Il primo passo ufficiale della Giunta Giordani nasce applicando rigorosamente il celeberrimo manuale Cencelli, in materia di spartizione di incarichi e poteri in una coalizione il cui principale collante non è certo la condivisione di un progetto politico, ma l’aspirazione a gestire un po’ della cosa pubblica e non necessariamente per fini degni di lode. Nasce così – a memoria d’uomo – la prima maggioranza in cui vi è una perfetta rispondenza tra ruolo di rappresentanza istituzionale (gli eletti) e ruolo di “governo” (giunta e consiglieri delegati). E’ come se – mutatis mutandis – un governo nominasse ministri e sottosegretari tutti i parlamentari eletti, in modo da poter dare ad ognuno quel contentino che in politica, si sa, rinvigorisce e rinsalda alleanze e coalizioni.
Certo il contentino della delega ad un consigliere comunale è davvero poca cosa e l’inflazione di attribuzione di competenze a cui ha dato vita Giordani comporta un inevitabile svilimento del ruolo di consigliere delegato. Ma cerchiamo di analizzare il quadro complessivo emerso dalla distribuzione di incarichi e cerchiamo di caprine – qualora ce ne fosse una – la ratio.
Comprensibilmente le materie giudicate di maggiore importanza, secondo la sensibilità politica dell’attuale maggioranza, sono state affidate agli assessorati. L’urbanistica è stata affidata a Remo Di Stefano, ma, per bilanciarne il potere, la competenza sui lavori pubblici (parte integrante dell’urbanistica nei piccoli paesi) viene affidata all’ex sindaco Alfredo Galli, al quale viene inoltre affidata con grande creatività la competenza sul progetto “Eiffel”. Attribuzione davvero singolare. E’ come dire che Di Pietro è ministro dei lavori pubblici e, che so, dell’adeguamento della Salerno-Reggio Calabria. Un nonsenso amministrativo. Altra materia di competenza dell’ex sindaco è quella sull’attuazione dei patti territoriali. Guarda caso. Da sindaco ha autorizzato un “patto territoriale” esattamente a casa sua, ovviamente in deroga agli strumenti urbanistici. E adesso, da vicesindaco e assessore (ai patti territoriali per l’appunto), si occuperà di curarne la concreta realizzazione. Non dubitiamo che assolverà all’incarico col massimo impegno. Al funambolo della politica locale, al secolo Giorgio Scaccia, l’incarico di tenere la contabilità comunale e di occuparsi degli affari sociali. Una delega che potremmo definire “pizza e fichi” per l’omogeneità delle competenze, ma anche in questo caso le doti acrobatiche del responsabile fanno pensare ad un’ottima scelta. Sull’assessorato di Prestipino nulla da eccepire: nulla di più logico di unire le competenze su attività produttive e Colle Spina nello stesso assessorato, tenuto conto del fatto che la zona industriale si farà esattamente a Colle Spina, come da variante al PRG adottata dalla maggioranza di cui Prestipino fa parte, con buona pace di chi in quel quartiere ci abita.
Sulle deleghe è apprezzabile lo sforzo di fantasia per trovarne un congruo numero. Scuola e cultura sono ovviamente ai primi posti nei pensieri dei nostri amministratori e in qualche caso servono per indorare la pillola della mancata assegnazione di un assessorato “vero”, ma i maldipancia passano in fretta e ci si adegua senza troppa fatica alle direttive superiori. Per quanto riguarda le “briciole” merita una riflessione lo spezzettamento tra ben tre consiglieri di competenze riguardanti la tutela del territorio: sicurezza del territorio (e non è dato sapere sotto quale profilo), tutela dell’ambiente e protezione civile. Non solo quindi la più ampia categoria della tutela del territorio è considerata di rango inferiore, ma le sue competenze vengono spalmate in modo tale da perderne ogni logica gestionale e di coordinamento. Davvero un ottimo inizio.
Tullio Berlenghi
21 giugno 2007
1 giugno 2007
Qualcosa è cambiato
Il responso delle urne è chiaro e va rispettato. Sono doverose quindi le congratulazioni a chi ha ottenuto il consenso dei cittadini e altrettanto doverosi sono gli auguri di buon lavoro al neoeletto sindaco, Andrea Giordani. Ciò non toglie che abbiamo registrato alcune sgradevoli cadute di stile negli ultimi giorni di campagna elettorale che non possono essere sottaciute o dimenticate, adducendo attenuanti del tipo “sono cose che si dicono in campagna elettorale” o altre amenità.
La campagna elettorale che abbiamo fatto noi è stata molto dura e severa ma si è sempre limitata a considerazioni di carattere squisitamente politico o a critiche nel merito dell’operato degli amministratori.
Non si sono mai fatti riferimenti di carattere personale e men che meno si è approfittato di un ruolo istituzionale per dare informazioni – peraltro palesemente false in gran parte dei casi – che attengono alla sfera privata delle persone.
Cito, tra le altre cose, l’intervento di colui il quale ricopriva, in quel momento, il ruolo di sindaco del comune, ossia un ruolo istituzionale di garante delle istituzioni e dei cittadini e che invece ha pensato bene di sfruttare proprio quel ruolo per aggredire verbalmente semplici cittadini, ai quali peraltro era precluso, in quella circostanza, ogni diritto di replica.
