24 ottobre 2009

Con una scarpa e una ciavatta

Delibere illegittime, assessori dimissionari, diffide del prefetto, equilibri di bilancio saltati, una figuraccia dietro l’altra, eppure la maggioranza – priva di ogni senso del ridicolo – continua ad andare avanti come se nulla fosse.


Cinque mesi dopo le dimissioni di Di Stefano sono arrivate quelle di Prestipino. Dal punto di vista politico i due episodi vanno citati in tandem, visto il rilievo che rivestono in termini di equilibri interni della maggioranza, ma l’accostamento tra i due protagonisti non può che finire qui. Delle dimissioni di Di Stefano infatti, rassegnate a maggio, non si riesce ancora a capire nulla. Abbiamo fatto fatica addirittura a venirne a conoscenza.


Le motivazioni sono “personali” nello scarno testo della missiva. Si dice per ragioni di salute, ma non vorremmo che si usasse un comodo paravento per nascondere altre questioni.


Se una persona non è in condizioni di salute tali da consentirle di svolgere al meglio il suo incarico istituzionale è giusto ed apprezzabile che decida di dimettersi. E questo significa dimostrare senso di responsabilità. Se davvero è così però non si spiega il senso di congelare le dimissioni per mesi e mesi, in violazione della legge e con grave danno per l’attività amministrativa, in attesa che succeda qualcosa. Perché questa attesa giustifica l’interpretazione che viene data dai rumors che provengono dalla maggioranza, secondo i quali le dimissioni sarebbero funzionali a trattative di potere interno.


Del resto l’assessorato di Di Stefano era pesante solo sulla carta, perché la delega all’urbanistica è virtuale - visto che l’urbanistica a Labico viene decisa da altri - mentre il bilancio ha margini di manovra piuttosto modesti. Qualcuno ipotizza che l’obiettivo potrebbe essere la delega agli affari sociali, ma questo comporterebbe non pochi problemi di riassetto complessivo e si spiegherebbe così l’infinito stand-by in cui ci troviamo.


Di ben altro spessore le dimissioni di Vincenzo Prestipino.


Invece delle tre righe vergate a mano e consegnate nel chiuso del palazzo al segretario comunale l’(ex) assessore di Colle Spina all’inizio della seduta ha chiesto la parola, si è alzato in piedi e, con grande coraggio, ha cominciato a leggere una lunga e appassionata lettera. L’aula – talvolta non proprio rispettosa – si è ammutolita. Man mano che le parole di Prestipino si diffondevano le espressioni mutavano e l’iniziale curiosità lasciava spazio, a seconda dei casi, ad incredulità, ammirazione, preoccupazione, indignazione. Con grande lucidità, in pratica, Prestipino ha denunciato che l’amministrazione labicana è governata da un “sistema” e che il potere a Labico è nelle mani di una sola persona, il vicesindaco Galli, mentre il sindaco non è capace di svolgere il suo ruolo.


E il potere di Galli è talmente assoluto da impedire che gli altri assessori abbiano la benché minima autonomia nello svolgimento del proprio mandato. Prestipino insomma avrebbe voluto impegnarsi molto per Colle Spina, ma non gli è stato permesso. E Prestipino, anziché rimanersene bravo bravo ad intascare uno stipendio e a godere di qualche privilegio che la posizione assessorile gli conferiva, ha scelto di privilegiare la propria dignità e di rassegnare le dimissioni. E un’ulteriore prova di coerenza è stata il fatto che non è uscito dalla maggioranza, ma ha semplicemente detto che non ci sono le condizioni per stare in giunta. La sua richiesta è stata chiarissima: o Giordani decide di fare davvero il sindaco e si ristabiliscono metodi trasparenti e democratici di organizzazione interna, oppure lui non è disponibile a fare il passacarte. E un segnale lo lancia anche agli altri membri della maggioranza, in cui, a quanto pare, serpeggia un certo scontento: tirate fuori l’orgoglio se non volete perdere del tutto la vostra credibilità. Un discorso impeccabile, nel quale – a tratti – si possono trovare le stesse critiche che in più di una circostanza noi stessi abbiamo rivolto alla maggioranza.


