioni necessarie. Per il resto buio assoluto. Ci si basa solo su presunzioni indimostrabili. “Tutti sapevano”, “Tutti erano stati informati”. Ma tutti chi? Non c’è un solo documento che attesti la trasparenza di quanto avvenuto, anzi. I maldestri tentativi di rabberciare la situazione hanno dato vita ad un sacco di contraddizioni. Ad un’udienza hanno addirittura fatto pervenire una pagina del bilancio, dalla quale si sarebbe dovuto desumere che l’iniziativa aveva finalità sociali (l’ho fatto a fin di bene, è la tesi). Peccato che la pagina non dimostri alcunché e, soprattutto, il capitolo citato non è quello da cui sono stati presi effettivamente i soldi.
Per quale motivo un sindaco dovrebbe destinare risorse pubbliche ad un’attività privata senza avere la certezza di un vantaggio per la collettività? Che l’attività privata sia di interesse pubblico non è in discussione, ma è anche vero che la finalità – legittima, per carità – è comunque quella del guadagno. Anche il panettiere e la farmacia sono di interesse pubblico. Se non ci fossero sarebbe un problema. Però nessuno immagina che un sindaco possa decidere – ad esempio – di cedere loro un locale del comune schioccando semplicemente le dita. E Galli sa bene che non poteva farlo. E lo sapeva anche quando ha ostentato il proprio potere di fronte alla giovane imprenditrice chiamando il funzionario e indicandogli quello che doveva fare. Durante la difesa in aula Galli ha citato la legge Bassanini sulla responsabilità dei funzionari. In pratica, è la tesi del sindaco, io non ho deciso praticamente nulla. Ha fatto tutto il dirigente. Se c’è un errore, l’ha fatto lui. Immaginiamo la situazione. Un potente sindaco intima ad un funzionario di dare seguito ad una sua richiesta. Mancano i presupposti giuridico-amministrativi. Lo sanno entrambi. Ma il sindaco ha appena fatto lo “splendido” (come si dice a Roma) e il funzionario sa che il suo “status” all’interno dell’amministrazione dipende da quel sindaco. Tra l’altro ci sono le elezioni amministrative alle porte e questo tipo di azioni genera gratitudine e la gratitudine si trasforma facilmente in consenso. Il funzionario avrebbe dovuto dire: “Certo sindaco, appena approvate la delibera di giunta, faccio la determina”. Ma, probabilmente, lo sguardo del sindaco non lascia spazio ad esitazioni. Quella cosa va fatta e subito. Senza troppi appesantimenti burocratici. In fondo ogni mese il comune paga migliaia di euro per i pasti. In parte vengono recuperati con la vendita dei buoni pasto, ma la copertura dei costi è sempre piuttosto bassa. Quanto vuoi che incidano su un capitolo di spesa per il quale la previsione è sempre piuttosto incerta? Tanto vale chiamare la ditta (non risulta, infatti, neppure anche un ordine scritto) e chiedere di portare cinque pasti da un’altra parte. Non è previsto dall’appalto (e anche qui si viola la legge) ma anche la ditta avrà avuto le sue buone ragioni per non stare a fare troppe storie. L’irregolarità nasce tutta qui. Da questa approssimazione mista a debolezza, connivenza o interessi. Certo, poi, anche se parte un’indagine della magistratura, gli anni passano, i ricordi diventano sbiaditi e le cose sembrano meno gravi. Poche migliaia di euro. In fondo è una struttura che serve. Magari davvero si è abbassato il costo della retta per le famiglie. Inoltre ci vanno di mezzo quelli che c’entrano poco o niente: il privato (che non è tenuto a conoscere le procedure) o il funzionario (che è comunque l’anello debole).
Non so come andrà a finire. Gli atti processuali dimostrano – senza tema di smentita – che c’è qualcosa di piuttosto singolare nella procedura. Intanto, non solo manca agli atti un documento che attesti la richiesta di patrocinio. La risposta, in compenso, c’è. E’ un atto firmato dal sindaco, datato settembre 2006, ma non protocollato. In sostanza – se il documento è autentico, ma l’assenza del protocollo e l’evidente fretta con cui è stato scritto giustificano eventuali dubbi – il sindaco concede il patrocinio prima ancora di autorizzare l’attività, che avverrà solo due mesi dopo, a novembre del 2006. Facciamo il confronto con la recente richiesta di sostegno economico del gruppo donatori di sangue. La finalità è evidentemente più che meritoria e senza alcun fine di lucro. La somma è decisamente modesta, appena 200 euro. Eppure è stata necessaria una richiesta scritta e regolarmente protocollata a cui ha fatto seguito una delibera di giunta, provvista del visto di regolarità contabile. Tutto questo per soli 200 euro. Mentre, per migliaia di euro l’anno ad un’impresa privata sono bastati un colloquio nell’ufficio del sindaco e un paio di telefonate. Tutto molto strano. Così come è strano che, subito dopo la scoperta, si siano precipitati ad annullare l’erogazione dei pasti, quasi a riconoscere l’errore. Ed è strano anche che, durante l’iter processuale, l’amministrazione abbia deciso – con delibera di giunta - di fornire la tutela legale (pagata quindi con i soldi pubblici) al proprio dirigente. L’avvocato è lo stesso che, all’inizio, difendeva anche il sindaco. Massima fiducia nella deontologia professionale degli avvocati, ma è un altro segnale che non tranquillizza. Chi non può certo stare tranquillo è il dirigente, a cui, a quanto pare, Galli sta cercando di scaricare ogni responsabilità. Tra l’altro la delibera stabilisce che, in caso di condanna, le spese legali non le sosterrebbe più l’amministrazione, ma il dipendente. Oltre al danno, la beffa.

Alle colonne d'Ercole

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La mia ultima avventura