Ed è buffo che, probabilmente per l’incapacità o la mancanza di argomentazioni, non abbia dedicato il suo intervento a rispondere alle critiche ricevute o magari a fare il punto su dieci anni di amministrazione, ma abbia lanciato invettive senza né capo né coda. Per quel che mi riguarda non ha detto qualcosa di offensivo, visto che costruire una casa non è di per sé un illecito, soprattutto se avviene a seguito di un regolare permesso di costruire, ma ha semplicemente detto una sciocchezza sesquipedale perché semplicemente in vita mia non ho mai costruito una casa. Altra performance oratoria ci è stata offerta da Remo Di Stefano, assessore uscente (e immagino entrante), che, in totale deficit di contenuti e di buonsenso ha pensato bene di accreditarmi come “portaborse”. Anche in questo caso nulla di particolarmente grave, a parte l’evidente tentativo di portare discredito nei miei confronti. Io penso che qualunque lavoro sia dignitoso e meriti rispetto, anche quello meno gratificante, e, al limite, quello che conta è il fatto di svolgerlo, un qualche lavoro e di guadagnarsi con il proprio impegno la retribuzione corrispettiva. Resta il fatto che anche in questo caso il fine oratore ha detto quella che si può tecnicamente definire una “cazzata”. E di fronte ad un mio tentativo di chiarimento, l’interessato ha candidamente replicato di averlo sentito dire (sic!). Di questo teniamone conto: abbiamo un amministratore che è pronto a fare sua e a riferire in una pubblica piazza, qualunque balordaggine gli venga raccontata, senza alcuna verifica e senza alcuna assunzione di responsabilità. Tant’è.
Resta il fatto che adesso in consiglio comunale ci sarà un’opposizione vera, che vigilerà con impegno e rigore sull’operato dei nostri amministratori, non come nella scorsa consiliatura quando ben tre consiglieri su quattro della minoranza hanno votato spesso e volentieri le proposte della giunta e, soprattutto, la pessima variante al piano regolatore che tanti danni rischia di portare al paese. Su questo almeno si è fatta chiarezza e la rinnovata opposizione cercherà di rispettare il mandato dei 1316 cittadini che hanno dato loro fiducia. Nonostante tutto, qualcosa è cambiato.
La campagna elettorale che abbiamo fatto noi è stata molto dura e severa ma si è sempre limitata a considerazioni di carattere squisitamente politico o a critiche nel merito dell’operato degli amministratori.
Non si sono mai fatti riferimenti di carattere personale e men che meno si è approfittato di un ruolo istituzionale per dare informazioni – peraltro palesemente false in gran parte dei casi – che attengono alla sfera privata delle persone.
Cito, tra le altre cose, l’intervento di colui il quale ricopriva, in quel momento, il ruolo di sindaco del comune, ossia un ruolo istituzionale di garante delle istituzioni e dei cittadini e che invece ha pensato bene di sfruttare proprio quel ruolo per aggredire verbalmente semplici cittadini, ai quali peraltro era precluso, in quella circostanza, ogni diritto di replica.
Ed è buffo che, probabilmente per l’incapacità o la mancanza di argomentazioni, non abbia dedicato il suo intervento a rispondere alle critiche ricevute o magari a fare il punto su dieci anni di amministrazione, ma abbia lanciato invettive senza né capo né coda. Per quel che mi riguarda non ha detto qualcosa di offensivo, visto che costruire una casa non è di per sé un illecito, soprattutto se avviene a seguito di un regolare permesso di costruire, ma ha semplicemente detto una sciocchezza sesquipedale perché semplicemente in vita mia non ho mai costruito una casa. Altra performance oratoria ci è stata offerta da Remo Di Stefano, assessore uscente (e immagino entrante), che, in totale deficit di contenuti e di buonsenso ha pensato bene di accreditarmi come “portaborse”. Anche in questo caso nulla di particolarmente grave, a parte l’evidente tentativo di portare discredito nei miei confronti. Io penso che qualunque lavoro sia dignitoso e meriti rispetto, anche quello meno gratificante, e, al limite, quello che conta è il fatto di svolgerlo, un qualche lavoro e di guadagnarsi con il proprio impegno la retribuzione corrispettiva. Resta il fatto che anche in questo caso il fine oratore ha detto quella che si può tecnicamente definire una “cazzata”. E di fronte ad un mio tentativo di chiarimento, l’interessato ha candidamente replicato di averlo sentito dire (sic!). Di questo teniamone conto: abbiamo un amministratore che è pronto a fare sua e a riferire in una pubblica piazza, qualunque balordaggine gli venga raccontata, senza alcuna verifica e senza alcuna assunzione di responsabilità. Tant’è.
Resta il fatto che adesso in consiglio comunale ci sarà un’opposizione vera, che vigilerà con impegno e rigore sull’operato dei nostri amministratori, non come nella scorsa consiliatura quando ben tre consiglieri su quattro della minoranza hanno votato spesso e volentieri le proposte della giunta e, soprattutto, la pessima variante al piano regolatore che tanti danni rischia di portare al paese. Su questo almeno si è fatta chiarezza e la rinnovata opposizione cercherà di rispettare il mandato dei 1316 cittadini che hanno dato loro fiducia. Nonostante tutto, qualcosa è cambiato.