Ma se le nostre erano “sensazioni” quelle di Prestipino sono “testimonianze” e questo ne rafforza il valore. Sconcertante la reazione di Giordani. Attaccato in prima persona non è stato capace di fare altro se non confermare implicitamente le accuse di Prestipino. Incapace infatti di una qualunque replica ha farfugliato qualcosa come “ne parleremo dopo”, come se dovesse prima attendere istruzioni sul da farsi. Il “dibattito” sulle dimissioni di Prestipino è stato a senso unico. Solo l’opposizione ha preso la parola per chiedere chiarimenti sulla situazione della maggioranza e per denunciare che, proprio a causa dei loro problemi interni, la macchina amministrativa è praticamente ferma e le cose che funzionano si devono all’impegno dei dipendenti. Ormai praticamente tutti i cittadini di Labico hanno capito che l’amministrazione comunale è completamente allo sbando. Gli unici che sembrano non essersi accorti di nulla sono i consiglieri di maggioranza. L’altra questione di grande rilievo affrontata in consiglio era l’approvazione degli equilibri di bilancio. Una cosetta da nulla, la cui mancata approvazione nei tempi stabiliti dalla legge, determina lo scioglimento del consiglio comunale. Il termine di legge era fissato al 30 settembre.


Il nostro però è un comune dove si convocano i consigli in occasione della festa di San Rocco se è funzionale alle esigenze degli speculatori locali, ma per gli equilibri di bilancio il tempo non si trova. Così ci scrive il prefetto per intimarci l’approvazione dell’atto contabile se non si vuole lo scioglimento.


Un figurone insomma. Prima degli equilibri bisogna approvare la ratifica di una variazione di bilancio. Anche in questo caso ci sono delle regole da seguire (la parola “regole” da sola è in grado provocare malessere nei nostri amministratori) e la ratifica va fatta entro 60 giorni. Peccato che dal 7 luglio (giorno di approvazione della variazione) il tempo non si era mai trovato. Nei successivi 30 giorni si sarebbe potuta sanare la situazione. Ma non si è trovato tempo neppure per quello. Insomma l’atto era privo di ogni valore giuridico ed era necessario ritirarlo e adottarne un altro. A questo punto sono saltati anche gli equilibri di bilancio, che dovranno essere approvati in fretta e furia la prossima settimana. Un capolavoro di incapacità, a meno che il vero obiettivo sia quello di far saltare Giordani senza farglielo capire e rimettere in sella il “vero sindaco”, ossia Alfredo Galli. In tal caso complimenti per la strategia. Venerdì lo sapremo. Il consiglio ha poi approvato l’acquisizione di un terreno per realizzare una viabilità alternativa in zona Prato Capitano, dove la viabilità prevista dal precedente piano regolatore era scomparsa. Visto che si trattava di una zona abitata da esponenti politici locali, nessuno si era preso la briga di far rispettare le direttive del piano. Alla fine siamo riusciti ad approvare il comodato d’uso per consentire al nostro parroco di creare una struttura a finalità sociale nei locali del “cantinone”. Noi siamo stati ben lieti di poter dare il nostro assenso anche come segnale di stima per quanto sta facendo don Antonio per la nostra piccola comunità. Siamo  poi passati al regolamento della commissione mensa, concordato in commissione e sul quale, per una svista, erano stati messi quattro rappresentanti dei genitori, invece di sei (in modo da poter coprire tutti i plessi). Per un inconcepibile irrigidimento della consigliera delegata alla pubblica istruzione l’emendamento - suggerito proprio dalle persone che gratuitamente mettono a disposizione il proprio tempo per assicurarsi che ai nostri bambini venga dato cibo di adeguata qualità – è stato respinto. Nella commissione, in compenso, ha preteso di esserci lei. Fuori i genitori dentro i politici. Va bene, così, probabilmente di brutte figure pensavano di non averne fatte ancora abbastanza.


Gli impegni della maggioranza non hanno consentito di rispondere alle nostre interrogazioni né di discutere le nostre mozioni.

Sarà un caso. Abbiamo accettato il rinvio con la promessa che nel prossimo consiglio si concluderà tutto. L’unico problema è che la promessa l’ha fatta il sindaco, non il vicesindaco…

2 ottobre 2009

Obtorto protocollo

“Il protocollo non lo prevede”. Questa la risposta ad un’associazione labicana che desiderava recapitare un regalo (con un simbolo di pace e fratellanza) al Sindaco di Betlemme. Il regalo era accompagnato da una breve lettera, scritta anche in inglese per rendere più semplice il momento della consegna. “Casomai si potrà dare alla cena”. “Quale cena?”.

