25 novembre 2011

Un paese civile


Come si misura il livello di civiltà di un paese?  I parametri che si potrebbero utilizzare sono molti, ma indubbiamente al primo posto va messa la tutela della persona, del suo corpo e della sua dignità. E questo in modo imprescindibile. Per garantirlo non serve – o perlomeno non basta – un diffuso senso civico, serve un ordinamento giuridico che assicuri questo principio. Anche il peggiore dei delinquenti, nei sistemi legislativi più avanzati, gode di una piena tutela. Perché l’aver commesso un reato (o il dubbio di averlo commesso) non giustifica in alcun modo la privazione di questo diritto. In nessun caso.
Il nostro ordinamento ha però subito una vergognosa modifica che trasforma automaticamente in reato il solo fatto di “esistere” per alcuni esseri umani. Non importa se siano fuggiti da una guerra o da una carestia. Per la legge italiana adesso qualunque straniero si trovi “irregolarmente” nel nostro territorio è un criminale, per il quale non sono previsti né gradi di giudizio, né appelli. E così diventa più facile sfruttarli, ricattarli, minacciarli. E, se sono donne, stuprarle. Tanto come fa la vittima a denunciare l’ingiustizia subita? Col rischio di tornare nel paese da cui è fuggita? E il vero criminale godrà di tutte le tutele che la legge garantisce a chi è accusato di qualche reato. Un paese così non è un paese civile. Mi vergogno di questo e chiedo a scusa a nome del mio paese ad Adama per la doppia violenza che – per colpa del nostro egoismo – ha dovuto patire.

21 novembre 2011

Facciamo la festa agli alberi



Alla cortese attenzione
di Alfredo Galli, vicesindaco di Labico

Gentile vicesindaco,

desidero ringraziarLa per l’invito alla festa dell’albero che si terrà oggi. Vorrei informarla che non parteciperò all’iniziativa, di per sé apprezzabile, ma che non mi sembra esprima in modo coerente l’atteggiamento dell’amministrazione comunale in materia di tutela del verde e, in particolare, di salvaguardia e valorizzazione del nostro patrimonio arboreo.
In questi anni non si può certo dire che l’amministrazione si sia distinta per la sensibilità e l’attenzione nei confronti degli alberi, che rappresentano – anche emblematicamente – il punto di contatto tra noi e la natura circostante. Negli ultimi anni troppe volte abbiamo assistito a tagli indiscriminati di alberi da parte di chicchessia senza alcun controllo e intervento da parte dell’amministrazione e l’assoluta mancanza di un regolamento del verde pubblico non ha certo agevolato chi avrebbe voluto intervenire per impedire inutili scempi.
L’ultimo criticabile intervento, la cui responsabilità è da attribuire in toto all’amministrazione comunale, riguarda il taglio di due alberi nel secondo plesso della scuola d’infanzia. Ironia della sorte: si tagliano gli alberi in una scuola e, pochi giorni dopo, si celebra una festa dell’albero in un'altra scuola. Non è dato sapere se sia stata data una specifica autorizzazione, se le alberature interessate presentavano problemi, o se, semplicemente, ci si è liberati di quello che, nella cultura di questa amministrazione, viene considerato un inutile ingombro. Un ingombro, però, che per i bambini di quella scuola – oltre a regalare una gradevole ombra nelle giornate primaverili ed estive – rappresenta il simbolo della vita. Una vita inutilmente spezzata.
Chissà se avrà tempo e modo di spiegare le ragioni della decisione di privare i bimbi (e la collettività intera) di quei due alberi. Da parte mia credo sia inutile l’iniziativa di oggi. Per quel che mi riguarda la festa (all’albero) l’avete già fatta.
Con i miei più cordiali saluti.
                                                                                                                                 Tullio Berlenghi
                                                                                                          Capogruppo Cambiare e Vivere Labico