31 marzo 2007
Alberto e Mohammed - Avanti Pop a Colleferro
Mi chiamo Alberto e ho otto anni. Mi
piace giocare a pallone sulla sabbia, mi piace il computer, passo un sacco di
tempo davanti ai videogiochi - mi piacciono i giochi con i soldati, gli
elicotteri e i carri armati - e vado
pazzo per il gelato al cioccolato, anche se mia mamma non me lo compra sempre.
Mia mamma e mio papà mi vogliono bene e io sono contento. Da qualche tempo però
sembra che me ne vogliano di più. Mi coprono di mille attenzioni, si
preoccupano per ogni cosa e mi chiedono sempre se sto bene. In effetti non sto tanto
bene. Quest’estate al mare ho chiesto di poter tornare a casa. “Perché?” mi
hanno chiesto. Perché sto male. Ecco perché. Un dolore fortissimo. Un dolore
che non so spiegare. Sì perché i grandi ti chiedono sempre di spiegare il
dolore, perché ti vogliono aiutare, perché vogliono capire. Ma io non so
spiegare il dolore. Sono troppo piccolo per capirlo il dolore, figurarsi per
spiegarlo. Il dolore è una cosa che ti mangia dentro. Io non piango. Non mi
lamento. Non protesto. Voglio solo tornare a casa mia. Non mi interessa più
giocare al pallone sulla sabbia e non voglio neppure il gelato al cioccolato.
Voglio andare a casa mia.
Mi chiamo Mohammed e ho otto anni. Mi
piace giocare a pallone con i miei amici. Mi piace anche il gelato al
cioccolato. Il computer non ce l’ho e forse per questo io e miei amici passiamo
molto tempo in giro fuori casa. La mamma dice che è pericoloso e che sarebbe
meglio non farlo, ma lei non ha tempo di controllarci e noi in giro ci andiamo
lo stesso. In fondo si sa che i genitori si preoccupano sempre più del
necessario.
Non è che mi ricordi molto. Stavamo
giocando, come sempre, nei dintorni del nostro villaggio. Correvamo. Il gioco
più bello e più semplice del mondo. Correre. E io correvo, velocissimo. Mi
chiamavano lampo. Era difficilissimo prendermi. E io non smettevo di correre.
Velocissimo come sempre, come un lampo. Poi il boato. Poi il buio. Non ricordo
più nulla. Solo il buio e il fumo. Un fumo che mi faceva tossire e mi faceva
bruciare gli occhi. Basta. Non ricordo nient’altro. Non ricordo neanche il
dolore. Il dolore è cominciato dopo. All’ospedale. Un dolore tremendo. Un
dolore che leggevo negli occhi bagnati di pianto di mia mamma. Un dolore che io
non riuscivo a capire. Non si può capire il dolore.
“Alberto, spegni il televisore: è ora
di dormire adesso”. E’ la TV a farmi compagnia nelle giornate trascorse tra
casa mia e l’ospedale. A scuola ci vado poco, perché devo fare la terapia. In
ospedale ho conosciuto molte persone gentili, dottori e dottoresse, e anche
altri bambini. Vengono anche delle maestre per farci fare i compiti della
scuola. Papà e mamma non mi spiegano tutto. Cercano solo di starmi vicino. Ogni
tanto li sento parlare tra loro o con i dottori, ma dicono un sacco di parole
che non capisco. Ho capito che quando abbassano la voce devono dire qualcosa di
importante. Ed è così che ho capito come si chiama il mio dolore. Ha un nome
buffo il mio dolore. Si chiama linfoma nonsocosa. Papà e mamma sono preoccupati
e forse si sentono anche un po’ in colpa. Come se dipendesse da loro. Ma io lo
so che non è colpa loro e che mi vogliono bene.
Adesso però sto un po’ meglio. Mi
sento solo molto stanco. Passo molto tempo a casa e guardo tanto la
televisione. Guardo quello che capita. Cambio canale col telecomando e sento
quello che dicono i grandi. I grandi sanno sempre tutto. E io li ascolto con
ammirazione. Ho scoperto, per esempio, che nella città dove abito io si fabbricano
tante cose: insetticidi, pesticidi, esplosivi, carrozze ferroviarie, missili. Ci
sono anche dei posti, come degli enormi forni, dove bruciano rifiuti per
produrre energia. E ho scoperto che spesso i grandi devono usare sostanze
pericolose e che spesso devono buttarle via, queste sostanze. Da qualche parte.
E se poi - senza preoccuparsi troppo - le buttano lì vicino, guadagnano di più,
anche se è più pericoloso. Ma non è che sia proprio pericoloso. Sembra che si
creino delle robe, delle cose che si chiamano “esternalità”. Ho scoperto di
essere anche io un’esternalità. Non ho capito proprio bene cosa significhi. Ma
è un po’ qualcosa che non c’entra niente e non dovrebbe succedere però succede
lo stesso. Certo sarebbe meglio se non succedesse. Ma se succede è
un’esternalità. Niente di preoccupante a quanto pare. Un po’ come dire “cose
che capitano”. O come dire “effetti collaterali”. Ho imparato anche questo
guardando i grandi in TV. Ce n’era uno che si illuminava come un bambino, come
me insomma. Non che io mi illumini più tanto facilmente in realtà. Ma questo si
illuminava quando parlava di una bomba speciale che si erano inventati e che
poteva colpire il nemico.