Ecco, appunto: quale cena? La cena è quella “di gala”. Qualcosa tipo quella della festa delle nocciole di poche settimane prima,organizzata a spese della collettività, ma la cui “cena di gala” era stata riservata alla sola maggioranza e alle sole persone gradite alla maggioranza stessa. Per la cena in onore del sindaco di Betlemme è stata fatta una piccola eccezione: alla cena sono stati ammessi tutti i consiglieri, persino quelli dell’opposizione. Il resto degli invitati è stato scelto sulla base di un rigido protocollo, i cui criteri erano criptici e sconosciuti ai più.

Però, da alcune indiscrezioni - rilasciate da fonti che chiedono il massimo riserbo - siamo riusciti a risalire, almeno in parte, al contenuto del prezioso documento e che siamo lieti di portare alla conoscenza di tutti.

Protocollo di selezione degli invitati alle cene di gala labicane:

- sindaco, assessori, presidente del consiglio, consiglieri di maggioranza (aggiunto a penna: e quelli di minoranza, ma proprio tutti? sì, dai, tutti);

- capi area e capi servizio del comune;

- rappresentanti delle forze dell’ordine;

- selezione di rappresentanti delle associazioni locali da individuare sulla base di valutazioni molto rigorose (quelli che ci stanno simpatici o, almeno, non troppo antipatici);

- imprenditori locali che abbiano un legame di parentela di primo grado con il vice-sindaco;

- imprenditori locali che abbiano un legame di affinità di primo grado con i soggetti di cui al punto precedente;

- imprenditori che abbiano sottoscritto col comune convenzioni di particolare favore (per l’imprenditore, non per il comune);

- collaboratori di fiducia del Sindaco o del vicesindaco;

- altri che non rientrano nelle categorie precedenti, ma che ce li mettiamo lo stesso, ché noi facciamo un po’ come ci pare.

30 settembre 2009

Benvenuto al Sindaco di Betlemme

CONSIGLIO COMUNALE DEL 30 SETTEMBRE 2009
Benvenuto a Victor Batarseh, Sindaco di Betlemme