10 novembre 2011

Saldi di fine governo





Sarà l’età, ma divento sempre più diffidente. L’operazione della “dismissione” dei terreni agricoli – si parla di un valore di sei miliardi di euro – mi preoccupa molto. Intanto perché queste operazioni di cassa sul modello di “pochi, maledetti e subito” attraverso la rinuncia al proprio patrimonio, ha tutta l’aria di un’operazione disperata, tipica di chi ha gestito i propri beni in modo irresponsabile e dissoluto. Non si tratta della svendita dell’argenteria di famiglia, a cui si può pensare di fare ricorso in un momento di estrema difficoltà. Perché l’argenteria ha un valore economico, ma non sostanziale. Fa parte del superfluo e, quando le cose non vanno benissimo, al superfluo si può – e si deve - rinunciare. La terra, invece, costituisce un valore essenziale. E la terra agricola rappresenta una piccola garanzia per noi, per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Tra le righe della norma che consente la dismissione dei terreni agricoli io leggo rischi enormi di speculazione. Da un lato il meccanismo della vendita diretta per i terreni al di sotto dei 400mila euro potrebbe agevolare operazioni non esattamente limpide. Dall’altro si esplicita tranquillamente la possibilità che quei terreni possano cambiare la propria destinazione urbanistica. Probabilmente qualcuno avrà già individuato quelli dove si può speculare meglio, magari con l’aiuto di amministrazioni compiacenti, che non è mai troppo difficile trovare. A dirlo adesso si rischia di essere tacciati per i soliti malpensanti dietrologi, sempre pronti a fare i processi alle intenzioni. Ora bisogna risanare i conti pubblici e non c’è tempo per preoccuparsi di ingiustificati sospetti. Eppure, proprio in questi drammatici giorni in cui le nostre città sono state flagellate dal maltempo, da molte autorevoli voci si è alzato il monito sull’eccessivo consumo di suolo, sull’abbandono dell’agricoltura (che non si risolve con speculazioni immobiliari) e sulle conseguenze di un cattivo governo del territorio sul rischio idrogeologico. Niente da fare. Bisogna fare cassa in fretta e non possiamo certo mettere le mani sugli stratosferici investimenti nel settore militare. Perché penalizzare il business degli armamenti, quando possiamo dare nuova linfa a quello del cemento?

5 novembre 2011

La banalità del male


Il commento del nostro premier alla seconda tragedia che, nel giro di pochi giorni, ha colpito la Liguria e il paese intero – se per qualcuno vale ancora un minimo di senso di solidarietà di una nazione – è francamente disarmante: è successo perché hanno costruito dove non si doveva.  Sarebbe anche una discreta sintesi, se ad esprimerla fosse stato un qualunque cittadino dotato semplicemente di un minimo di buonsenso. Tra le concause che determinano eventi come quelli appena registrati c’è, indubbiamente, l’inadeguatezza delle scelte di pianificazione urbanistica e di governo del territorio. E costruire troppo, male e in zone a rischio idrogeologico (per tacere di quello sismico) significa aumentare i fattori di rischio. Quello che sconcerta, quello che spaventa, quello che indigna profondamente è che a pronunciare queste parole sia stato il principale artefice della deregulation urbanistica in un paese che già – per cultura e vocazione – non è particolarmente incline a seguire regole che vengono spesso giudicate troppo rigide. E quanto entusiasmo aveva suscitato questo sorridente omuncolo che ha fatto della semplificazione – delle procedure, della regole, del linguaggio – la sua arma vincente. Non a caso sono passati senza troppi problemi due condoni edilizi nel giro di dieci anni, a cui si sono aggiunti, per completare il quadro, il progressivo allentamento delle norme in materia urbanistica e l’approvazione del “piano casa”, un’altra meravigliosa perla di disprezzo verso le regole della civile convivenza, salutata con irritante entusiasmo da molte amministrazioni regionali (che, in qualche caso, sono riuscite a peggiorarne l’impianto). E adesso, proprio dal suo pulpito, arriva il rimprovero sul mancato rispetto delle regole nello sviluppo edilizio. Una considerazione come un’altra, quasi ovvia. Banale, se vogliamo. La banalità del male. Un male che ci ha colpito 17 anni fa e dal quale ancora non siamo riusciti a guarire.

Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia ultima avventura