Nemico. Che parola strana, nemico.
Pensavo si usasse solo nei giochi. Quelli che faccio io al computer. Il nemico
è quello che devi colpire. E se lo colpisci sei bravo e vinci. Ma è un gioco.
Non pensavo che anche i grandi avessero un nemico.
Invece quello che si illuminava un
nemico evidentemente ce l’aveva. E qualcuno, in televisione, però gli diceva
che quel nemico poteva anche essere un bambino, uno come me insomma. Ma quello
non se ne preoccupava. Diceva che sono “effetti collaterali”. Cose che sarebbe
meglio se non succedessero. Ma se succedono sono “effetti collaterali”. Cose
che capitano, insomma.
Poi, un giorno, ho scoperto che nella
città dove abito io costruiscono proprio quelle bombe lì. C’è una fabbrica dove
ci sono dei signori che vengono pagati per fare quelle bombe. Qualcuno dei
grandi dice che nella città dove abito io ci sono molte fabbriche che producono
cose pericolose. Non solo per il “nemico”. Anche per quelli che lavorano nelle
fabbriche e per quelli che abitano vicino alle fabbriche, proprio come me. Ma
gli altri grandi, quelli più importanti, quelli più “grandi”, dicono che non è
vero niente e che, casomai, sono “esternalità”. E che non si può mica fermare
l’economia.
Io sono piccolo. Non so nemmeno cosa
sia l’economia e perché non si possa fermare. Però alcune cose, piano piano, le
sto capendo. Sto capendo, ad esempio, che dei grandi bisogna fidarsi fino ad un
certo punto. E che quando dicono che una cosa non dovrebbe succedere intendono
dire che molto probabilmente succederà. E così ho capito che quel bambino di
cui parlavano alla televisione, quello che non era il nemico, ma che stava da
quelle parti lì, l’effetto collaterale per capirci, quel bambino c’è davvero. Già
un bambino, proprio come me. Probabilmente ha la mia stessa età. Magari non si
chiama Alberto come me, perché vive in un paese lontano e avrà un nome un po’
strano. Ma quel bambino c’è sicuramente e forse anche lui sta cercando di
capire come funziona il mondo dei grandi, proprio come me. Sono strani i
grandi. Chissà se ci riusciremo a capirli, i grandi. Io so solo che ci sono dei
giochi che non mi piacciono più.
20 luglio 2006
Garrufo di Sant’Omero
Garrufo di Sant’Omero. Come spesso accade di fronte al nome di una località di cui sino a pochi minuti prima si ignorava l’esistenza pronunciare queste parole mi fa lievemente sorridere. Poche settimane prima avevo visto l’annuncio su una rivista dedicata al ciclismo, mia tardiva passione e alla quale dedico ormai da diversi mesi tutte le domeniche. Sono convinto di essere allenatissimo, visto che ogni domenica riesco a macinare 20, 30, 40 e persino 50 chilometri in bicicletta. Un vero asso del pedale. E così quella notizia su un giro in mountain bike nel parco dei Monti Sibillini mi sembra l’occasione giusta per mettere a frutto le mie indiscutibili doti ciclistiche. Chiamo la segreteria organizzativa (…) e mi faccio mandare il programma della “pedalata dei due mari”, una vacanza in bicicletta a tappe all’interno del parco dei Monti Sibillini, che è proprio quello che ci vuole per ossigenarsi un po’ dopo un anno trascorso tra scartoffie e documenti. Il programma è davvero allettante. Salite mozzafiato, paesaggi da fiaba, si prevede anche l’escursione (a piedi) sulla cima più alta dei Sibillini (monte Vettore). Prenoto subito, per non correre il rischio che non si trovi più posto negli alberghi (sic). La partenza è prevista per lunedì 1 agosto alle nove. Chiamo per chiedere se l’orario sia alla romana, quindi un tantino elastico, oppure se è richiesta la massima puntualità. Massima puntualità. Sveglia alle sei quindi e partenza alle sette. Bici montata sul tetto e bagagli ridotti al minimo indispensabile.
Quando vai in un posto nuovo cerchi sempre di immaginarti quello che ti aspetta ed è esattamente quanto avevo fatto io. Immaginavo, chissà perché, che Garrufo fosse un paese (scoprirò che in realtà è una frazione, di Sant’Omero, appunto) con la chiesa, il municipio, i giardinetti, il bar centrale tutti concentrati nell’unica piazza del paese (che so: piazza Roma o piazza Garibaldi), per l’occasione invasa da biciclette e ciclisti multicolori, pronti per la partenza dell’evento dell’anno.