E’ con grande piacere che intervengo, a nome del gruppo Cambiare e Vivere Labico, per esprimere un caloroso e sincero benvenuto a Victor Batarseh, sindaco di Betlemme.
Intanto ci vogliamo congratulare con il nostro gradito ospite, del quale abbiamo appreso che si è impegnato molto, come amministratore, per combattere la corruzione, per dare trasparenza al proprio governo, per migliorare la vita dei cittadini. Abbiamo letto che, tra le tante innovazioni introdotte da quando si è insediato, ha vietato l’uso delle auto comunali per motivi privati; ha chiuso gli esercizi commerciali privi di autorizzazione; ha fissato nuove regole d’appalto dei lavori pubblici mirate ad eliminare gli sprechi, ha licenziato i dipendenti comunali che erano sulla lista paga e non svolgevano alcun lavoro. Uno dei suoi impegni è stato quindi quello di ripristinare correttezza e legalità nella città da lui amministrata. Impegno difficile ovunque e, a maggior ragione, in un posto dove ci sono problemi ancora più gravi. Il suo è sicuramente un esempio da seguire.
Victor Batarseh viene da Betlemme, un nome che tutti noi abbiamo imparato fin da bambini e che assume inevitabilmente un significato evocativo. Betlemme, infatti, è indicata nelle sacre scritture come il luogo di nascita di Gesù Cristo e rappresenta il luogo simbolo della cristianità. Betlemme diventa inevitabilmente sinonimo di fratellanza, solidarietà, pace.
Purtroppo però la pace a Betlemme non c’è. La pace, quella pace che in molti dichiarano di voler costruire, non c’è né a Betlemme, né a Gerusalemme, né in Palestina, né in Israele. Così come è assente in decine di luoghi del pianeta martoriati dalla guerra.
Non è questa la sede, né il momento per analizzare le cause di uno stato permanente di tensione e di paura. I molti errori commessi, da una parte e dall’altra, che hanno portato talvolta a commetterne di più gravi.
La storia dei popoli e delle loro nazioni è costellata da immense ingiustizie. Il diritto internazionale è spesso costretto a prendere atto delle situazioni di fatto, talvolta palesemente inique, ma difficilmente reversibili. E non avrebbe certo senso, adesso, ripercorrere l’ultimo secolo della storia di quelle terre, con la spartizione dell’impero ottomano al termine della prima guerra mondiale, a seguito della dichiarazione di Balfour. Da allora molti avvenimenti si sono succeduti e la nascita dello Stato di Israele, sancita dalla risoluzione 181 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha rappresentato, nei fatti, l’elemento chiave di un percorso difficile e tormentato. Da allora la convivenza dei popoli è stata irta di ostacoli e segnata dal sovrapporsi di torti e ingiustizie, in una spirale distruttiva di cui hanno pagato il prezzo soprattutto le popolazioni civili, in particolare i bambini. Sono decine le risoluzioni dell’ONU che condannano l’insediamento di colonie nei territori occupati, causando ulteriori tensioni e conflitti. Ancora la risoluzione ONU 1860 del 12 gennaio 2009 ha condannato gravi violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi. Noi pensiamo che non sia con la violazione dei diritti umani che si possano risolvere i problemi. In Palestina, in Israele, come nel resto del mondo. Sarebbe ipocrita condannare gli attacchi alla popolazione civile in Terra Santa e giustificarla altrove. La pace e la tutela dei diritti umani non hanno e non possono avere confini.
Spesso per raggiungere un obiettivo giusto si intraprendono le scelte sbagliate, con il risultato di allontanarsi ulteriormente dagli obiettivi che si dichiara di voler raggiungere. Penso alla presenza di un muro di otto metri di altezza che limita fortemente la circolazione e quindi la vita degli abitanti di Betlemme, trasformata così – e sono le parole del nostro ospite – in “una grande prigione circondata dalla polizia israeliana”. Sempre il sindaco di Betlemme ha raccontato di “bambini che vivono a ridosso del muro e che scrivono di volere il miracolo di poter vedere il tramonto”. I muri non servono a proteggere, i muri servono ad alimentare la diffidenza e i conflitti. “Non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti. Senza riconciliazione degli animi, non ci può essere pace”. Queste parole sono state pronunciate più volte da papa Giovanni Paolo II.
Sappiamo quanto sia difficile restituire pace e serenità a chi abita in quei luoghi, ma siamo anche consapevoli della necessità di dare ad ogni popolo il proprio stato, in modo da riconoscere a tutti l’imprescindibile dignità. Bisognerà trovare il modo di farlo anche attraverso una più elastica interpretazione del principio della “triade” (popolo-governo-territorio) stabilito dal diritto internazionale e che appare di così difficile applicazione in una zona dove la frammentazione del territorio è tale da rendere impensabile ricorrere ad una tradizionale demarcazione dei confini. L’obiettivo dovrà essere quello: riconoscere ai due popoli il diritto ad avere ognuno un proprio Stato. Due popoli e due Stati che possano convivere nei valori della fratellanza, della solidarietà e della pace.
E allora vogliamo formulare il nostro convinto augurio che quei valori di fratellanza, di solidarietà e di pace riescano finalmente a trovare la doverosa e duratura accoglienza in Terra Santa. Nell’enciclica “Caritas in veritate” Papa Benedetto XVI afferma che per costruire la pace non è sufficiente il pur fondamentale impegno a livello di governi ed organizzazioni sovranazionali, ma è necessario “sentire la voce e guardare alla situazione delle popolazioni interessate per interpretarne adeguatamente le attese”. E a Betlemme ci sono dei bambini che attendono di poter vedere il tramonto. Noi crediamo che quei bambini a quel tramonto abbiano diritto.

12 settembre 2009

La sagra dell’ipocrisia


Quando abbiamo saputo che l’amministrazione intendeva organizzare una sagra delle nocciole la nostra reazione è stata decisamente positiva. Da tempo sosteniamo che sviluppo e benessere non debbano essere legati alla speculazione edilizia ed al consumo del territorio, ma che si possano tranquillamente coniugare le esigenze economiche e di crescita con una corretta ed equilibrata gestione delle risorse, attraverso la riscoperta e la valorizzazione dell’agricoltura. Dando naturalmente la priorità alle colture tradizionali, come la nocciola. E questa sagra avrebbe potuto essere il primo passo nella direzione giusta.