Alle nove in punto supero il cartello di Garrufo. Mi aspetto che la strada cambi fisionomia, diventi “urbana”, in qualche modo, mi aspetto la piazza, il municipio, i ciclisti multicolori, le biciclette. Non vedo le biciclette, nemmeno una. Non vedo i ciclisti, nemmeno uno. Non vedo la piazza, non vedo il municipio. In compenso sono uscito da Garrufo. Torno indietro. Guardo a destra, guardo a sinistra, non c’è traccia di quanto avevo immaginato. Un bar. Non è il bar centrale, ma serve alla bisogna. Entro, sfoggiando il look multicolore tipico che inspiegabilmente ci fa sentire fighi mentre agli occhi del resto dell’umanità smembriamo poveri deficienti, e chiedo al barista se ha notizie dell’evento del secolo: la pedalata dei due mari. Conosco così uno dei mitici personaggi del ciclismo garrufino (o garrufese?): è Emilio, barista-meccanico, ma, soprattutto, grande ballerino di ritmi sudamericani. Comincio a capire che le cose non sono esattamente come le avevo immaginate. La piazza, il municipio, la chiesa, le biciclette, i ciclisti e, soprattutto, la massima puntualità. Emilio mi comunica infatti che sono stato il primo ad arrivare (e sarà l’unica volta in tutta la pedalata). In compenso sono tutti molto gentili e dopo qualche telefonata ed una breve apparizione di un indaffaratissimo Attilio mi affidano - letteralmente – all’incolpevole Giulio, a cui tocca l’ingrato compito di tenermi compagnia in attesa che gli altri partecipanti arrivino. Immagino che ci vorrà mezz’ora, un’ora al massimo…
A mezzogiorno arriva il secondo partecipante. Si chiama Livio. Sa che gli orari delle pedalate sono a malapena indicativi, ma, essendo uno preciso, si presenta con solo tre ore di ritardo rispetto alle indicazioni. Ne approfittiamo per andare a pranzo e per fare quattro chiacchiere. Quando torniamo al bar (che non era centrale, ma era quello giusto) iniziano ad arrivare alla spicciolata tutti gli altri. Man mano che li vedo arrivare mi convinco sempre di più di aver perso il mio tempo. Mi aspettavo di incontrare altri atleti della mia levatura e invece mi ritrovo in mezzo a turisti del pedale. Passa il tempo. Si decide di ritardare la prima tappa (giro della Val Vibrata recitava il programma) perché fa ancora troppo caldo. Alla fine si parte verso le cinque e mezza, con solo otto ore e mezza di ritardo sulla tabella di marcia. Non vedo l’ora di dimostrare il mio valore - anche se il panorama è così desolante da avere la sensazione di sparare alla croce rossa (c’è persino qualcuno in ciabatte da mare…) – e salgo sulla mia splendida mountain bike. Il giro è proprio una passeggiata. C’è pieno di ragazzini e ci fermiamo ogni tre chilometri per ammirare manufatti di dubbio interesse. Continuo a mordere il freno, ma proprio non riesco a trovare l’occasione giusta per far mangiare un po’ di polvere a questa accolita di principianti. Giusto alla fine del giro si presenta l’occasione. Qualcuno alza il ritmo e penso che potrebbe essere il momento giusto. C’è una salitella. Ecco, li posso bruciare lì. Ma, vuoi il caldo, vuoi la lunga attesa, vuoi il fattore sorpresa, riesco appena a superare un paio di bambini. Vabbé ci sarà tempo e modo.
La sera l’organizzazione – scoprirò solo più in là quanto il termine fosse così lontano da rappresentare la realtà – ci comunica che il previsto trasferimento in del giorno dopo non si farà più in pullman, ma direttamente in bicicletta. Il chilometraggio del giro passa pertanto da circa 30 chilometri a circa 120, comprendenti la salita di Forca Canapine (1541 mslm). Partenza quindi alle sei del mattino. Sì, certo, voglio proprio vedere: domani me la piglio comoda…
E così alle sei e cinque minuti della mattina dopo mi ritrovo già a dover inseguire il gruppo dei pedalatori (pratica che diventerà usuale). I miei compagni di strada viaggiano con le superga, con improbabili copricapi e in me riaffiora la convinzione di avere a che fare con una compagine ciclistica di modesta statura.
Così io e un altro che si crogiolava in pensieri simili a miei – e suppongo con ancor maggior convinzione – diamo fuoco alle polveri sin dai primi chilometri e ci facciamo beffe degli altri ciclisti con scatti ed accelerazioni, per poi, alle prime pendenze, staccare – definitivamente? – il gruppo.
Già pregustiamo una lunga attesa in cima al passo, sdraiati a goderci l’ombra di qualche albero, quando la strada comincia “veramente” a salire e le nostre gambe iniziano a farsi legnose, mentre le mani si affaccendano sul cambio alla ricerca di un rapporto adatto.
E così, mentre noi atleti di rango cominciamo a dare qualche impercettibile segno di cedimento (tipo occhi fuori dalle orbite, pulsazioni a 200 bpm, respiro modello serial killer nei b-movie e via dicendo), si materializzano “gli altri”, i turisti del pedale, i quali, chiacchierando amabilmente come se fossero seduti davanti ad una limonata al bar del paese (quello centrale), ci superano allegramente per scomparire alla nostra vista al primo tornante utile.
La vita è fatta di insegnamenti. E il valore degli insegnamenti non è necessariamente proporzionale alla loro durata temporale. Puoi seguire dotte lezioni universitarie o convegni accademici di alcune ore di cui non ti rimane quasi nulla e puoi, in una manciata di secondi (che so: il tempo di arrivare al tornante successivo), ricevere una lezione di vita di cui rimarrà una traccia indelebile nella memoria, nell’anima e un po’ anche nell’orgoglio.