Non ci siamo stupiti per non essere stati coinvolti nell’organizzazione della conferenza e nemmeno di non essere stati neppure invitati (questione di stile), ma abbiamo comunque voluto essere presenti. In effetti ne è valsa la pena. La stragrande maggioranza degli oratori intervenuti sposava in pieno le nostre tesi. Dai rappresentanti degli agricoltori (coldiretti e confagricoltori) ai docenti universitari (La Tuscia e Perugia) agli esperti a vario titolo dei problemi dell’agricoltura, tutti hanno sottolineato l’importanza di adottare una politica di gestione del territorio di tutela e valorizzazione dei terreni agricoli, qualcuno ha evidenziato il rischio di un modello produttivo e di consumo che aumenti la distanza e i costi (economici, sociali e ambientali) dei prodotti trasportati, qualcun altro ha sottolineato l’importanza di una produzione agricola rispettosa del ciclo biologico e che sia il più possibile protetta dai fattori inquinanti. Si è parlato di energie rinnovabili, di biomasse, di filiera corta, di prodotti a chilometri zero, di tutela delle produzioni locali. Gli unici che sembrava non avessero la più pallida idea di cosa si stesse dicendo erano il sindaco ed il vicesindaco, che però gongolavano placidamente come se la cosa non li riguardasse.


Purtroppo, invece, la sfarzosa – e piuttosto costosa a quanto pare: si parla di diverse migliaia di euro, di soldi pubblici – iniziativa era fine a sé stessa e non c’è, a quanto ci risulta, la benché minima intenzione, da parte dell’amministrazione, di promuovere davvero la produzione agricola. Proviamo a spiegare perché.


Intanto compendiamo che la loro visione padronale della cosa pubblica impedisca loro di coinvolgere tutti i consiglieri comunali nelle iniziative, ma non è chiaro perché, ad un’iniziativa che riguarda la coltivazione delle nocciole, non si invitino gli interessati, ossia i piccoli e medi produttori che faticosamente cercano di mantenere viva una piccola economia locale. L’unico produttore presente era – guarda caso – proprio il Sindaco, che ha pensato bene di allestire stand e palco con la pubblicità della propria attività commerciale. L’iniziativa – pagata con i soldi pubblici – è diventata così un mega spot a favore del ristorante – agriturismo – azienda agricola Fontana Chiusa.


Questione di stile, si diceva. Ovviamente i piccoli produttori non sono potuti neppure intervenire dal pubblico, perché la conferenza era “blindata” e non c’era spazio per dare contributi.


L’altro aspetto che nessuno si è preoccupato di spiegare agli illustri ospiti che hanno partecipato al dibattito riguarda la stridente contraddizione tra quanto affermato da tutti – anche sindaco e vicesindaco che annuivano come i pupazzetti che impreziosiscono i lunotti delle auto – e la “vera” politica territoriale del nostro paese. Una politica che punta alla totale cancellazione dell’agricoltura dal Comune. Basta guardare la disinvolta crescita dell’abusivismo nelle zone agricole (spesso sotto lo sguardo compiacente di chi avrebbe dovuto controllare). Basta guardare il modo scomposto e disordinato con cui è stato redatto il vecchio piano regolatore. Basta guardare il modo rozzo, scomposto e disordinato con cui è stata redatta l’attuale variante al piano regolatore. Con una spaventosa erosione delle zone agricole e la creazione di nuovi insediamenti abitativi a stretto contatto con le poche zone agricole rimaste e i prevedibili conflitti che potranno sorgere. Basta guardare gli effetti devastanti che avrà la realizzazione del casello e della viabilità di collegamento, che rovineranno quel poco che ancora resta delle zone denominate agricole, ma che non è difficile immaginare subiranno ben presto – anche abusivamente – trasformazioni più “consone” al nuovo tessuto territoriale (un ibrido tra borgata e zona industriale).


Ancora una volta il Sindaco ha citato i luoghi della Toscana come esempio da seguire. Ha spiegato che la bravura di chi vive in quei posti è stata quella di preservare il territorio anche quando i terreni agricoli valevano davvero poco e si potevano comprare a buon mercato. Questa voglia di mantenere la propria identità, questo desiderio di tutelare l’integrità del territorio ha portato i suoi frutti. Adesso in zone come la Val d’Orcia o le colline senesi il valore dei terreni (sempre agricoli) è alle stelle.