Li abbiamo rivisti solo dopo un tempo “percepito” di qualche secolo a godersi il famoso fresco in cima al passo.
Le tappe successive hanno lo stesso mortificante tenore e alle prime rampe comincia per alcuni - tra cui il sottoscritto - il solito interminabile ciclogolgota. Né, a parziale indennizzo delle sofferenze patite, provvede l’agognata sosta in albergo, magari con un bagno tonificante nella vasca idromassaggio o un po’ di relax nella sauna. Niente di tutto questo purtroppo, poiché – scoprirò a mie spese - lo spirito della pedalata è squisitamente e rigorosamente “francescano” ed è pertanto bandita ogni forma di comfort e le soste sono organizzate in alloggi di fortuna (ma non è che ci si senta tanto fortunati) come palestre, scuole e conventi. E la volta che, non trovando nulla di peggio, ci sistemiamo in un camping qualcuno degli organizzatori giudica la scelta esageratamente lussuosa.
In piena sintonia quindi con i principi della pedalata si impone l’aurea regola, di fronte ad un bivio, di scegliere la strada in salita e, tra due salite, quella con la pendenza più accentuata. E, per non lasciare dubbi su quanto attende gli ignari ciclisti, soccorre la toponomastica. Via quindi con le già citate “forche” (ancorché canapine), col passo “Cattivo” (di nome e di fatto), con le gole dell’Infernaccio (un inferno normale non bastava) e con la val di Panico.
Dopo una settimana così ci sono solamente due possibili opzioni: la prima (e più equilibrata) di gettare la bicicletta in un fosso e cancellare la parola “Garrufo” dalle cartine geografiche; la seconda (sintomatica di quali conseguenze psichiche possa produrre la pedalata e assimilabile alla sindrome di Stoccolma) di appassionarsi alla bicicletta, alle salite, ai monti Sibillini, ai garrufesi e a Garrufo di Sant’Omero. E tornarci di tanto in tanto: rigorosamente con la bicicletta.
Quando vai in un posto nuovo cerchi sempre di immaginarti quello che ti aspetta ed è esattamente quanto avevo fatto io. Immaginavo, chissà perché, che Garrufo fosse un paese (scoprirò che in realtà è una frazione, di Sant’Omero, appunto) con la chiesa, il municipio, i giardinetti, il bar centrale tutti concentrati nell’unica piazza del paese (che so: piazza Roma o piazza Garibaldi), per l’occasione invasa da biciclette e ciclisti multicolori, pronti per la partenza dell’evento dell’anno.
Alle nove in punto supero il cartello di Garrufo. Mi aspetto che la strada cambi fisionomia, diventi “urbana”, in qualche modo, mi aspetto la piazza, il municipio, i ciclisti multicolori, le biciclette. Non vedo le biciclette, nemmeno una. Non vedo i ciclisti, nemmeno uno. Non vedo la piazza, non vedo il municipio. In compenso sono uscito da Garrufo. Torno indietro. Guardo a destra, guardo a sinistra, non c’è traccia di quanto avevo immaginato. Un bar. Non è il bar centrale, ma serve alla bisogna. Entro, sfoggiando il look multicolore tipico che inspiegabilmente ci fa sentire fighi mentre agli occhi del resto dell’umanità smembriamo poveri deficienti, e chiedo al barista se ha notizie dell’evento del secolo: la pedalata dei due mari. Conosco così uno dei mitici personaggi del ciclismo garrufino (o garrufese?): è Emilio, barista-meccanico, ma, soprattutto, grande ballerino di ritmi sudamericani. Comincio a capire che le cose non sono esattamente come le avevo immaginate. La piazza, il municipio, la chiesa, le biciclette, i ciclisti e, soprattutto, la massima puntualità. Emilio mi comunica infatti che sono stato il primo ad arrivare (e sarà l’unica volta in tutta la pedalata). In compenso sono tutti molto gentili e dopo qualche telefonata ed una breve apparizione di un indaffaratissimo Attilio mi affidano - letteralmente – all’incolpevole Giulio, a cui tocca l’ingrato compito di tenermi compagnia in attesa che gli altri partecipanti arrivino. Immagino che ci vorrà mezz’ora, un’ora al massimo…
A mezzogiorno arriva il secondo partecipante. Si chiama Livio. Sa che gli orari delle pedalate sono a malapena indicativi, ma, essendo uno preciso, si presenta con solo tre ore di ritardo rispetto alle indicazioni. Ne approfittiamo per andare a pranzo e per fare quattro chiacchiere. Quando torniamo al bar (che non era centrale, ma era quello giusto) iniziano ad arrivare alla spicciolata tutti gli altri. Man mano che li vedo arrivare mi convinco sempre di più di aver perso il mio tempo. Mi aspettavo di incontrare altri atleti della mia levatura e invece mi ritrovo in mezzo a turisti del pedale. Passa il tempo. Si decide di ritardare la prima tappa (giro della Val Vibrata recitava il programma) perché fa ancora troppo caldo. Alla fine si parte verso le cinque e mezza, con solo otto ore e mezza di ritardo sulla tabella di marcia. Non vedo l’ora di dimostrare il mio valore - anche se il panorama è così desolante da avere la sensazione di sparare alla croce rossa (c’è persino qualcuno in ciabatte da mare…) – e salgo sulla mia splendida mountain bike. Il giro è proprio una passeggiata. C’è pieno di ragazzini e ci fermiamo ogni tre chilometri per ammirare manufatti di dubbio interesse. Continuo a mordere il freno, ma proprio non riesco a trovare l’occasione giusta per far mangiare un po’ di polvere a questa accolita di principianti. Giusto alla fine del giro si presenta l’occasione. Qualcuno alza il ritmo e penso che potrebbe essere il momento giusto. C’è una salitella. Ecco, li posso bruciare lì. Ma, vuoi il caldo, vuoi la lunga attesa, vuoi il fattore sorpresa, riesco appena a superare un paio di bambini. Vabbé ci sarà tempo e modo.