Ha fatto bene a spiegarcelo. E’ importante per noi sapere che garantire al territorio un’economia rinnovabile come quella ba- sata sull’agricoltura darà in prospettiva maggiore ricchezza, maggiore benessere e maggiore qualità della vita della mera speculazione fondiaria (dove a guadagnare poi non sono i proprietari ma i costruttori senza scrupoli). Ha fatto davvero bene a darci queste illuminanti informazioni. Anzi, per una volta, siamo completamente d’accordo con lui. Ora si tratterà solo di trovare qualcuno che queste cose le spieghi a lui e, soprattutto, al suo vicesindaco.

29 agosto 2009

Il Silenzio degli insipienti continua


Il blitz estivo è riuscito. La convocazione del consiglio comunale, indetta il giorno della vigilia di San Rocco con l’unico obiettivo di poter trasmettere in regione una scandalosa variante al piano regolatore generale, ha prodotto il risultato atteso.


Sin dall’inizio era chiaro l’ordine di scuderia impartito ai consiglieri comunali: alzare la mano al segnale convenuto. Altro non era concesso. Vietato prestare attenzione alle argomentazioni dell’opposizione. Inutile leggere gli atti su cui si era chiamati a votare. Sconsigliato intervenire durante la discussione. E l’andamento della seduta del consiglio ha confermato l’impressione iniziale.


Partiamo dall’inizio. Oggetto dell’approvazione era l’aggiornamento della relazione tecnica alla variante del P.R.G. “a seguito delle osservazioni approvate”. In teoria ci saremmo dovuti trovare di fronte ad una nuova versione della relazione tecnica, con i nuovi dati sulle cubature, sulle estensioni delle zone e sull’individuazione degli standard urbanistici (dalle scuole ai parcheggi). Ovviamente l’aggiornamento avrebbe dovuto riguardare anche tutta la cartografia, in assenza della quale è impossibile individuare la localizzazione di quegli spazi necessari alla collettività. La cartografia però non c’era. E la relazione tecnica era stata modificata in modo del tutto arbitrario, con l’inserimento di elementi mai discussi in consiglio comunale e con l’eliminazione di quelle parti che avrebbero potuto rendere più evidenti i macroscopici errori in essa contenuti. Del tutto inutile è stato il nostro rilievo sulla grave carenza della documentazione e si è deciso di procedere comunque all’esame dell’atto.


Ora è necessario ricordare che negli ultimi due anni il consiglio comunale ha attentamente esaminato le 161 osservazioni presentate e quelle accolte (anche solo parzialmente) comportavano quasi sempre aumenti di cubatura, trasformazione dell’area in zone che aumentassero il valore immobiliare, riduzione degli standard urbanistici. La conseguenza è che la variante risultante da queste modifiche (e che nessuno si è mai preoccupato di quantificare in modo esatto) farà aumentare notevolmente la crescita demografica del paese e, di conseguenza, si sarebbero dovuti individuare ulteriori spazi da destinare ai servizi per la collettività. E tutto questo i nostri amministratori lo avrebbero dovuto mettere nero su bianco in tutti i documenti che costituiscono lo strumento urbanistico, a cominciare dalla cartografia. Il problema è che quegli spazi “loro” non li hanno individuati e, nella variante che – senza vergogna alcuna – si accingono ad inviare alla Regione Lazio, quegli spazi non ci saranno. E i cittadini di Labico non avranno i servizi minimi stabiliti dalla legge nemmeno sulla carta. Ma, del resto, cosa ci si poteva aspettare dagli stessi amministratori che, per aumentare il profitto dei costruttori, negli ultimi quindici anni si sono resi responsabili della cancellazione di quasi tutti gli standard previsti dalla precedente pianificazione urbanistica? Cosa ci si poteva aspettare da un’amministrazione che ha fatto costruire interi nuovi quartieri senza marciapiedi, con le strade troppo strette, con parcheggi pressoché inesistenti? Cosa ci si poteva aspettare da un’amministrazione che, per non dispiacere gli speculatori, non si è mai preoccupata di far rispettare le convenzioni di lottizzazione, che non ha mai assicurato la realizzazione delle opere di urbanizzazione, che obbliga centinaia di cittadini a vivere in case prive del certificato di agibilità? Deve essere chiaro che l’obiettivo di questa amministrazione non è l’interesse della collettività, ma garantire il profitto degli immobiliaristi e, in quest’ottica, si spiegano bene le scelte di chi ha deciso di creare ben due centri commerciali in prossimità del centro storico (uno dei quali spacciato per “Città dell’arte”), senza neppure avere il coraggio di indicare nella relazione tecnica (forse per pudore) l’esatta estensione della nuova zona commerciale. E a nulla è servito indicare in consiglio comunale l’evidente errore del dato numerico (135.981 anziché 182.360).