La sera l’organizzazione – scoprirò solo più in là quanto il termine fosse così lontano da rappresentare la realtà – ci comunica che il previsto trasferimento in del giorno dopo non si farà più in pullman, ma direttamente in bicicletta. Il chilometraggio del giro passa pertanto da circa 30 chilometri a circa 120, comprendenti la salita di Forca Canapine (1541 mslm). Partenza quindi alle sei del mattino. Sì, certo, voglio proprio vedere: domani me la piglio comoda…
E così alle sei e cinque minuti della mattina dopo mi ritrovo già a dover inseguire il gruppo dei pedalatori (pratica che diventerà usuale). I miei compagni di strada viaggiano con le superga, con improbabili copricapi e in me riaffiora la convinzione di avere a che fare con una compagine ciclistica di modesta statura.
Così io e un altro che si crogiolava in pensieri simili a miei – e suppongo con ancor maggior convinzione – diamo fuoco alle polveri sin dai primi chilometri e ci facciamo beffe degli altri ciclisti con scatti ed accelerazioni, per poi, alle prime pendenze, staccare – definitivamente? – il gruppo.
Già pregustiamo una lunga attesa in cima al passo, sdraiati a goderci l’ombra di qualche albero, quando la strada comincia “veramente” a salire e le nostre gambe iniziano a farsi legnose, mentre le mani si affaccendano sul cambio alla ricerca di un rapporto adatto.
E così, mentre noi atleti di rango cominciamo a dare qualche impercettibile segno di cedimento (tipo occhi fuori dalle orbite, pulsazioni a 200 bpm, respiro modello serial killer nei b-movie e via dicendo), si materializzano “gli altri”, i turisti del pedale, i quali, chiacchierando amabilmente come se fossero seduti davanti ad una limonata al bar del paese (quello centrale), ci superano allegramente per scomparire alla nostra vista al primo tornante utile.
La vita è fatta di insegnamenti. E il valore degli insegnamenti non è necessariamente proporzionale alla loro durata temporale. Puoi seguire dotte lezioni universitarie o convegni accademici di alcune ore di cui non ti rimane quasi nulla e puoi, in una manciata di secondi (che so: il tempo di arrivare al tornante successivo), ricevere una lezione di vita di cui rimarrà una traccia indelebile nella memoria, nell’anima e un po’ anche nell’orgoglio.
Li abbiamo rivisti solo dopo un tempo “percepito” di qualche secolo a godersi il famoso fresco in cima al passo.
Le tappe successive hanno lo stesso mortificante tenore e alle prime rampe comincia per alcuni - tra cui il sottoscritto - il solito interminabile ciclogolgota. Né, a parziale indennizzo delle sofferenze patite, provvede l’agognata sosta in albergo, magari con un bagno tonificante nella vasca idromassaggio o un po’ di relax nella sauna. Niente di tutto questo purtroppo, poiché – scoprirò a mie spese - lo spirito della pedalata è squisitamente e rigorosamente “francescano” ed è pertanto bandita ogni forma di comfort e le soste sono organizzate in alloggi di fortuna (ma non è che ci si senta tanto fortunati) come palestre, scuole e conventi. E la volta che, non trovando nulla di peggio, ci sistemiamo in un camping qualcuno degli organizzatori giudica la scelta esageratamente lussuosa.
In piena sintonia quindi con i principi della pedalata si impone l’aurea regola, di fronte ad un bivio, di scegliere la strada in salita e, tra due salite, quella con la pendenza più accentuata. E, per non lasciare dubbi su quanto attende gli ignari ciclisti, soccorre la toponomastica. Via quindi con le già citate “forche” (ancorché canapine), col passo “Cattivo” (di nome e di fatto), con le gole dell’Infernaccio (un inferno normale non bastava) e con la val di Panico.
Dopo una settimana così ci sono solamente due possibili opzioni: la prima (e più equilibrata) di gettare la bicicletta in un fosso e cancellare la parola “Garrufo” dalle cartine geografiche; la seconda (sintomatica di quali conseguenze psichiche possa produrre la pedalata e assimilabile alla sindrome di Stoccolma) di appassionarsi alla bicicletta, alle salite, ai monti Sibillini, ai garrufesi e a Garrufo di Sant’Omero. E tornarci di tanto in tanto: rigorosamente con la bicicletta.