L’ordine di scuderia era di non ascoltare e di votare. Se su quella relazione avessero scritto che il presidente della Repubblica si chiama Paolino Paperino l’avrebbero votata ugualmente. Anche se i soliti pedanti esponenti dell’opposizione avessero fatto loro notare che non è esattamente così.


Abbiamo calcolato l’estensione dei parcheggi necessaria per rendere un po’ più sostenibile (almeno sul piano della viabilità) l’imminente cementificazione; un calcolo basato sui valori che proprio in quella relazione sono contenuti e che fanno riferimento ad un preciso obbligo di legge. Ebbene a fronte di 28.280 metri quadrati dichiarati (ma non individuati) di nuovi parcheggi ne servirebbero – secondo le “loro” norme tecniche - in realtà non meno di 200.000, quasi dieci volte tanto, e questo significa che corriamo il rischio di vivere in una città con traffico e congestione a livelli romani.


Per non parlare del verde pubblico, vera ossessione negativa dei nostri amministratori, che proprio non si capacitano della presenza di tutti quegli spazi “improduttivi”. E così il poco che avevano individuato nella prima redazione del piano, lo hanno man mano cancellato con l’accoglimento delle osservazioni (il resto lo cancelleranno semplicemente non realizzandolo, come hanno fatto fino ad ora), senza però aggiornare il dato numerico sulla relazione tecnica.


A nulla è valso ricordare che la speculazione edilizia in programma sul campo sportivo porterà qualcosa come 70 famiglie e 140 automobili in una zona già congestionata per la miope capacità programmatoria di questa particolare categoria di amministratori.


A nulla è valso citare precisi riferimenti normativi e sentenze del Consiglio di Stato che impongono la ripubblicazione del piano a seguito dell’accoglimento “delle osservazioni formulate dai privati comportanti una profonda deviazione dei criteri posti a base del piano adottato”.


A nulla è valso ricordare che le osservazioni dell’Ufficio tecnico (e che hanno contribuito allo stravolgimento del piano) erano state frutto di una procedura del tutto illegittima.


A nulla è valso chiedere un contraddittorio agli esponenti della maggioranza. Nessuno dei quali è stato capace di confutare le nostre affermazioni. I pochi interventi che hanno fatto erano o su questioni del tutto marginali o completamente fuori luogo (come chi ha paventato il rischio dello scioglimento del comune in caso di mancata approvazione della variante…).


Il vero problema è che quella relazione probabilmente nessuno l’ha letta, come ha candidamente ammesso l’ex assessore all’urbanistica ma ufficialmente ancora in carica (ché a Labico le leggi dello Stato non valgono…), perché per votare quella relazione piena di errori e di omissioni bisogna essere o piuttosto sciocchi o molto in malafede.


Siamo stati diverse ore a spiegare e ad argomentare le nostre perplessità e le nostre critiche sia sul procedimento adottato per la trasmissione della variante alla Regione (la legge stabilisce una procedura ben definita che non è stata rispettata) sia sul contenuto della relazione. Abbiamo trovato davanti a noi un ostinato muro di gomma. Impassibili anche di fronte all’evidenza, tutti i consiglieri di maggioranza (almeno quelli che hanno ascoltato le nostre parole) hanno preferito fare la pessima figura di votare un atto completamente fasullo piuttosto che sottrarsi alle direttive impartite dall’alto. E la figura apicale a Labico non è quella del Sindaco, anch’egli allineato e coperto alle altrui indicazioni.

Alle colonne d'Ercole

Alle colonne d'Ercole
La mia ultima avventura