2 maggio 2006
Riflessioni ad alta velocità…
TAV. NOTAV. Prodi o Berlusconi. Destra o sinistra. Procreazione assistita sì, procreazione assistita no. Franzoni colpevole o Franzoni innocente. Centro-destra o centro-sinistra (e, nel centro*sinistra trattino sì o trattino no). Amnistia sì, amnistia no. E poi, andando indietro nel tempo, Nucleare si nucleare no. Divorzio sì, divorzio no. Coppi o Bartali. Fino ad arrivare al primo referendum che ha diviso in due l’Italia: monarchia o repubblica.
Ci siamo abituati. Tutte le volte che una qualunque questione diventa di pubblico dominio e attiva un qualche dibattito collettivo, le ragioni sragionano, gli approfondimenti non approfondiscono, le analisi non analizzano, le valutazioni non valutano. Il “merito” non esiste più. Lo scontro diventa preconcetto, ideologico, avulso da ogni considerazione sul fatto in sé: o di qua, o di là, per dirla con una sgradevole quanto azzeccata locuzione del nostro ex (vivaddio) premier.
La realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità in val di Susa non si sottrae a questa logica delirante. Come è stato brillantemente fatto notare durante i giorni caldi della protesta, nessuno tra gli autorevoli (e non) commentatori che hanno descritto le proteste dei valsusini ha spiegato in modo chiaro le ragioni del sì e, tantomeno, le ragioni del no. Per chi fosse – se mai ci sia stato qualcuno – scevro da condizionamenti ideologici era davvero difficile farsi un’idea di chi avesse ragione, tenendo conto del celeberrimo monito manzoniano sulla non agevole separazione tra torto e ragione.
E così, anche la vicenda della TAV in Val di Susa è stata liquidata da gran parte dei media in modo piuttosto superficiale come la solita disputa tra ambientalisti-integralisti e modernisti-sviluppisti. Descrivendo – nella stragrande maggioranza dei casi – i primi come ottusi oppositori ad interventi non più differibili e i secondi come animati da un sano e razionale approccio alle esigenze di un paese moderno ed europeo.
Ma, nel merito, il silenzio rimane assordante. Eppure non è proprio difficile provare a spiegare le ragioni del no. Ragioni che perdono di credito quando ad esprimerle sono coloro i quali vengono penalizzati dal devastante impatto dell’opera – “non possiamo permetterci di anteporre gli interessi di pochi a quelli della collettività”, hanno prontamente sostenuto i ministri del passato governo (ma temo che sarà così anche per qualcuno del prossimo) – ma che invece hanno piena dignità e che andrebbero valutate con una certa attenzione.
Vorrei tralasciare le questioni che ritengo prioritarie, proprio per la soggettività che le caratterizza: le questioni ambientali. Normalmente infatti la controargomentazione rispetto alle preoccupazioni di tipo ambientale fa riferimento alla dottrina utilitaristica: l’importanza strategica dell’opera giustifica il prezzo da pagare in termini ambientali. Sempre e comunque.
E’ quindi il caso di valutare con più attenzione i reali benefici dell’opera, confrontandoli magari con i costi – ambientali, ma anche economici – per capire quanto sia davvero irrinunciabile la sua realizzazione.
I costi ambientali non sono facilmente misurabili (non con un’unità di misura che possa permettere confronti) e quindi conviene concentrarsi sul costo dell’opera. Si parla di 20 miliardi di euro. Una cifra pazzesca e, al contrario di quanto si dice, interamente a carico della collettività. La quale collettività dovrebbe quindi essere consapevole del fatto che 20 miliardi di euro destinati alla Torino-Lione sono 20 miliardi di euro sottratti ad una qualunque altro uso pubblico di interesse – davvero – generale.
Normalmente questa considerazione viene accolta con un atteggiamento che è una via di mezzo tra paternalistica rassegnazione e spocchiosa saccenteria. Perché preoccuparsi – che so – di asili nido o di assistenza sanitaria o dell’ammodernamento del “materiale rotabile” che coraggiosamente presta servizio a beneficio di chi il treno lo prende tutti i giorni, ossia i pendolari, significa avere una visione minimale delle questioni. Perché è riduttivo preoccuparsi di queste inezie, quando il progresso e la modernità passano per le “grandi opere”, attribuendo all’aggettivo “grandi” il primo – banale, forse scontato – dei significati, quello dimensionale. Un po’ come in quella vecchia pubblicità che giocava sulla sfumatura semantica tra “pennello grande” e “grande pennello”. Tra le due opzioni io, preferisco la seconda, e, per “grandi opere” intendo quelle opere che danno davvero un contributo alla qualità della vita, al benessere, alla solidarietà, ai diritti. E queste grandi – anche se piccole – opere sono proprio quelle che più facilmente trascurate dai “grandi politici”. Facciamole dunque queste piccole grandi opere. Proviamo ad investire sugli interventi che migliorano la nostra quotidianità. Se poi questo comporterà l’effetto collaterale di avere utilizzato le risorse finanziarie che si volevano destinare alla devastazione di una magnifica valle alpina, compromettendo la vita, la salute e la serenità di un’intera popolazione… Beh!, in tal caso, cercheremo di farcene una ragione.
Tullio Berlenghi
Articolo pubblicato sul sito di Avantipop
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